Paris is burning, di Jennie Livingston (USA, 1990)

di Vincenzo Laurito

Quando a metà degli anni  ‘80 , New York era una città tra le più pericolose al mondo e l’allora Procuratore Rudolph Giuliani voleva aggiustarne i “ vetri rotti” , metafora con cui  iniziò  la sua guerra al crimine nella metropoli, mentre la neonata tribù urbana degli Yuppies cominciava a erigere i suoi fortini dorati a Wall Street con le sue azzardate scalate finanziarie, un po’ più in basso, sull‘asfalto ancora bollente del giorno prima, tra i fumi dei tombini maleodoranti della Bowery o aldilà di Harlem e del Bronx, un’altra tribù, più colorata, vivace, eccentrica e profondamente innovativa, col favore delle tenebre nella eterna e folle notte newyorkese, faceva molto rumore.

Questa multiforme tribù calcava le scene di ancora sconosciuti locali, chiamati “ballroom”, esibendosi in quello che diverrà la moda più sconvolgente del decennio successivo: il VOGUE.

E allora fu subito “straight a pose and vogue!” (Madonna di lì a poco avrebbe rubato a mani basse, esportando il “voguing” a livello planetario, con l’omonimo pezzo ormai cult, divenuto sin da subito virale nelle dance floor di mezzo mondo).

Fu quello l’inizio di tutto, fu quello l’inno della grande famiglia LGBT e il documentario “Paris is burning”, fu il suo miglior manifesto iconico.

Ma andiamo con ordine. Siamo nel 1984 all’incirca. La regista americana Jennie Livingston, allora fresca di studi a Yale, dove si era laureata in pittura e fotografia, dopo aver scelto di cimentarsi con la macchina da presa, decide di trasferirsi nella Grande Mela, dove frequenta i corsi di cinema alla New York University. Lì ebbe un ‘idea: un documentario che fosse incentrato sulla cultura delle “ball”, allora in voga nella comunità LGBT dei latinos e in quella afroamericana. Inizia allora a girare, realizzando una serie di interviste ai protagonisti della “ball culture”, immergendosi nel variopinto mondo delle drag ma non solo.

Il documentario della Livingston fu all’epoca molto apprezzato perché per la prima volta venivano affrontati molti temi ancora visti come tabù, dal momento che coinvolgevano la comunità gay, allora invisa a molti e demonizzata all’interno della società, perché ritenuta falsamente colpevole d’aver introdotto e diffuso quella che venne poi brutalmente definita la “peste del nuovo millennio”: l’AIDS.

Nulla di tutto ciò invece traspare in questa opera rivoluzionaria, dove al contrario scorrono di volta in volta personaggi straordinari, d’una ricchezza spirituale e un’umanità davvero disarmante. Sono Pepper la Beja, Venus Extravaganza, Willy Ninja, Paris Dupree (da cui prende il titolo il film della Livingston), nomi che oggi ai più potranno non dire nulla, ma che all’epoca erano delle vere e proprie “leggende”. Anzi, se vogliamo usare il gergo in uso nelle “ball”, erano delle “madri leggendarie”.

Madri, seppur putative, lo erano, perché i soggetti in questione e molti altri che vengono citati in “Paris is burning”, avevano le loro case “Houses”, all’interno delle quali accoglievano ragazzi e ragazze gay, lesbiche e transgender, rifiutati e cacciati dalle loro famiglie d’origine, in virtù del loro modo di essere. Le Houses diventavano in tal modo le famiglie adottive di questi giovani, la “Family” per scelta, ove le parole “accettazione”, “inclusione”, “diversità”, “amore”, riacquistavano valore e bellezza originaria.

Le Famiglie in questione prendevano in prestito i loro nomi dalle case di moda o dalle top models allora più famose, adorate come vere e proprie divinità moderne. “House of St Laurent”, “House Evangelista”, “Pendavis”, erano alcune di quelle che si fronteggiano poi nelle ballroom, in vere e proprie sfide a colpi di “voguing”.

Un’altra particolarità di queste sfide così sopra le righe, era rappresentata dal fatto che ogni gara era preceduta da una vera e propria sfilata, ove le drag reinterpretavano ruoli tipicamente etero, quasi a voler rimarcare una volta di più quel desiderio di accettazione in un mondo che in realtà le aveva relegate ai margini.

Il documentario venne finalmente presentato al grande pubblico nel 1990, passando in numerosi festival ove vinse premi a non finire (Toronto, Sundance, Los Angeles, New York, per citarne alcuni). Paris is burning fu in definitiva uno straordinario spartiacque, che cercò per primo di sdoganare un universo non solo fatto di pailletes e lustrini e trucco oltremodo eccessivo. Dentro il documentario c’è tanta sofferenza, violenza, paura (durante le riprese nel corso degli anni, alcuni protagonisti morirono di HIV, altri vennero uccisi per mano di brutali assassini omofobi).

Alla fine comunque è un messaggio di speranza quello che traspare, di gioioso carnevale perenne, di festa mobile perpetua, come se quel domani di bellezza e giovani speranze fosse già oggi e quella promessa d‘essere un giorno accettati dal Mondo, fosse siglata per sempre. Paris brucia ancora e allora che sia ancora “straight a pose and Vogue!”

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