Le iene (Reservoir dogs), di Quentin Tarantino (1992)

di Bruno Ciccaglione

Come Tarantino ha più volte ricordato, raccontando come si sia giunti alla realizzazione del suo primo film, “Se è vero che a volte basta che anche solo una piccola cosa vada storta perché tutto vada in malora, non bisogna dimenticare che è vero anche il contrario! È quel che è successo a me per Le iene (Reservoir Dogs)”. Per una serie di circostanze fortuite, infatti, la sceneggiatura che il giovane aspirante regista californiano era pronto a mettere in scena nel magazzino di una ditta di onoranze funebri, con un budget di circa 30 mila dollari, finì tra le mani di Harvey Keitel a New York. L’attore ne rimase colpito e fu la sua disponibilità a recitare nel film dell’esordiente, oltre alla sua partecipazione come produttore, ad aprire la strada per un progetto più ambizioso, sia pure ancora in ambito indipendente.

LE IENE di Quentin Tarantino: ecco perché è diventato un film di culto -  Taxidrivers.it

La vicenda è semplice e si svolge nell’arco di un’ora, dilatata cinematograficamente in 99 minuti, ad includere i numerosi flashback, che in modo non lineare svelano i pezzi di un meccanismo narrativo perfettamente funzionante, che ci cattura fino a quando il film volge alla conclusione. Un gruppo di criminali si prepara alla rapina di una partita di diamanti in una gioielleria, ma niente va come previsto e la rapina si trasforma in una carneficina, con vittime tra i “civili” (il linguaggio che i criminali usano è freddamente tecnico), due morti tra i rapinatori e un ferito gravissimo. I sopravvissuti raggiungono uno dopo l’altro il luogo convenuto per ritrovarsi e cercano di capire cosa sia davvero successo, tra accuse reciproche crescenti e sempre più fondati sospetti che fra di loro vi sia stato una spia. Nel finale, inevitabilmente, moriranno tutti.

Non si stenta a credere che la lettura della sceneggiatura fosse già da sola capace di rivelare il talento di Tarantino nel raccontare i suoi personaggi e nel narrare in modo non convenzionale e accattivante una storia in fondo abbastanza semplice. Come sarà poi tipico di tutto il suo cinema, il regista ha grande facilità di scrittura dei dialoghi e i suoi personaggi sono spesso dei torrenti in piena.  L’intuizione che rende il tutto grottesco e divertente è che i suoi criminali, siano da mezza tacca o particolarmente brillanti, leali o psicopatici, molto realisticamente, non parlino soltanto di cose “da gangsters”.

Nell’America di Tarantino i criminali utilizzano tutta la retorica sulla “professionalità” che è tipica dell’immaginario della società americana e hanno una etica molto simile a quella di chiunque altro non chieda che di “fare il proprio lavoro”. I criminali non sono affatto un corpo estraneo alla società, né sono mai portatori di una carica in qualche modo anti-sistema e men che mai rivoluzionaria (come sarebbe quasi naturale in un film europeo). Fanno quel che c’è da fare, come tutti. Per questo non parlano certo solo di “lavoro”, ma anzi parlano di canzonette, di questioni sociali (dare o non dare le mance alle cameriere in un ristorante), del rapporto tra uomini e donne nella società americana e così via. Sono persone normali.

Come lo sviluppo della vicenda dimostra, del resto, l’ambiguità morale è un tratto essenziale dei vari personaggi. Quello che secondo logica andrebbe indicato come il più eroico tra loro, il poliziotto infiltrato (Mr Orange/Tim Roth), è in realtà quello che ha fregato tutti gli altri. Riuscendo a carpire la fiducia di Mr White/Harvey Keitel, trasforma in qualche modo quest’ultimo personaggio in quello più tragicamente sentimentale e stupidamente leale. Il personaggio più folle, crudele e apparentemente fuori controllo, Mr Blonde/Michael Madsen, si rivela come quello che ha dato la più chiara prova di fedeltà e affidabilità “professionale”.

Anche le musiche, i 45 giri degli anni ’70, concorrono a creare nel pubblico l’empatia verso gli antieroi di cui il film racconta. Tarantino, pur se al suo esordio, ha una cultura cinematografica da cinefilo e padroneggia i meccanismi tipici con cui catturare gli spettatori. Nella scena più violenta del film, quella della tortura del poliziotto preso in ostaggio da Mr Blonde/Madsen, Tarantino sceglie il brano più accattivante, Stuck in the middle with you, che proviene dalla radio mentre Mr Blonde comincia a ballare: è simpatico e divertente e per questo quando si accinge a qualcosa di terribile, è troppo tardi per noi spettatori per tirarci indietro: siamo già come dei suoi complici!

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Il meccanismo narrativo è basato su una costruzione geniale. Il racconto inizia con i momenti immediatamente precedenti la rapina (lo capiremo solo in seguito, per il fatto che i personaggi che dovranno fare il colpo sono qui vestiti tutti allo stesso modo, in abito scuro, camicia bianca e cravatta nera; una sorta di uniforme, ma anche una scelta stilistica precisa: “un uomo è più cool in abito scuro”, dirà Tarantino). Poi assistiamo al ritrovarsi uno dopo l’altro dei complici, nel magazzino che è il punto di ritrovo stabilito. Da qui, intervallati dall’evolversi della vicenda che in questo magazzino si svolge, seguono tre diversi flashback, riguardanti Mr White/Keitel, Mr Blonde/Madsen e Mr Orange/Roth, che ci aiutano a comprendere come e perché si sia arrivati alla situazione attuale.

Se i primi due flashback sono in un certo senso dei flashback “normali” (chiariscono chi siano Mr White e Mr Blonde), molto più sofisticato e ricco è il flashback che riguarda Mr Orange/Tim Roth. Proprio come Mr White, anche lo spettatore ha creduto, fino a questo punto del film, che Mr Orange, se è stato gravemente ferito nel corso della rapina, evidentemente non sapeva che ci fosse una trappola ad attenderli e dunque non può essere lui la spia, l’infiltrato. Invece è proprio così e lo scopriamo con un colpo di scena assolutamente inaspettato. Ma per darcene poi una spiegazione, Tarantino costruisce un flashback che è il più lungo e complesso del film, che contiene diversi flashback nel flashback, nient’affatto allineati temporalmente. Al culmine, non solo si mescolano i diversi flashback, ma addirittura c’è la messa in scena di un episodio di vita criminale che noi sappiamo è stato inventato dal poliziotto, provato e riprovato come un copione, per accreditarsi come criminale. Un meccanismo di incastri stupefacente, che tuttavia lo spettatore segue con grande naturalezza e senza difficoltà.

In un’orgia di citazioni cinefile più o meno esplicite, sia nella trama che nei dialoghi (tra le tante ci piace ricordare il riferimento a Pam Grier, che qualche anno più tardi Tarantino vorrà come protagonista di Jackie Brown), scene grottesche, piani sequenza spettacolari, violenza e sarcasmo, tutto il film corre verso lo stallo finale, con un “triello” che evocando Il buono, il brutto e il cattivo è forse il più esplicito tributo a Sergio Leone che Tarantino abbia messo in scena.

Diversamente da quanto avverrà per diversi dei film successivi, che riservano al finale una esplosione di splatter ed il mare di sangue assume quasi un valore catartico (si pensi a Django Unchained o a The Hateful Eight), qui il sangue e la violenza hanno già occupato la scena a lungo e la macchina da presa mostra l’esito del “triello” solo in campo lungo. Nel momento della verità, quando Mr White capirà finalmente di essere stato raggirato, la macchina da presa (come già era avvenuto nel più crudo dei momenti della tortura) si rivolge altrove, come se Tarantino volesse riservare a Mr White il più rispettoso dei saluti, nel momento dell’addio.

RESERVOIR DOGS: The Power of its Homoerotic Subtext 20 Years Later -  Cinemalogue

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