La guerra di Mario, di Antonio Capuano (2005)

di Laura Pozzi

Fra i vari meriti che si possono ascrivere a E’ stata la mano di Dio, c’è senza dubbio quello di aver acceso un faro su Antonio Capuano, autore spesso ghettizzato e messo colpevolmente ai margini dalla nostra agonizzante cinematografia. Ci voleva l’acume e la sensibilità di Paolo Sorrentino ( Io resto il suo sceneggiatore e gli sono grato -, ha recentemente dichiarato in occasione della proiezione di Polvere di Napoli, film per il quale fu ingaggiato in veste di co-sceneggiatore) per far riemergere dai granitici abissi di una cinema moribondo e melmoso – a parte qualche rara eccezione – la  scomoda e imponente figura di questo “grande vecchio” (classe 1940) libero e fieramente “indisciplinato” di cui la distribuzione nostrana ha spocchiosamente deciso di fare a meno. Non solo la prodigiosa mano del pibe de oro quindi, ma soprattutto l’iniziatica e salvifica mano di Antonio Capuano, al quale Sorrentino affida non a caso la scena più vibrante e significativa del film,  quella in cui il futuro premio Oscar prende per mano la sua incerta e solitaria esistenza per consegnarla tenacemente a quella settima arte capace di regalargli una vita parallela elevandolo  al di sopra di una realtà tragica e scadente.

Capuano realizza il suo primo lungometraggio nel 1991 con il durissimo e pasoliniano Vito e gli altri. Un esordio crudo, disturbante, senza filtri, con un folgorante piano sequenza iniziale che non lascia scampo. Il racconto di un’infanzia rubata a un gruppo di scugnizzi di periferia viene narrata con brutale spietatezza, ma anche lucida coscienza. La pellicola presentata alla mostra del cinema di Venezia, si aggiudica il premio Settimana Internazionale della critica e Capuano (nastro d’argento come miglior regista esordiente) viene salutato come uno degli esponenti di punta della new wave napoletana. Tuttavia l’indomita e ribelle personalità, la dissacrante ironia e le opere prive di sovrastrutture non gli rendono vita facile tanto da escluderlo (si fa per dire) dal cinema che conta. Ma nonostante l’invisibilità i suoi film oggi, possiedono l’ineffabile candore di miracolose apparizioni. Tra le pellicole più note e meglio distribuite (anche se con inevitabile ritardo e probabilmente grazie alla Fandango) è necessario menzionare e soffermarsi su La guerra di Mario, non perché rappresenti la sua opera migliore, ma perché racchiude al suo interno i tratti caratteristici di un autore che di questi tempi malati è salutare riscoprire. E su questo c’è un contact interessante con l’ultima opera di Sorrentino che, almeno per chi scrive si fa apprezzare, ma non amare per via di quella autenticità fin troppo ostentata che non lascia spazio alle emozioni, ma solo ad un’importante e inderogabile riflessione sulla produzione artistica di un regista avviato con non poche probabilità alla conquista del suo secondo premio Oscar.

Tuttavia è  grazie alla provocatoria, irriverente e fondamentale presenza di Capuano e al suo ululato finale, se Sorrentino ritrova fortunatamente se stesso, quello che è riuscito abilmente e contro ogni pronostico a nascondere per tutta la storia. Finalmente riesce a denudarsi  dando voce al suo dolore e al profondo smarrimento che lo attanaglia dopo la tragica e inaccettabile scomparsa dei genitori. Quel che resta è una giovinezza sconfinata, ma drammaticamente spezzata e sul punto di sgretolarsi se non fosse per quel monito “Non disunirti” gridato da uno strepitoso Ciro “Capuano” Capano. Sorrentino seguirà il suo consiglio, diventerà quello che tutti sappiamo e l’eterna gratitudine verso il maestro vesuviano resterà intatta nel tempo. Capuano da parte sua nel 2005 realizza La guerra di Mario, con protagonisti Valeria Golino (qui di una bellezza e genuinità impressionanti), lo struggente “uomo in più” Andrea Renzi e il sorprendente Marco Grieco nel ruolo del ragazzino che da il titolo al film. Mario è un bambino di nove anni sottratto alla famiglia biologica in seguito a maltrattamenti. Il Tribunale dei minori, dopo varie indagini, decide di affidarlo per un periodo di prova a Giulia e Sandro una coppia colta, borghese, residente nella Napoli bene. La convivenza come da copione si rivela tutt’altro che agevole,  soprattutto per l’uomo via via sempre più destabilizzato da quel ragazzino “in guerra” scontroso e taciturno, con il quale non riesce a stabilire nessun tipo di legame o sinergia. Giulia al contrario cerca in tutti i modi di accoglierlo e assecondarlo ad ogni minima richiesta. Si schiera decisamente contro ogni tipo di educazione repressiva e istituzionale che possa in qualche modo limitare o peggio ancora domare la sua incontenibile, ma vitale disobbedienza.

 Ma la strada è lunga e tortuosa perché Mario è un ragazzino difficile, problematico, refrattario alle regole e a qualsiasi tipo d’inclusione. Alla gabbia dorata costruita da Giulia e Sandro contrappone un mondo parallelo, immaginario dove impersonare l’eroico Shad –sky, dove rifugiarsi insieme a Mimmo il piccolo randagio trovato a Ponticelli e a Luciano il nuovo vicino di banco che non tarderà ad abbandonarlo. Giulia del resto ce la mette tutta, aspira più di ogni altra all’ottenimento di quel ruolo, scomodo e sfiancante reso a tratti insostenibile dall’ingratitudine di un futuro figlio che nega qualsiasi tipo di appartenenza. Ma lei è determinata, si sente protagonista di quella “sfida” nella quale riversa tutte le energie, nutrendosi delle rare e preziosi occasioni in cui Mario allenta la presa e tenta un fugace avvicinamento. Come quando le fa riscoprire la sua bellezza e femminilità dimenticate, attraverso un rossetto che da quel momento in poi indosserà come un trofeo. Ad intralciare questi piccoli passi ci pensano però le istituzioni: giudici, insegnanti, assistenti sociali, psicologi. Tutti si sentono in dovere d’intromettersi nel fragile equilibrio del nascente nucleo famigliare attraverso meccanismi viziosi imbevuti di burocrazia, fedeli ad una legge che ostacola la riappacificazione e mortifica lo stare insieme.

Il film come racconta  Capuano prende spunto da una storia vera, o meglio dalle confidenze di un’amica colta e illuminata, appartenente alla borghesia e volontaria presso una casa famiglia. Qui s’innamora di un bambino e decide di chiedere l’affido. Dopo il periodo di prova le cose non andranno come previsto. Il regista resta folgorato dalle potenzialità cinematografiche di questa storia e dalle innumerevoli sfaccettature che la compongono. La prima è rappresentata dalle incolmabili differenze fra due culture (borghesia e sottoproletariato) che pur facendo parte della stessa città faticano a dialogare e ad incontrarsi. Capuano lavora proprio su questa possibilità, sulla ricerca di un dialogo difficile, ma non impossibile. Certo le contraddizioni sono evidenti, come mostrano mirabilmente gli incontri tra Giulia e la madre naturale di Mario ma nel tratteggiare le difficoltà e il disagio di una condizione privilegiata, l’intensa interpretazione di Valeria Golino non pecca mai di superiorità. In qualche modo Giulia è affascinata dal disordine, dall’indisciplina, dalla crudezza di quel mondo dove Mario diviene diretta emanazione. Tanto che alla notizia di un’inaspettata gravidanza risponde: “Ma io un figlio già ce l’ho”. Per Capuano è importante ribadire come la cultura della gleba continui incessantemente a nutrire la borghesia cittadina attraverso, la letteratura, la musica il teatro, laddove il sottoproletariato elabora la modernità, la borghesia istituzionalizza la creatività. Immersa in una Napoli nervosa e caotica, magnificamente fotografata da Luca Bigazzi, la guerra di Mario, si risolve nell’ennesima sconfitta di un’umanità tragicamente dimenticata.

  

Il film è disponibile su Prime video

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