Comedians, di Gabriele Salvatores (2021)

di Andrea Lilli –

Il cast, da sinistra: Walter Leonardi, il prof Natalino Balasso, Ale e Franz, Marco Bonadei, Vincenzo Zampa, Giulio Pretto.

I comedians sono sei aspiranti comici, sei dilettanti della risata che dopo aver frequentato un corso serale di perfezionamento affrontano la prova finale: un vero palcoscenico, al di là del quale c’è un pubblico sconosciuto da conquistare e un manager pronto a scritturare – “Con un contratto televisivo! In prima serata!”- chi tra loro giudicherà come il migliore. In ballo c’è la possibilità di far finalmente emergere il proprio talento e cambiare lavoro. Uno fa il muratore, uno consegna le pizze, uno è agente immobiliare, uno lavora in fabbrica, uno nelle ferrovie, uno in un night club; tutti sognano di sfondare nel mondo dello spettacolo a cominciare dal varietà, o meglio dalla stand-up comedy, alla Zelig per intenderci (Zelig cabaret milanese, prima che diventasse un format tv). Ma cosa è la comicità? Solo intrattenimento, o una terapia? Una caramella o una medicina? Ridere per evadere dalla realtà, o per ribaltarla? A queste domande rispondono in modo opposto l’insegnante del corso Eddie Barni (Natalino Balasso) e il manager esaminatore Bernardo Celli (Christian De Sica).

Sulla lavagna in aula, il professor Barni cita dal Macbeth di Shakespeare: “La vita è (…) un povero attore sussiegoso che si pavoneggia sulla scena per il tempo che gli è stato assegnato, e poi di lui nessuno ricorderà più nulla”.

Entrambi sono stati comici di successo, hanno pure lavorato insieme ad inizio carriera. Poi, mentre Celli ha scelto la strada della “risata facile” che porta al business, Barni è rimasto tenacemente fedele alle proprie idee, quelle di chi non si considera un semplice prezzolato “fornitore di risate”. Vediamo quali idee, e confrontiamole con quelle del mercante d’arte Celli.

EDDIE BARNI:

La risata è il mezzo, non è il fine. Se voi volete far ridere soltanto, ok, vi auguro buona fortuna, ma non fate perdere tempo a me. Il comico è uno che osa, osa andare a scoprire da cosa fuggono i suoi spettatori, di cosa hanno paura. E ciò che lui va a scoprire è una sorta di verità sulle persone, sulla loro situazione, su ciò che le ferisce, che le spaventa, ma soprattutto su ciò che vorrebbero. Tutte le battute divertenti allentano la tensione. Ma una vera battuta, la battuta di un comico, non basta che allenti la tensione: deve liberare la volontà, il desiderio. Deve aver voglia di cambiare la situazione. Quando la battuta si basa sullo stereotipo e nega la verità per guadagnare una risata, per conservare il favore del pubblico, allora usciamo dall’arte del comico ed entriamo nel mondo dell’intrattenimento, della battuta banale. Non è più comicità, è solletico. Questo è il successo facile. La maggior parte dei comici serve sul piatto paure, pregiudizi, visioni coi paraocchi. Ma i migliori illuminano: fanno veder meglio le cose. Ci aiutano anche a superarle, le paure. Una battuta alimentata dall’ignoranza lascia morire di fame il pubblico.

BERNARDO CELLI:

La gente non vuole troppa verità. Non cercate di essere profondi, siate semplici. Non sto cercando dei filosofi, ma dei comici. Cerco qualcuno che sappia cosa vuole la gente. È la gente che paga i conti: i vostri, i miei, e anche quelli di Eddie Barni. È il pubblico che decide chi diventa una star. Un buon comico può guidare il suo pubblico, certo: ma solo nella direzione in cui il pubblico vuole andare. E la direzione, in una parola, è l’evasione. Là fuori c’è un mondo duro, gli altri hanno i loro problemi, noi li aiutiamo a non pensarci, la nostra è una missione. Noi siamo fornitori di risate. Il pubblico è sempre stupido, ma è un cattivo comico quello che glielo fa scoprire. Non è necessario che voi amiate la gente, invece bisogna che la gente ami voi. Vi dovete saper vendere. Perché se vi date via gratis non vale la pena avervi.

Il problema è che i sei alunni capiscono le ragioni di Barni, ma vogliono il successo, quantomeno il contratto di Celli.

MICHELE – Ma io voglio solo essere famoso… Ricco e famoso.

BARNI – Più di quanto vuoi essere bravo?

Visto l’antagonismo tra i due vecchi comici, poco prima dell’esibizione ciascuno valuta se cambiare il copione: le battute provate nel corso e ispirate da Berni potrebbero non piacere a Celli, anzi, sicuramente gli dispiaceranno. La classe si divide in due schieramenti su questa scelta, che fa esplodere il disaccordo preesistente per questioni private tra i due fratelli Filippo e Leo (Ale e Franz), che recitano in coppia. Il più giovane, Giulio, finirà per scontrarsi anche fisicamente con Sam. La complicità amichevole e solidale creata durante il corso si è dissolta, sul palcoscenico si andrà in ordine sparso, ognuno per sé e tutti contro tutti alla conquista della ribalta.

Nel frattempo fanno le loro incursioni due comparse: una bidella stanca e scorbutica (Elena Callegari, bravissima) e Patel (Aram Kian), un indiano in cerca del corso di lingua italiana e capitato nell’aula sbagliata. Flemmatico, inopportuno ma tempestivo come il connazionale interpretato da Peter Sellers in Hollywood Party, Patel conquisterà, grazie a un paio di battute folgoranti, una nomination da studente al corso successivo del professor Barni.

Quando vedi tutto grigio… Sposta elefante

Infine Celli – un Christian De Sica perfetto nel ruolo: imbolsito, imperioso e laido, ricorda Adolfo Celi – fa la sua scelta, secondo la dichiarata logica manageriale. Barni, imbarazzato per la deviazione imprevista nel corso degli eventi si congratula freddamente con chi vince e incoraggia con calore gli sconfitti, che non considera tali. Il dialogo finale è tra lui (eccellente la prova accorata di Natalino Balasso) e Giulio, alter ego del Barni giovane, che disprezza Celli ma pure rimprovera al vecchio Barni cedimenti e compromessi, pur confermandogli la stima come insegnante. Un dialogo di fine partita che va oltre la disputa sulla funzione sociale del comico, e tocca temi già sfiorati prima: il razzismo, il sessismo, la paura degli altri che genera odio.

Il film, girato nel 2020 in piena emergenza virus e uscito lo scorso giugno tra i primi di quelli ‘congelati’ dalla pandemia, si basa sull’omonima pièce teatrale (1975) del britannico Trevor Griffiths, che Gabriele Salvatores aveva rappresentato nel 1985 al Teatro dell’Elfo di Milano e portato sul grande schermo col film Kamikazen-Ultima notte a Milano (1987). All’Elfo, fondato dal regista di Mediterraneo e di Puerto Escondido, recitarono Claudio Bisio, Paolo Rossi, Bebo Storti, Silvio Orlando, Antonio Catania. Alla sceneggiatura collaborarono Gino e Michele. Va ricordato che con loro Salvatores è stato anche un artefice dello Zelig cabaret (nato nei locali del vecchio Circolo cooperativo di Unità Proletaria), diventato poi programma tv, erede del glorioso Derby club e culla, oltre a quelli nominati, di tanti comedians oggi famosi.

In un periodo storico che vede realizzare sempre meno film comici (quelli non beceri, s’intende), in un’epoca del cinema che registra record di incassi per Checco Zalone laddove in tempi meno cupi i nomi di richiamo ai botteghini erano quelli di Monicelli e Scola, per tacere di altri maestri della commedia all’italiana, speriamo di assistere ad un rapido ridestarsi dell’arguzia nei registi italiani. In attesa di poter riaffollare le sale in libertà, questo film suona come una sveglia.


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