After life, di Ricky Gervais (2022)

di Marzia Procopio

Dare importanza alle cose, questo conta davvero.

Cominciamo col dire che non c’è azione, non ci sono scorciatoie, né eroi, né finali consolatori: la bellezza assoluta di After life, la serie del regista, attore e stand up comedian inglese Ricky Gervais giunta alla sua terza e ultima stagione su Netflix, ha il tocco malinconico e lieve della vita vera, sospesa tra gioia e dolore, disperazione e speranza, luce e ombra. Re-movies ne aveva già parlato qui, ma il grande successo dell’ultima stagione impone ulteriori riflessioni, o forse solo un saluto commosso a una serie che è un vero gioiello. Una moglie che non c’è più, Lisa, lascia una voragine mai più colmabile, l’unico conforto nei video maniacalmente girati, conservati e guardati e riguardati da Tony, il protagonista, con una ostinazione che sarebbe struggente se non diventasse patologica. Insieme ai video, che nelle tre stagioni punteggiano il racconto delle fasi del lutto rimarcando l’indissolubilità di un legame raro, a rendere più sopportabili i giorni ci sono la cagna della coppia, l’alcol, i colleghi di lavoro e altri personaggi di Tambury che gravitano nell’orbita del protagonista.

After life è la storia di una trasformazione attraverso il dolore: divenuto, dopo la scomparsa di sua moglie, cinico, prevenuto, arrogante, quando realizza che la vita è breve e fragile, ma che vale sempre la pena provarci, Tony ritrova la sua tenerezza, la sua capacità di “stare con”. L’uomo fa il giornalista in un giornale locale, e intervista le persone che nella cittadina si sono segnalate per qualche dote o per essere stati coinvolti in eventi particolari; così incontra una sfilata di donne e uomini “strani”, sopra le righe, osservati con occhio dapprima distaccato, poi sempre più benevolo da lui e dal suo fotografo-amico, un uomo poco piacente ma di gran cuore come tutti i membri della redazione del giornale, vero e proprio campionario della commedia umana che si muove tra farsa e tragedia ma sempre còlto nella sua profonda, commovente umanità. Sono tutti, si potrebbe dire, dei losers, dei falliti ben consapevoli di vivere vite di ordinario squallore, alcuni al limite della psico-patologia, ma capaci di manifestare solidarietà, affetto, vicinanza agli altri e alle altre, a Tony in particolare, disegnando un quadro di quella “normale anormalità” che riguarda tutti noi. After life racconta, sempre più nel divenire delle sue tre stagioni, la naturale gentilezza delle persone, la routine di un’esistenza che si svolge nelle piccole cose, negli incontri talvolta sfortunati, talvolta inaspettati e preziosi, e lo racconta con la scrittura e con la magnifica direzione e interpretazione degli attori oltre che con una regia sempre più attenta alla coralità – nell’ultima serie, la più inclusiva, sono molte le vedute dall’alto, che abbracciano l’insieme e inseriscono Tony nel contesto allargato della comunità – e con una struggente colonna sonora.

Al cimitero, dove va tutti i giorni a parlare con Lisa, Tony fa amicizia con una vedova, con cui impara a confidarsi diventandone amico: sarà lei, spesso, a indicargli la via della “guarigione”. Tony è infatti sempre più conscio, via via che il tempo passa, che il suo attaccamento a un passato perduto, la sua rabbia verso il crudele destino e verso “gli altri”, il sarcasmo con cui aggredisce se stesso e gli altri, colpevoli di non aver “subìto il danno”, sono il segno di una malattia che rischia di perderlo. Desidererebbe morire, troppo vigliacco per togliersi la vita, e ignora i doni che essa gli pone davanti. Tony non se ne rende conto, ma è il meno perdente di tutti: gli amici gli vogliono bene, gli vuole molto bene anche Emma, l’infermiera che l’uomo ha conosciuto nella casa di riposo del padre, che lo ama ma si rassegna infine ad averlo solo come amico, perché lui ha deciso che ciò che ha avuto con e grazie a Lisa gli basta per sempre. Niente di troppo, sembra quasi dire: quando la vita ti ha già dato e tolto tutto ciò che poteva, resta solo vivere il tempo che ci spetta prima della fine. Così, nel tempo, l’uomo comprende il valore dell’amicizia, si ri-assume davanti alla sua piccola comunità, e alla moglie Lisa, con la quale continua a intessere un dialogo ideale, la responsabilità di tornare a vivere: non la vita di prima, ma una in cui la gentilezza può manifestarsi liberamente e la speranza aleggiare, addirittura divenire promessa e rinascita, almeno nelle vite degli altri. Perché di amore vero, per gli uomini come lui, ce n’è uno solo, ma la vita può essere degna di essere vissuta finché si può vivere insieme e per gli altri.

Nella stagione conclusiva, Gervais gioca sui suoi punti di forza, si centra, tira le fila per stanare Tony, entrato in una nuova fase del ciclo del lutto; la rabbia. Tony ha accettato di non volersi davvero togliere la vita (anche se, comicamente, “non vede l’ora di morire”), che vale la pena di essere vissuta. La sua “terza stagione” rivela uno scopo: il bisogno umano di trovare qualcosa per cui alzarsi al mattino. Avere uno scopo è la radice principale della felicità, e per essere felici basta lasciare il mondo un posto migliore, senza combattere l’universo con auto-sabotaggi, risentimento e amarezza. Nella prima stagione, Tony era sgradevole con le persone a cui teneva, adesso no; adesso Tony sorride, e lo fa con il sorriso pulito, sincero, limpido di Ricky Gervais, uno che sa che quel sorriso, che è anche degli occhi vispi e acuti, ha il potere di incidere positivamente su coloro che lo circondano. Riuscirà Kath a trovare una cura per la sua solitudine? Riuscirà Emma a trovare l’emozione che sta cercando al di fuori del lavoro? Riuscirà Matt a trovare un modo per “lasciare andare le cose”? La terza stagione è il canto corale di personaggi che cercano di formulare il loro prossimo capitolo. Naturalmente, il discorso sul lutto resta la pietra angolare della trama; tuttavia, la vita davvero continua. I filmati di Lisa procurano meno dolore: è il riflesso dei conti che Tony sta facendo con l’accettazione, con il dovere di vivere convivendo con il dolore ma senza punirsi e punire nessuno al solo pensiero che la felicità possa ricapitargli.

C’è però un altro messaggio, forse il più importante, che arriva con il capitolo finale: tutti abbiamo le nostre stranezze e problemi diversi, di cui nessuno è più importante di un altro. La vita è un pasticcio, e siamo tutti marginali; il postino innamorato della prostituta, l’insegnante di recitazione inopportuno e malato, il terapeuta pazzo, tutti arrancano, e i loro limiti non restano mascherati, ma esposti e trascinati sul pavimento davanti agli occhi del pubblico, salvati però dai momenti in cui la comunità distilla goccia a goccia la sua umanità, in cui la gentilezza e la bontà tracimano trasformando la realtà: la scena nell’ospedale davanti ai bambini malati di cancro, i soldi di Lisa regalati agli amici perché possano trovare un po’ di conforto, infine la scena del commiato, di una delicatezza straziante e un miracoloso senso della misura e del kairòs, avrebbero detto i Greci, che ci dice di guardare con Tony al caos della vita, alla futilità della nostra specie che caracolla verso la morte, e continua a insistere, ad ammonirci che tutti noi meritiamo ancora una possibilità di felicità. Non ci sono spiritualità né significati cosmici, nel modo in cui l’autore, attraverso Tony, racconta le storie dei tanti disadattati della città. Come il “fanciullino” di Pascoli, Gervais vede il miracolo nei suoi disadattati, nei suoi sconfitti, il grandissimo nel piccolissimo: moglie e figlio possono così consolare Matt, il fratello di Lisa, dopo che è stato umiliato da quattro bulli alla fiera del paese. La vita è sempre molto uguale, a Tambury, ma la felicità è possibile: questo ci dice lo sguardo indulgente e amorevole della macchina da presa, che indugia sulle storie di questi insignificanti personaggi, ciascuno sfortunato a modo suo, eppure testardi nella loro ricerca della felicità delle piccole cose del quotidiano, tanto più eroici e dignitosi nella sconfitta. Si osservi, però, che non c’è scadimento nell’opposta polarità, non c’è la retorica delle “buone cose di pessimo gusto”, né un vero happy ending: non sappiamo se Emma troverà l’amore nella vecchia fiamma rincontrata per caso, o Kath nell’uomo conosciuto alla fiera, né se Matt salverà il suo matrimonio. La vita resta ciò che è, una battaglia per conquistarsi un po’ di serenità, ma in questa battaglia non siamo mai da soli, se sappiamo guardarci intorno.

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