Il giardino dei Finzi Contini, di Vittorio De Sica (1970)

di Federico Bardanzellu

Dominique Sanda

Il giardino dei Finzi Contini è tratto dall’omonimo libro di Giorgio Bassani pubblicato nel 1962. L’autore nacque nel 1916 a Bologna da una benestante famiglia ebraica ferrarese. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella città degli estensi. Il romanzo vinse il Premio Viareggio nello stesso anno della pubblicazione.

Il film di Vittorio De Sica, girato nel 1970, ottenne riconoscimenti ancor più numerosi. Su tutti, il Premio Oscar 1971 per il miglior film straniero. Fu il quarto Oscar nella medesima categoria ottenuto da De Sica, dopo Sciuscià, Ladri di Biciclette e Ieri, oggi e domani.

Con tale riconoscimento, nella graduatoria dei riconoscimenti ottenuti a Hollywood, De Sica staccò temporaneamente Federico Fellini, fermo a tre Oscar. Pochi anni dopo, però, Fellini aggancerà nuovamente il regista di Sora, vincendo anche lui il quarto Oscar con Amarcord. All’Accademia del Cinema, sfortunatamente, non ebbe successo la nomination per la miglior sceneggiatura non originale di Ugo Pirro e Vittorio Bonicelli.

De Sica, tuttavia, vinse anche l’Orso d’Oro a Berlino 1971 per la miglior regia, mentre il film ottenne il David di Donatello nello stesso anno. Un altro David lo vinse Romolo Valli come miglior attore non protagonista e la scenografia di Giancarlo Bartolini Salimbeni. Il Globo d’Oro come attore rivelazione lo vinse Fabio Testi e, per concludere, le musiche di Manuel De Sica ottennero la nomination ai Grammy Award 1973.

Una pioggia di premi e riconoscimenti, dunque, per Il Giardino dei Finzi Contini, che può essere senz’altro considerato l’ultimo dei grandissimi film di De Sica. Il maestro, infatti, se ne andrà solo quattro anni dopo, nel 1974.

Locandina del film

Trama del film

I Finzi Contini sono una ricca famiglia ebrea dell’alta borghesia di Ferrara. Le leggi razziali provocano l’espulsione degli ebrei dal circolo del tennis della città. La famiglia decide quindi di permettere agli amici dei giovani Micòl (Dominique Sanda) e Alberto (Helmut Berger) di frequentare il magnifico parco della propria villa dove c’è un campo da tennis. Fra costoro ci sono Giorgio (Lino Capolicchio), anch’egli ebreo, figlio di un commerciante meno altolocato dei Finzi Contini. Sia nel libro che nel film Giorgio è l’alter ego di Bassani, di cui mantiene il nome. Della comitiva fa parte anche il bel milanese Giampiero Malnate (Fabio Testi), amico di Giorgio ma di qualche anno più grande e più intraprendente con le donne.

Giorgio è innamorato di Micòl fin dalla prima adolescenza. La ragazza, però, sembra provare per lui solo un sentimento fraterno. Vi sono flashback di questi primi timidi rapporti adolescenziali tra i ragazzi nei quali il regista de I bambini ci guardano e Sciuscià, esprime le sue qualità migliori. I flashback rimandano a quando il giovanissimo protagonista scopre di essere stato rimandato in matematica. Disperato, scappa e inizia a vagabondare per la città, finendo per giungere davanti al muro di cinta che delimita il giardino dei Finzi-Contini. Qui incontra Micòl, ormai tredicenne, che riesce a consolarlo e lo invita a scavalcare il muro per entrare nel giardino. Per la prima volta il protagonista sente di provare per la giovinetta un sentimento più forte dell’amicizia e sogna, e allo stesso tempo dispera, di riuscire a darle un bacio, ma poi la ragazza viene richiamata e l’occasione sfuma. Chiaramente, questo “scavalcamento del muro” è simbolica. In tale occasione rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con la conseguente emersione dei primi turbamenti sessuali.

Nel frattempo la situazione per gli ebrei si fa sempre più pesante. A Giorgio viene impedito di frequentare la biblioteca dell’università e, per laurearsi, il padre di Micòl (Romolo Valli) gli mette a disposizione la sua biblioteca privata. Micòl trascorre qualche tempo a Venezia per finire l’università e al suo ritorno a Ferrara respinge definitivamente Giorgio. Nel prosieguo si scoprirà il motivo: Micòl e il Malnate sono amanti. Avevano di nascosto rapporti già da tempo in una baita del giardino, dopo che il milanese scavalcava furtivamente il muro di cinta della villa. Qui il muro simbolizza il confine tra un mondo ingenuo e platonico e quello del disincanto e della trasgressione.

Il Malnate trascorre con Micòl l’ultima notte prima di partire per il fronte russo, dove purtroppo cadrà. A causa di una malattia muore anche Alberto Finzi Contini, del quale si fa velatamente intuire l’omosessualità. È questo un tema caro a Bassani che altre volte ha proposto al cinema. Tratto da un altro suo libro, infatti, e il film Gli occhiali d’oro di Giuliano Montaldo, anch’esso ambientato nella borghesia ferrarese.

Gli avvenimenti precipitano fino alla tragedia finale dell’olocausto. Giorgio riesce a nascondersi per non finire prigioniero dei nazifascisti. La famiglia Finzi Contini è prelevata dalla villa e condotta in una scuola, usata come smistamento verso i campi di sterminio degli ebrei ferraresi. Micòl si ritrova con la nonna nella stessa aula che aveva frequentato da bambina. Il suo pensiero non è per il Malnate ma per Giorgio. Ciò dimostra che provava per lui un sentimento d’amore superiore a quello fisico. Non ne conosce il destino ma vuole che almeno lui si salvi. Tra i prigionieri incontra il padre del ragazzo, che la informa della sua fuga da Ferrara. I due si abbracciano guardando fiduciosi dalla finestra, quasi affidando al fuggitivo il compito di narrare la loro storia.

Differenze tra realtà, testo originale del libro e sceneggiatura

Nella pellicola non si utilizza la tecnica dell’io narrante, che nel romanzo si evince essere Giorgio, cioè lo stesso autore, anni dopo gli avvenimenti. Regista e sceneggiatori hanno optato, quindi, per una narrazione filmica dialogante.

Come detto, Bassani trascorse effettivamente l’infanzia a Ferrara. Il suo romanzo è ispirato alla vera storia della famiglia Finzi Magrini, il cui capofamiglia era presidente della comunità ebraica cittadina. Benestanti, abitavano veramente in una villa con giardino e campo da tennis. Dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938 e poi l’occupazione nazista, i Magrini subirono il destino riservato agli altri ebrei italiani, cioè la deportazione e lo sterminio. Bassani riuscì a salvarsi rocambolescamente, così come il protagonista del libro e del film.

I coniugi Finzi Magrini avevano la figlia Giuliana e il figlio Uberto. Lo stesso Bassani confermò in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Resto del Carlino di essersi ispirato alla famiglia Magrini. Negò tuttavia ogni identificazione tra la loro figlia Giuliana e la Micòl del romanzo. Sarebbe però strano, a parere di chi scrive, che tutto coincida con la realtà tranne l’elemento centrale. Cioè l’infatuazione non ricambiata dell’autore del libro. La smentita di Bassani è spiegabile con la volontà dello scrittore di evitare illazioni sulla serietà della protagonista reale (tra l’altro anche lei barbaramente trucidata in un lager nazista), vivendo in un’epoca di costumi molto più morigerati dell’attuale.

Inizialmente Giorgio Bassani cooperò alla stesura dei dialoghi e della sceneggiatura del film. Dopo alcuni disaccordi e malintesi, l’autore del libro entrò in aperto conflitto con De Sica. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’esplicitazione visiva, nel film, della relazione sessuale tra Micòl e Malnate. Nel romanzo, invece, l’autore l’aveva lasciata soltanto intuire.

Ciò non toglie che l’esperienza cinematografica con De Sica e gli altri due sceneggiatori del film, Ugo Pirro e Vittorio Bonicelli, abbiano minato alcune certezze di Bassani circa la “graniticità” della sua opera. Il giardino dei Finzi-Contini, infatti, confluì, con numerose varianti, come terza parte della trilogia Il romanzo di Ferrara del 1974. Nuove modifiche al testo letterario Bassani le operò per l’edizione del 1976; altre ingenti variazioni apparvero pure nell’edizione definitiva del 1980.

Contrariamente al romanzo, il film si chiude con l’episodio della deportazione, lasciando allo spettatore il compito di trarre le impressioni finali. Nel romanzo, invece, tale onere è affidato a Giorgio, fuggito in tempo all’estero che racconterà la storia della sua giovinezza e del suo primo amore impossibile, rievocando i fatti a distanza di 14 anni.

Cast

Helmut Berger e Fabio Testi

La felice scelta del cast è, chiaramente, uno dei meriti del regista. Il personaggio di Giorgio è convincentemente interpretato da Lino Capolicchio, allora solo ventisettenne.

Splendida la scelta di Micòl nella persona di Dominique Sanda. L’attrice francese buca lo schermo imponendosi come il personaggio centrale della pellicola, ancor più del timido Capolicchio, sapientemente lasciato in secondo piano dal regista. La Sanda lo fa non con la preponderanza di una Loren (tanto per citare l’attrice forse preferita da De Sica) o di una Magnani. Lo fa con un’incredibile profondità di espressione ed esprimendo una sensibilità straordinaria.

Ottima l’interpretazione del bel Fabio Testi nei panni di Giampiero Malnate, da lui indossati (quasi sempre) nel momento massimo della sua carriera seduttiva. La scelta dell’interprete di Alberto, il fratello omosessuale di Micòl, non poteva che ricadere su Helmut Berger, già individuato più volte da Visconti per parti simili. Ineccepibile, infine, Romolo Valli nella parte del padre di Giorgio che, come detto, gli frutterà il David di Donatello 1971 come miglior attore protagonista.

Scenografia e costumi

Le location sono state individuate da Giancarlo Bartolini Salimbeni. L’ingresso del giardino nel film è a Ferrara in Corso Ercole I d-Este, molto vicino alla casa posta al numero civico 76 di via Borgo Leoni dove abitavano veramente i Finzi Magrini. Le riprese del giardino sono state però girate a Villa Ada in Roma. Quelle della villa Finzi Contini nella villa Litta Bolognini di Vedano, adiacente al Parco di Monza. Altri esterni sono stati girati a Ferrara, dando particolare evidenza al Castello Estense e alle mura cittadine, al Palazzo Diamanti, alla Cattedrale di San Giorgio e ad altre celebri vie, allo scopo di far rivivere l’atmosfera cittadina, secondo le direttive del regista.

L’atmosfera dell’epoca è invece valorizzata dai costumi. È questo un elemento che la maggior parte dei critici ha trascurato. Eppure Il giardino dei Finzi-Contini è sostanzialmente un film in costume, vista la differenza del modo di vestire degli anni ’40 e l’immediato post sessantotto.

Il giardino dei Finzi-Contini rappresenta uno di quei pochissimi casi in cui la riduzione cinematografica è superiore al libro da cui ha avuto origine. Non per demerito di Bassani, che riteniamo uno dei maggiori romanzieri italiani del novecento, ma per merito dell’immenso Vittorio De Sica. Ne Il giardino dei Finzi-Contini non ha solo beneficiato per aver trasposto cinematograficamente uno dei capolavori della letteratura italiana. E non è stato eccellente soltanto nella scelta e nella direzione del cast, come detto prima. Ma anche come supervisore della scenografia e dei costumi, nonché delle musiche, affidate al figlio Manuel.

Con questo suo quart’ultimo film, dopo aver eccelso come attore e regista nei film dei telefoni bianchi; dopo aver innovato la cinematografia mondiale con il neorealismo; dopo aver saputo trarre il meglio dalla Loren e amalgamarla nientemeno che con Mastroianni negli anni sessanta, De Sica ha saputo affermarsi come regista a 360 gradi.

Dominique Sanda e Lino Capolicchio

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