La stazione, di Sergio Rubini (1990)

di Andrea Lilli –

Sergio Rubini, attore, classe 1959, ha girato finora quattordici film da regista. Il primo, La stazione, è quello con cui ha raccolto il maggior numero di applausi ‘istituzionali’: un premio a Venezia, due David di Donatello, due Nastri d’argento, un Globo d’oro e due Ciak d’oro, per un totale di otto riconoscimenti (cinque a Rubini e al film, tre a Margherita Buy come attrice protagonista). Si pensi quel che si vuole dei premi italiani – non sono comunque scientifiche unità di misura della bellezza dei film -, ma oggi è pacifico che se esiste un cult film di Rubini è senz’altro questo, e se per assurdo ci fosse l’obbligo di portare sulla solita isola deserta almeno un film con Margherita Buy, in tanti non esiterebbero a mettere in valigia questo gioiellino.

A proposito di bagagli, la trama del film. Un capostazione (figura mitica del secolo scorso, in via di estinzione, sostituita da un invisibile “dirigente movimento”, mentre sono definitivamente sepolte quelle del facchino, dell’addetto al deposito bagagli e oggetti smarriti, del venditore ambulante tra i binari, e la tecnologia ha da tempo iniziato a sottrarre i posti ai bigliettai e agli stessi macchinisti), dicevamo un capostazione-dinosauro orgoglioso di esserlo svolge il suo lavoro in una piccola stazione pugliese, in mezzo al nulla.

Si chiama Domenico, è un uomo tranquillo, metodico e coscienzioso, porta la divisa blu ben stirata e soffia nel fischietto con la dignità di chi avverte tutta la responsabilità del ruolo, pur in una stazione di estrema periferia come quella del paesino di San Marco. Anche il padre era stato capostazione (notare che Sergio Rubini, nato in un piccolo centro della provincia barese, è realmente figlio di un capostazione). Domenico vive con una madre ipocondriaca e petulante ed è fidanzato con una Ninuccia che non vedremo mai, perché in missione a Lourdes col gruppo parrocchiale, ma il capostazione sopporta questo ed altro con leggerezza, ci è abituato da sempre. Nei lunghi intervalli tra i pochi treni che passano e i pochissimi che si fermano, il tempo scorre senza sorprese nella stazione San Marco; sicché il solerte Domenico si mantiene sveglio cronometrando ciò che lo circonda (l’uscita del caffè dalla moka, la combustione nella stufa di un pezzo di legno, il periodico spalancarsi di un mobile difettoso) e applicandosi allo studio della lingua tedesca (sogna di prendere un giorno l’espresso Bari-Francoforte: lo stesso sogno del padre, irrealizzato). Come massimo svago c’è un piccolo televisore in bianco e nero. Ma ogni stazione è una destinazione, e l’azione del destino prima o poi arriva anche a San Marco, sconvolgendo la vita ordinata di Domenico.

In una notte buia e tempestosa – piove a dirotto – compare Flavia. È bella come il sole, elegante nel vestito da sera generosamente scollato; i tacchi alti sembrano allontanarsi dal pavimento come il linguaggio della fanciulla da ogni volgarità; la bionda chioma non è stata certo acconciata da un parrucchiere locale. L’alta società incontra la piccola borghesia. Vuole un biglietto per il primo treno diretto a Roma o a Milano, ovviamente in prima classe. Domenico mantiene un certo contegno, ma il suo equilibrio è in evidente pericolo. La divisa e l’orario imparato a memoria lo aiutano ad affrontare l’assalto di fantasie impreviste con le armi della realtà: il primo treno disponibile è quello per Bari delle 06 e 12, la signorina dovrà aspettare. Due pianeti di orbite diverse, se non opposte, ignari l’uno dell’altro ma incuriositi dovranno convivere in pochi metri quadri al calore di una stufa a legna, mentre fuori piove un mondo ostile per lei, improvvisamente trascurabile per lui. Da qui in poi la prova dei due attori si fa superlativa (notare che quando fu girato La stazione Sergio Rubini e Margherita Buy erano legati sentimentalmente, e prima di trasformarla in film avevano portato la commedia, scritta da Umberto Marino, nei teatri di tutta Italia, sempre con Ennio Fantastichini nella parte di Danilo).

Mentre i due si studiano arriva Danilo, il fidanzato della donna, da cui lei sta fuggendo. Vuole impedire alla ragazza di andarsene. Il mistero di Flavia si svela agli occhi di Domenico, che gli eventi trasformeranno da incantato spettatore a cavaliere ardimentoso e astuto. Danilo è fisicamente il doppio di lui, è sovreccitato, furioso. Fantastichini lo sa fare bene il bullo marcio dentro, il romano senza scrupoli reso folle dall’eventualità di perdere il controllo sulla fidanzata, o meglio sull’unica possibile soluzione per certi problemi finanziari. Flavia col suo conto in banca stanno per andarsene, Danilo non può permetterlo. Cerca di riacchiappare Flavia, con disperazione e violenza crescenti. Il capostazione interviene in difesa della ragazza e il film diventa in accelerazione un thriller su una lotta all’ultimo sangue, con spranghe, incendi, e finale agrodolce.

Sergio Rubini, Margherita Buy, Ennio Fantastichini

Qual’è la qualità principale de La stazione? La potenzialità tragicomica dell’attore Rubini, che in qualche modo rievoca la maschera paradossale di Buster Keaton, è stata pienamente sfruttata dal Rubini regista, ma non sarebbe bastata a raggiungere l’obiettivo. Qui ci si propone qualcosa di più che ridicolizzare i prepotenti e scavalcare i pregiudizi; oltre a questo si vuole percorrere un sentiero nella selva intricata dei rapporti di classe e di sesso, sfiorando anche il tema dei razzismi regionali, ma con leggerezza, senza pretendere di raggiungere cime.

La forza de La stazione sta nella semplicità della storia, che esalta il modo in cui viene raccontata. Il buono, il cattivo, la donna in fuga, la contesa. Il buono osa e vince, ma non più di quanto gli conviene/viene imposto dalle circostanze. Lo scontro tra desiderio e realtà. Il racconto è così essenziale, così elementare il suo quanto cinematografico che il pepe, la tensione della suspence viene affidata al come la trama si dipana. E, poiché oltre che un thriller questa è una storia delicata tra due che prendono il treno dei desideri che all’incontrario va, diventano fondamentali i contenuti espliciti e impliciti dei dialoghi, i gesti trattenuti, quelli impacciati, il detto delle parole e quello degli sguardi, l’economia delle poche comparse (i ferrovieri da una parte, gli amici di Danilo dall’altra), l’architettura del montaggio, la drammaticità del buio e il sollievo delle luci, il fragore del diluvio, il primo cinguettare degli uccelli all’alba.

Sergio Rubini al suo esordio dietro la macchina da presa riesce ad amalgamare questa maionese: con metodo artigianale la fa perfetta come mai più in futuro.


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