L’infanzia nel Cinema

di Luca Iuorio

IL MONELLO – Charlie Chaplin (1921)

Charlie Chaplin attinge ai ricordi della sua infanzia londinese per girare un film «che fa ridere e, forse, piangere», e che a distanza di oltre 90 anni, dopo aver commosso intere generazioni, è ancora capace di catturare lo spettatore. Merito di uno stile sobrio e immediato, marchio di fabbrica di Chaplin, e di una predilezione, esplicitamente dickensiana, per la critica sociale filtrata attraverso la lente del comico e del grottesco.

ZERO IN CONDOTTA – Jean Vigo (1933)

Gli ideali antesignani dell’Antoine Doinel di Truffaut sono i quattro collegiali protagonisti di Zero in condotta di Jean Vigo. Anarchici e ribelli contro la disciplina della società borghese al punto da escogitare una tremenda vendetta sotto forma di insurrezione non violenta contro i sorveglianti che li hanno puniti per il cattivo comportamento. Irriverente, ironico, poetico, velatamente amaro.

SCIUSCIÀ – Vittorio De Sica (1946)

Un film di denuncia di strutture oppressive e disumanizzanti come i riformatori, di critica sociale e politica. L’approccio di De Sica è puramente umanistico, il suo sguardo è carico di pietas e rispetto per i personaggi e per la loro innocenza perduta. Secondo capitolo di una trilogia sull’infanzia che comprende I bambini ci guardano (1943) e Ladri di biciclette (1948).

GERMANIA ANNO ZERO – Roberto Rossellini (1948)

L’infanzia vittima di un mondo che gli adulti hanno ridotto in rovina, il ritratto di un Paese devastato mostrato attraverso l’angoscia di un bambino incolpevole. Germania anno zero è un’opera lancinante e fondamentale, di permanente attualità, che superando la distinzione tra soggettivo e oggettivo e congiungendo l’universale e l’intimo, il sociale e il privato.

IL RAGAZZO DAI CAPELLI VERDI – Joseph Losey (1948)

Parabola lampante contro la guerra, l’intolleranza e la paura del diverso; elogio della diversità contro il conformismo e l’ipocrisia. Simbolismi chiari e leggibili: il verde dei capelli del protagonista Peter è una possibile conseguenza della radioattività (sono passati soltanto tre anni dalle bombe su Hiroshima e Nagasaki) ma anche un messaggio di speranza e di fede nella vita. Con più rabbia e più pessimismo, Losey tornerà su argomenti simili nel 1963 con Hallucination.

I QUATTROCENTO COLPI – François Truffaut (1959)

Tra i film fondamentali della Nouvelle Vague, primo capitolo del ciclo di Antoine Doinel e primo grande film di Truffaut sull’infanzia (seguiranno Il ragazzo selvaggio e Gli anni in tasca), I quattrocento colpi è la storia di un figlio poco amato e studente ribelle, insofferente alla disciplina, che trova conforto nei libri e nel cinema, vive l’esperienza del riformatorio, cerca costantemente una via di fuga verso la libertà.

L’INFANZIA DI IVAN – Andrej Tarkovskij (1962)

Primo lungometraggio di Andrej Tarkovskij, Leone d’Oro a Venezia nel 1962. Ricco di sequenze memorabili, che contrappongono immagini di limpida felicità, ricordo di una fanciullezza pura e innocente, e gli orrori della guerra, sopraggiunta tragicamente a trasformare il piccolo Ivan in un bambino “disumano”,un martire che ha perso la gioia di vivere, «proiettato suo malgrado nella guerra, tutto intero fatto per la guerra» (Jean-Paul Sartre).

BENVENUTI, OVVERO VIETATO L`INGRESSO AGLI ESTRANEI – Elem Klimov (1964)

Tra i capolavori del cinema sovietico, una commedia dal carattere anarchico e sfacciato che prende di mira l’ottusità delle persone deputate all’educazione dei bambini. «Un’allegoria del nostro Paese e dell’idiozia di un sistema che cancella le individualità», ebbe a dire il regista Elem Klimov. Non a caso la burocrazia sovietica tentò di boicottarlo. Ideale complemento di Zero in condotta di Jean Vigo.

ALICE NELLE CITTÀ – Wim Wenders (1973)

Felix, un uomo schivo, stanco e indolente, incontra Alice, una bambina libera, istintiva, vivace, in cerca della madre che l’ha abbandonata. Felix e Alice intraprendono un viaggio che diventa un percorso di rivelazione. Tra loro nasce un rapporto fatto di spontaneità, comprensione e tenerezza, che permette a Felix di guarire dall’egoismo e dall’apatia e ad Alice di ritrovare gli affetti perduti. Road movie esistenzialista che trasuda cinefilia e amore per la letteratura.

CRÍA CUERVOS – Carlos Saura (1975)

Film allegorico e complesso, letto e interpretato negli anni secondo molteplici livelli di lettura, lascia il segno, al di là delle interpretazioni in chiave politica e psicanalitica, per la capacità di introspezione dell’animo di una bambina che vive sulla propria pelle, senza occasione di evasione, un’infanzia di paure e malinconie, sogni e turbamenti, che si scontra puntualmente con la crudeltà e le disillusioni del mondo degli adulti. Funereo quanto indimenticabile, anche per merito della protagonista Ana Torrent, che dà vita a un personaggio «inquietante, perché inafferrabile» (Di Giammatteo, Bragaglia).

E. T. – L’EXTRA-TERRESTRE – Steven Spielberg (1982)

La purezza di cuore dei bambini, la loro capacità di capire e accettare l’altro da sé come unica possibilità di speranza in un futuro migliore. Una contrapposizione netta con il mondo degli adulti, fin troppo freddo e razionale. Un film che può sembrare ruffiano a un pubblico, ma che ha dalla sua la capacità di trovare un equilibrio quasi miracoloso tra naturalezza e melodramma, emotività e comicità, buonismo e critica sociale. E che non a caso è stato uno dei più grandi successi del cinema mondiale.

FANNY E ALEXANDER – Ingmar Bergman (1982)

Il piccolo Alexander è l’alter ego di Ingmar Bergman, in un film che può essere considerato un compendio dei temi cari al regista svedese. Ripercorrendo il tempo della propria infanzia attraverso gli occhi da sognatore di Alexander, capace di rendere viva e concreta la dimensione del magico e del fantastico, Bergman rappresenta la vita come uno spettacolo in cui «tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Su una vacillante base di realtà, l’immaginazione fila e tesse nuove trame».

PAPÀ È IN VIAGGIO D’AFFARI – Emir Kusturica (1985)

Il piccolo Malik è il protagonista di un romanzo di formazione che si svolge sullo sfondo di un momento storico cruciale per la Jugoslavia: gli scontri tra titoismo e stalinismo che, verso la fine degli anni ’40, costarono l’internamento nei campi di lavoro a molti uomini, senza processo e spesso sulla base di informazioni sommarie. Una commedia agrodolce e divertentissima, ricca di rimandi al neorealismo italiano e al cinema di Tarkovskij.

DOV’È LA CASA DEL MIO AMICO? – Abbas Kiarostami (1987)

La lunga e difficoltosa odissea del piccolo Ahmad, alla ricerca del compagno di scuola a cui ha sottratto per errore il quaderno. Abbas Kiarostami combina con semplicità disarmante suspense e poesia, realismo e fantastico. Le peregrinazioni di Ahmad, le sue richieste di aiuto a uomini quasi sempre noncuranti e maldisposti assurgono a metafora delle barriere che separano il mondo dell’infanzia dal mondo degli adulti.

IL LADRO DI BAMBINI – Gianni Amelio (1992)

Il percorso di scoperta, accostamento e reciproca conquista tra il carabiniere Antonio e i piccoli Rosetta e Luciano, che per pochi giorni tornano bambini dimenticando l’orrore di un’infanzia negata, è emozionante quanto dolente. Road movie rosselliniano che diventa l’occasione per raccontare un Paese, l’Italia, e la sua abiezione morale e sociale. Gianni Amelio si pone dalla parte degli umiliati e offesi con partecipazione e lucidità, senza concessioni alla retorica.

L’ESTATE DI KIKUJIRO – Takeshi Kitano (1999)

Elogio dell’infanzia e del gioco, del lato gioioso della realtà, quello capace di allontanare e celare il lato doloroso della realtà. Surreale e ricco di gag, un miracolo di equilibrio e di misura. Kitano evita ogni facile concessione al sentimentalismo; ciò nonostante, è praticamente impossibile non commuoversi.

ROSETTA – Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne (1999)

Riflessione disperata, tragica sulla crudeltà del mondo e sulla sventure quotidiane di una ragazza costretta a combattere contro i padroni, contro la madre alcolista e perfino contro chi condivide con lei un’esistenza da emarginato. Eredi del cinema neorealista come di Bresson, i fratelli Dardenne pedinano la giovane protagonista con uno stile privo di qualsiasi compiacimento, allo scopo di «provocare nello spettatore l’esperienza della sofferenza per l’altro, della sofferenza alla vista delle sofferenze altrui: è il modo in cui l’arte può ricostruire l’esperienza umana» (Luc Dardenne).

FATHER AND SON – Hirokazu Kore-eda (2013)

Kore-eda, attraverso il suo cinema profondamente umanista, ha esplorato con costanza la complessità dei legami di sangue interrogandosi su cosa costituisca realmente una famiglia. E lo ha fatto mettendo spesso e volentieri la macchina da presa al livello dello sguardo dei bambini. In questo film di rara delicatezza, i piccoli Keita e Ryusei osservano due coppie di adulti che scoprono, a distanza di sei anni, che i rispettivi figli sono stati scambiati in ospedale subito dopo la nascita, ritrovandosi così alle prese con un dilemma morale e gravoso: accogliere il figlio naturale o continuare a crescere il bambino finora accudito e amato?

2 risposte a "L’infanzia nel Cinema"

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  1. andrebbe citato , come esempio in negativo : Marcellino pane e vino

    Marcellino è il solito orfano sfigato, non si capisce come, vive in un convento con una schiera di vecchi frati.
    Questi vecchiacci, oltre ad usarlo come garzone e ragazzo delle pulizie, lo mandano in giro scalzo e con sbrindellati calzoni al ginocchio tenuti su da una sola bretella in diagonale.

    Il bambino sente il bisogno di un amico e lo trova in un enorme crocefisso abbandonato nella soffitta del convento.

    Il bambino comincia a parlare con questo polveroso, scuro e spaventoso crocifisso e gli porta pane e vino sottratti alla dispensa dei frati.
    Quando il bambino chiede di poter vedere la sua mamma morta, il crocifisso, gli dice “Vieni, te la mostro”, lo prende in braccio ed il bambino muore.

    E’ un vero e proprio horror.

    Non bisogna fidarsi delle promesse fatte in Chiesa, da chiunque provengano.

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