Lost souls in Las Vegas: Hard Eight (Sidney, 1996) e The card counter (Il collezionista di carte, 2021)

di Alberto Scalcon

Remembering James Brogan

Aveva ragione il papà di Monty Brogan nel suo indimenticabile flusso di coscienza, poetico epilogo della 25a ora, a dire che nelle città del deserto ti puoi rifare una vita da zero. Ma chi ha perso lo stimolo o la forza per ricominciare, nel deserto preferisce semplicemente fuggire senza una meta precisa, cercando di mimetizzarsi il più possibile nella vastità degli spazi uniformi dell’entroterra. Ovviamente questi individui scappano da loro stessi e da un passato troppo pesante e ingombrante per poter essere condiviso con una collettività ordinaria. Perlopiù cercano loro “simili”, anch’essi figli di un vissuto oscuro e indicibile: anime perse in un microcosmo per loro piacevolmente indifferente alla diversità esistenziale e narcotizzato affettivamente dalle ferite dell’anima o dai debiti di gioco.

Hard Eight e The card counter, primo e ultimo film rispettivamente di Paul T. Anderson e Paul Schrader, condividono tragitti incerti intrapresi nel cuore della notte, strategie di gioco che sfidano la legalità o la tolleranza dei casinò, mentori facoltosi che cercano giocatori di razza su cui investire qualche gruzzolo, segreti tragici da nascondere o da dimenticare, ma che inevitabilmente presto o tardi verranno a galla.

Nel suo esordio il regista di Magnolia delinea già con convinzione e lucidità l’essenza della sua poetica filmica che rivelerà fin da subito una decisa propensione al non allineamento con i dettami classici hollywoodiani.

La struttura narrativa del film rappresenta uno degli elementi di maggiore originalità e interesse in chiave analitica. A dispetto della presenza di molta materia fortemente drammatica, Anderson si prodiga attraverso una concatenazione delle sequenze di nesso digressivo anziché causale, a raffreddare o procrastinare le potenziali esplosioni di pathos, generate dalle sospirate risoluzioni dei conflitti o dallo svelamento degli interrogativi filmici.

Il cinema indipendente americano degli anni ’90 gioca sulla costante decostruzione della struttura classica attraverso, per esempio, una disattesa delle aspettative drammatiche o lo smussamento, il rinvio e l’annullamento dei picchi emotivi.

Hard Eight: incipit subliminale e il Mcguffin “rovesciato”

Sydney (così il fuorviante titolo italiano) entra nel vivo della narrazione senza sequenze preliminari, come se il regista volesse cogliere lo spettatore “a freddo” e non ancora coinvolto emotivamente nel racconto. In un clima ancora intorpidito un enigma narrativo che ruota attorno al casuale incontro dei due personaggi principali (gli entrambi bravissimi Philip Baker Hall e John C. Reilly) verrà lasciato cadere in una trama ancora acerba e con una soglia di attenzione da parte dello spettatore probabilmente non ancora a pieno regime. L’artificio artistico-formale di cui si serve Anderson è tanto rarefatto e subliminale quanto raffinato e ingegnoso. Lo spettatore, infatti, viene debolmente indotto a congetturare, anche inconsciamente, che tra la coppia di personaggi possa sussistere un qualche legame pregresso o ancestrale. Contemporaneamente il registro stilistico punta a generare più ambiguità e indefinitezza connettiva possibile, lasciando così l’interrogativo relazionale sospeso e insoluto.

Una spiazzante ellissi che sposta il tempo dell’azione all’anno successivo, dopo un inizio emotivamente blando, contribuisce a trascinarsi via ogni scoria interrogativa nei confronti dei possibili legami tra Hall e Reilly. Da questo momento in avanti l’espediente narrativo viaggerà sottotraccia per oltre trequarti del film rivestendo una funzione “pathos-costrittiva” che si potrebbe azzardare a definire come una sorta di Mcguffin emotivamente rovesciato.

Se il suddetto meccanismo, infatti, tende a calamitare l’attenzione su un elemento narrativo apparentemente cruciale ma in realtà marginale o volutamente fuorviante, Anderson, viceversa, punta a non enfatizzare nessun dettaglio dell’incipit, che invece si rivelerà carico di materia fortemente esplosiva. Con che modalità stilistiche quindi sceglierà di dare fuoco alle polveri drammatiche altamente infiammabili e sapientemente decantate “al buio” della trama l’ingegnoso cineasta?

Elementi anticlassici nello stile di regia

Focalizzato nel mantenere una coerenza estetico-narrativa che corra su dei binari di un cinema mai dichiaratamente mainstrem, Anderson sceglie di raccogliere i frutti del ben congegnato impianto drammatico iniziale, attraverso modalità di risoluzione dei nodi principali dell’intreccio votate alla rottura delle regole classiche.

In primo luogo, la spinta propulsiva della trama non verrà generata come solitamente accade, dai consolidati legami di causa ed effetto che intercorrono tra le varie sequenze, ma si estrinsecherà come il prodotto delle singole evoluzioni drammatiche dei vari personaggi che muoveranno i fili narrativi in forma indipendente e quindi non coordinati nella tessitura di un intreccio lineare e a maglie strette. Come logica conseguenza l’andamento del plot si vedrà interrotto da continue digressioni: ossia deviazioni narrative in grado di smorzare o addirittura spegnere una certa materia drammatica oramai surriscaldata e pronta ad esplodere. La regia di Anderson con il suo procrastinare le risoluzioni dei conflitti e lo scioglimento degli enigmi, punta a sdrammatizzare sensibilmente il tasso generale di tragedia della trama nell’intento di modulare quasi tutta la tensione narrativa in funzione dei personaggi.

Questi in sostanza sono gli elementi anticlassici più rilevanti che ci permettono di inquadrare Hard Eight come opera pienamente rappresentativa del cinema indipendente americano degli anni ’90.

The card counter: The dark side of Las Vegas

Con The card counter, molto apprezzato a Venezia, prosegue il percorso schraderiano di figure tormentate e solitarie in lotta contro i demoni di un passato tragico che le costringe a vivere un presente alienato. Degli iconici loser capaci di smascherare i lati oscuri e i contrappassi psichici del fin troppo glorificato “sogno americano”.

Il colore (dell’anima) dei giocatori

Una certa classicità della struttura narrativa, è particolarmente riscontrabile nella progettualità dell’iter professionale del protagonista William, (un misuratissimo Isaac) che evidenzia molti punti di contatto con quello del Vincent Lauria (Tom Cruise) de Il colore dei soldi.

Entrambi i protagonisti, infatti, sono dei giocatori (di poker e biliardo) talentuosi che, come lasciano fin da subito intendere, “preferiscono volare basso”, accontentandosi del minimo sindacale. Ben presto incontreranno un mentore-finanziatore che li spingerà a puntare a profitti più consistenti. L’evoluzione professionale sfocerà in una crescita umana, che arriverà fino a un punto di rottura, almeno nella fattualità, molto simile.

Mentre saranno impegnati nella competizione più importante della loro carriera, infatti, Vincent e William, decideranno di dare improvvisamente forfait. Lo step umano che avranno compiuto in quel lasso di tempo, li avrà spinti a riconsiderare la loro scala gerarchica esistenziale. La sensibilità artistica e la profondità di scrittura di Schrader nel delineare i contorni umani delle sue anime tormentate e il contesto filmico in cui farle muovere e interagire, rimane, anche in questa pellicola, un punto di forza della sua poetica.

In The card counter l’atmosfera si intorbidisce velocemente: la coltre di mistero che avvolge William, diventa gradualmente più spessa e quasi impenetrabile.

La poker-face impassibile di Isaac, le austere steadycam a seguire e l’inquietante sottofondo musicale tracciano un significativo solco emotivo tra lo spettatore e il protagonista: ci troviamo nell’impossibilità di essere empatici nei confronti di un uomo che avvolge le stanze d’hotel di immacolate lenzuola bianche e nel suo passato carcerario mostrava quasi piacere nel farsi picchiare a sangue.

Quale sconvolgente segreto sta celando dentro di sé l’enigmatico William tale da renderlo così apatico alla vita e immune ai sentimenti?

In un classico film thriller o basato su un enigma narrativo, l’autore avrà la tendenza a relegare o mantenere lo spettatore in uno stato cognitivo il meno onnisciente possibile nei confronti di alcune informazioni chiave della trama. Il ricongiungimento tra verità oggettiva e verità concessa allo spettatore, che normalmente avviene nelle fasi conclusive dell’intrigo, sarà tanto più incisivo e artisticamente nobile quanto più questa unione si compirà partendo da punti cognitivi distanti tra loro; ovviamente senza mai perdere di credibilità.

Lo spettatore onnisciente

Nel film in questione, tuttavia, dobbiamo constatare come in un punto ancora molto precoce dell’intreccio, Schrader decida di portare lo spettatore a un livello di conoscenza dei fatti molto elevato, anzi quasi totale. Perché scegliere un registro stilistico votato a creare un’aura di mistero così fitta sul protagonista per poi sciogliere l’arcano così prematuramente?

Sembra che l’urgenza espositivo-ideologica di Schrader sia così cogente e viscerale nell’economia della sua poetica autoriale da spingerlo a forzare e infrangere le tempistiche di svelamento degli interrogativi filmici magistralmente sollevati nell’incipit del plot.

Concretamente cosa aggiunge, venire a conoscenza così presto, del passato di torturatore dell’alienato Isaac, se non una maggiore comprensione del testo e quindi una più probabile adesione ideologica (che però è scontata) all’atto di denuncia che è implicitamente contenuto nel paradigma esistenziale di William.

Parimenti le modalità di rappresentazione dei flashback rivelano un approccio molto frontale e divulgativo nei confronti delle informazioni che l’autore vuole veicolare. L’inserto non cerca nessuna reale interazione linguistica tra passato e presente del protagonista: veniamo investiti dalla sequenza onirica senza una finalità altra che non sia quella della mera presa di coscienza del passato barbarico di Isaac.

Siamo entrati già in una dimensione di onniscenza narrativa, in cui vengono improvvisamente a cadere le spinte drammatiche legate agli alti tassi di ambiguità e inafferrabilità del personaggio. D’ora in avanti la suspense e il pathos si estrinsecheranno solo nella crudezza dei contenuti piuttosto che nelle modalità di svelamento.

Da noir-thriller crepuscolare The card counter si trasforma rapidamente in un film drammatico-esistenziale costellato di messaggi e ideologie fin troppo dichiarate. È indubbio che Schrader non volesse rischiare di essere frainteso su quali fossero i bersagli a cui la sua parabola umana puntava. L’atto di accusa è chiaro e inequivocabile. Condivisibile ovviamente. Ma forse non era necessario essere così espliciti. Il cinema politico e non, lavora sempre attraverso perifrasi narrative che provano a mantenersi sempre a debita distanza dall’invettiva frontale e non equivocabile.

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