Kukushka – Disertare non è reato, di Aleksandr Rogozhkin (2002)

di Andrea Lilli –

Una donna, due uomini, tre lingue distanti tra loro: basterebbe anche meno per fare una guerra, come sappiamo dall’Iliade in poi, o almeno un delitto passionale, ma qui succede il contrario. Si depongono le armi, si fa amicizia, si fa l’amore. Siamo nella Lapponia finlandese; settembre 1944, la seconda guerra mondiale sta per finire anche laggiù. I tre protagonisti:

Anni/Kukushka (Anni-Kristiina Juuso)

Käki, cioè ‘cuculo’ in lingua sami, Kukushka in russo, è una giovane donna lappone che vive sola e isolata nella sua piccola fattoria circondata dai boschi, ai margini di uno dei tanti laghi della tundra. Il marito, che preferiva chiamarla Anni, è scomparso da quattro anni, da quando se l’è preso l’esercito. Dal 1941 la Finlandia alleata della Germania hitleriana è in guerra con l‘URSS, ma dopo i primi successi i nazisti sono ora in ritirata, tallonati dalle truppe dell’Armata Rossa. Anni è interpretata magnificamente da Anni-Kristiina Juuso, attrice finlandese al suo esordio.

Veikko (Ville Haapasalo)

Veikko è un giovane studente finlandese strappato all’università e obbligato dal governo filogermanico a vestire una divisa che proprio non gli piace. La punizione: il disobbediente viene incatenato ad una cima rocciosa e abbandonato, con giacca e cappotto delle SS, alcuni viveri, un fucile e poche munizioni: prima di morire potrà eventualmente far valere le sue doti di cecchino contro i russi in avanzamento. Senza perdersi d’animo e usando l’ingegno, Viekko riuscirà invece a liberarsi del grosso chiodo che lo condanna a una fine certa. La frantumazione della roccia è un’operazione lunga che viene ripresa nei minimi particolari: il regista ci mostra a distanza ravvicinata e a lungo le mani, le dita sporche, il ferro, come nel resto del film i gesti del fare, il cibo, gli animali, attento alla materialità quasi da documentarista, con l’immediatezza formale e di contenuto che è uno dei pregi di questo film russo, russissimo grazie al tratto autoironico del regista sanpietroburghese.

Ivan/Pscholti (Viktor Bychkov)

Ivan, poi ribattezzato Pscholti (Fottiti), è un capitano russo sospettato di attività sovversive dalla polizia segreta sovietica a causa del suo diario personale e di una fotografia con dedica di Sergej Esenin, incontrato per caso da ragazzo. Un ricordo ancora vivido nel capitano, incoraggiato dal grande poeta a scrivere i propri versi. Arrestato e portato via da due commilitoni, la jeep che lo trasporta viene per errore fatta bersaglio di un raid aereo russo. Il fuoco amico uccide la scorta e ferisce gravemente Ivan, che però viene trovato e salvato da Anni. Alla quale poco tempo dopo appare il giovane Veikko in catene: chiede dove si trovi il fabbro più vicino. Quattro anni senza un uomo, e improvvisamente eccone due.

In terra lappone la vita è dura, specie se si resta soli. L’inverno lungo e rigido concentra nei pochi mesi miti dell’anno parecchio lavoro da fare: la manutenzione della capanna e delle altre strutture in legno, l’allevamento delle renne, la pesca, la preparazione delle riserve di cibo. Il tutto senza nemmeno un po’ di conforto, di calore umano, eccetera. La giovane donna, che ignora le ragioni della guerra, è ben felice di accogliere i due nemici: col suo carattere forte e schietto li governa facilmente, sa quel che vuole e vuole ciò che sa. Inizia una convivenza perlopiù pacifica, anche se Ivan il testardo ogni tanto tenta di uccidere Veikko in quanto sporco nazista e basta, avendo portato fin lì quella divisa delle SS. Tanto per cominciare, alle presentazioni lo chiama con odio Fritz, Faschist, Kukuschka (e due: in gergo russo ‘cuculo’ significa cecchino). Non lo riconoscerà mai semplicemente come Veikko. Quando il pacifista finlandese chiede a lui il nome, Ivan sprezzante risponde ”Poshol ty” (fottiti). Sicché per Veikko e Anni, in buona fede e fino all’ultimo, il nome del russo sarà Psholti. Fottiti.

Il problema (o la fortuna) è che i tre parlano lingue diverse e si capiscono solo a gesti. La lingua della donna è il sami settentrionale, incomprensibile per i due soldati, che a loro volta non riescono a comunicare tra loro. Emergono anche differenze culturali: lo studente tenta di farsi capire citando titoli di Tolstoj, Dostoevskij e Hemingway. D’altra parte il russo, più esperto e maturo (e geloso), intuisce prima dello studente le intenzioni di Anni.

È un dialogo fra sordi, un intreccio di monologhi con effetti comici spesso irresistibili: e mentre noi ridiamo degli equivoci, fra i protagonisti i tentativi di farsi capire deviano in riflessioni a voce alta, in ricordi raccontati a sé stessi, in sfoghi senza interlocutore e perciò più sinceri, che ce li fanno conoscere meglio. Dalla scrittura e regia di Aleksandr Rogozhkin deriva un trittico bizzarro in cui l’inceppamento del logos fa emergere l’illogicità dell’odio tra bandiere diverse, l’assurdità della guerra, mentre si fanno valere le ragioni della natura e quelle di Anni, che non necessitano di tante chiacchiere. Fuori dalla cosiddetta civiltà s’impone il primum vivere: guarire, nutrirsi, soddisfare i bisogni primari; e col passare dei giorni, gli atti necessari alla sopravvivenza e alla vita finiscono per disinnescare velleità mortifere.

La figura di Anni è sciamanica, per certi versi ricorda quella di Dersu Uzala, altro indigeno incontrato dalle divise russe, in altri tempi. Donna esperta dei rimedi naturali, oltre a conoscere le risorse delle essenze vegetali e dei fluidi animali, nei casi estremi sa esercitare i poteri dei rituali magici appresi dalla nonna: così, dopo Ivan, strappa anche Veikko da morte certa, allorché l’ottusità del russo quasi riesce a spedirlo all’altro mondo. Semplice e bellissima la soluzione con cui Rogozhkin rende cinematografica la magia del salvataggio di Veikko.

Alla fine il triangolo si divide, in amicizia. I due ex nemici tornano da dove sono venuti, ripuliti dentro dall’autoctona analfabeta – che poco dopo dovrà occuparsi di altri due.

Film che ha vinto molti premi in patria e non solo, Kukuschka è pressoché sconosciuto al pubblico italiano. Peccato, perché è proprio un piacere vederlo: magari sul grande schermo, per immergersi nel paesaggio naturale e nei suoni d’acqua, di fuoco, di chiome vegetali e di versi animali che fanno costantemente da colonna sonora, mentre le musiche sono ridotte opportunamente a pochi inserti. In alternativa, questo piccolo gioiello russo è disponibile qui in streaming legale.


Aleksandr Rogožkin (1949-2021)

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