Bersaglio di notte, di Arthur Penn (Usa/1975)

di Girolamo Di Noto

Sono pochi i registi che, come Arthur Penn, possono vantare di avere delle scene intense nei loro film, da restare impresse nella memoria. Ce n’è una memorabile, in Bersaglio di notte, da lasciare senza fiato, in cui il protagonista, Harry Moseby (Gene Hackman), detective privato che vuole accertare le responsabilità degli eventi su cui ha lungamente indagato, gira in tondo su un’imbarcazione che non ha guida, e che porta il nome significativo di “Point of view”. Un’immagine che colpisce perché ha l’abilità di sintetizzare la deriva di un personaggio, di cui non resta che una solitudine ferita e un movimento circolare, senza meta.

Bersaglio di notte è la storia di un investigatore con alle spalle un passato di giocatore di football, che riceve da Arlene Iverson, attrice hollywoodiana sul viale del tramonto, il compito di ritrovare la figlia Delly (una giovanissima Melanie Griffith), nata dal suo primo matrimonio con un produttore cinematografico. La ricerca della verità sul destino della ragazzina si intreccerà con i problemi personali del detective: tradito dalla moglie, licenziato dalla cliente cercherà disperatamente di dare uno scopo alla sua vita.

Il film di Arthur Penn si inserisce tra i due grandi western con cui il regista ha contribuito al rinnovamento e alla rilettura del genere: Piccolo grande uomo e Missouri. Bersaglio di notte, allo stesso modo, rilegge in maniera malinconica il genere noir e la figura archetipica del detective privato, spogliato “del suo statuto privilegiato di interprete dei segni” e incapace di veder chiaro dentro se stesso e di dare un senso a quello che gli accade intorno.

Harry Moseby è una delle migliori figure di perdenti che il cinema offre degli anni Settanta, figlio di quello stupore collettivo che nacque negli Usa con l’esperienza del Watergate e l’assassinio dei Kennedy. “Con l’assassinio di Kennedy e l’insulso arrivo della tribù di Nixon sulla scena, siamo finiti tutti in uno stato di stupore indotto “, dirà Penn in un’intervista. Dimesso, disorientato, in balia di forze più grandi di lui, questo personaggio riflette la crisi di un’intera nazione.

Come un intero Paese, Moseby, tra il 1963 e il 1968, ha dovuto rinunciare ai propri sogni per invecchiare senza più speranze o con troppa consapevolezza. Ha inizialmente fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità, non è poi così difficile scoprire dove si rifugia la ragazzina, ma dopo averla riconsegnata alla madre, le vede litigare e picchiarsi. Va via, non è più affar suo, ma sa di aver lasciato una situazione ancora più tragica di quella di partenza. Torna ad indagare, ma procede in caduta libera, tra false apparenze e qualche manciata di illusioni.

Harry continua a girare in tondo, è ormai distante la possibilità di un’investigazione al riparo del fallimento e il suo procedere a tentoni, senza via d’uscita ricorda il poliziotto in pensione Jerry Black interpretato da Jack Nicholson ne La promessa di Sean Penn, tratto da un racconto di Durrematt. Come in quel film, anche in Bersaglio di notte la figura del poliziotto, tradizionalmente vittoriosa nella lotta della Ragione contro il Male, viene capovolta. L’inquirente, alle prese con il mistero delle indagini, penetra sempre più irrimediabilmente nei labirinti del nonsense, ha difficoltà a capire e a riconoscere le mosse altrui e le soluzioni dei misteri gli sfuggono di mano, come il giocatore di scacchi che cita in una scena, il quale non si accorge che con la mossa giusta avrebbe potuto vincere la partita.

Harry Moseby ha sempre la sensazione di non sentirsi mai al proprio posto, di non essere in sintonia con la società in cui vive, diventa pedina inconsapevole di situazioni sfuggenti, è disilluso e ciò che vede lo riempie di un’infelicità quasi paralizzante. “Chi sta vincendo?”, gli chiede la moglie mentre guarda una partita di football in televisione. “Nessuno”, risponde lui. “Una squadra sta semplicemente perdendo meno velocemente dell’altra”.

È un personaggio solitario, spesso isolato nell’inquadratura. Nel suo ufficio o a casa o nell’abitacolo della sua auto, Harry è solo e a complicare le cose il rapporto con la moglie in crisi, con cui non riesce a dialogare se non per sottolineare la distanza che li separa. Eppure, nonostante sia guidato dall’automatismo delle domande, malgrado la difficoltà di distinguere il volto del colpevole, Harry non si arrende, mostra tenacia ed è costretto a essere sempre in movimento come gli squali che non smettono mai di nuotare per non affondare.

È da sempre intento a pedinare, a far domande: ha cominciato per un’esigenza personale, quella di scoprire dove vivevano i genitori che l’avevano abbandonato quand’era bambino, anche se poi una volta trovato il padre, non ha avuto il coraggio di parlargli. Si trova circondato da attrici disfatte, giovanissime ninfette, mogli infedeli, invischiato dentro una società dall’immutadominio della corruzione, con qualche breve illusione come la bellezza folgorante e innocente della ragazza o l’amore fugace con l’enigmatica Paula, versione moderna della tradizionale femme fatale: bella, sexy, senza cuore e tanti enigmi.

Nulla è come sembra in questo thriller crepuscolare: momenti malinconici si alternano a scatti di adrenalina pura, superfici riflettenti, specchi deformanti, inquadrature filtrate dall’acqua rimandano ad una verità parziale, sempre sfuggente, sconnessa con la realtà. Un ruolo importante è svolto dall’uso che Penn fa del cinema nel cinema e, paradossalmente, la verità spesso è presente nella sua rappresentazione, nella sua messa in scena. Harry scoprirà la verità su Delly visionando in una saletta la scena di un film da diversi punti di vista, così come scoprirà il tradimento di sua moglie all’uscita di un cinema dove si proietta La mia notte con Maud di Rohmer.

Con uno stile lirico e poetico, Penn dà vita ad un bellissimo film notturno, una profonda e amara allegoria sulla consapevolezza che il mondo è più complesso di quanto si possa credere, una riflessione straniante sulla maldestra ostinazione del protagonista a non capire ciò che succede e a muoversi come quel camion impazzito, nel film La ballata di Stroszeck di Herzog, che gira vorticosamente su se stesso senza guida, all’infinito.

Una deriva esistenziale senza appello resa ancora più profonda dalla prova superlativa di Gene Hackman, straordinario nel rendere palpabile il disagio di quegli anni e nel trasformare quella sottile inquietudine che lo pervade in un’autentica tensione.

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