Morte a Venezia, di Luchino Visconti (1971)

di Federico Bardanzellu.

In un precedente articolo abbiamo definito “Il Gattopardo il miglior film di Visconti, al pari di “Ludwig”. Facciamo ammenda. Perché “Morte a Venezia” può stare benissimo alla pari con i due film citati, a completamento di un trittico d’eccezione. Anch’esso, come “Il Gattopardo ebbe la fortuna di un soggettista d’eccezione. In questo caso si tratta di Thomas Mann, e scusate se è poco.

Il tema principale del film è la passione omosessuale – al limite della pedofilia – di un attempato compositore per uno splendido ragazzo quattordicenne. Quella dell’omosessualità è un tema ricorrente in Visconti, anch’egli omosessuale, quanto meno a partire dall’età matura. Lo troviamo anche in “La caduta degli dei” e in “Ludwig” che, con “Morte a Venezia” compongono la cosiddetta “Trilogia tedesca” del regista milanese.

Secondo taluni, anche nell’opera di Thomas Mann la sensibilità omoerotica sarebbe centrale. Questo è almeno il parere del suo biografo Anthony Heilbut autore del saggio Thomas Mann: Eros and Literature (1997). Secondo Heilbuth i Diari di Mann, che coprono un arco di oltre un quarantennio di vita, rivelano le battaglie interiori che l’artista dovette affrontare contro la sua spiccata predisposizione alla “pederastia”.

Trama

Venezia, 1911. Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde) è un compositore vedovo che ha interamente dedicato l’esistenza alla propria arte. Nella speranza di migliorare la salute, minata da problemi cardiaci, vuole intraprendere una vacanza in una località mediterranea. Dopo alcune vicissitudini giunge a un lussuoso hotel del Lido di Venezia ricevuto da un affabile albergatore (Romolo Valli). La sera stessa, mentre si trova a cena, la sua attenzione cade su una nobile famiglia polacca in vacanza. Non è colpito dall’affascinante bellezza della madre (Silvana Mangano), bensì da quella efebica di un ragazzo di più o meno quattordici anni, vestito alla marinara (Björn Andrésen).

Nei giorni successivi il compositore lo rivede nella spiaggia dell’hotel e se ne infatua. L’innamoramento provoca in lui una crisi profonda che lo porta da un lato a contrastare l’insano sentimento, dall’altro a volerlo assecondare vivendone tutte le emozioni. In seguito, mentre l’uomo continua a osservare di nascosto il ragazzo e la sua famiglia in spiaggia, ne coglie per caso il nome: Tadzio. Il giovane finisce per incarnare ai suoi occhi l’ideale di bellezza classica, al quale l’artista venuto dal nord anela.

Presto però l’afa estiva e l’umidità veneziana cominciano a incidere sulla salute dell’anziano ospite, il quale prende la decisione di ripartire il prima possibile per trasferirsi in un luogo più salubre. È avvinto tuttavia da un forte sentimento di rimpianto. Quando raggiunge la stazione ferroviaria, scopre che i suoi bagagli sono stati inviati per errore a Como e si ritrova costretto a tornare indietro. Finge d’essere arrabbiato ma è felicissimo per questo scherzo del destino. Decide così di rimanere all’hotel in attesa del ritorno dei bagagli smarriti. Durante i giorni seguenti il suo interesse nei confronti del ragazzo si trasforma in una vera e propria ossessione. Lo osserva in continuazione. Lo segue in giro per la città lagunare, su e giù tra le calli e i ponti. Una sera, all’uscita dal ristorante dell’albergo, Tadzio, voltandosi a un tratto verso di lui, rivolge a Gustav un sorriso affascinante.

Dopo qualche giorno, durante un’escursione nella città oppressa da un’insopportabile afa estiva, Gustav legge degli avvisi che consigliano di evitare di mangiare frutti di mare. Dappertutto si comincia a sentire un forte odore di disinfettante. Le autorità tuttavia continuano a negare categoricamente che possa trattarsi di qualcosa di grave. Gustav pare ignorare il pericolo. Una sera sulla veranda, durante l’esibizione di un’orchestrina, cerca di rubare uno sguardo al bel Tadzio, che si trova appoggiato noncurante al parapetto della ringhiera in una posa statuaria. Infine i loro occhi si incontrano, seppure per un solo brevissimo istante, e a Gustav rimane la sensazione che l’attrazione sia reciproca.

In seguito viene informato da un inglese che è in atto una grave epidemia di colera. A questo punto il compositore considera l’opportunità di avvisare immediatamente la madre di Tadzio del pericolo; decide tuttavia di non farlo, per non vedere partire l’amato ragazzo e perderlo così per sempre. Vuole quindi stringere i tempi per fare la sua conoscenza. Per darsi un aspetto più giovanile ricorre alla tintura dei capelli e a un trucco pesante, presso un barbiere veneziano (Franco Fabrizi). Così imbellettato segue per l’ennesima volta Tadzio attraverso Venezia, sempre più debole. Trascorrerà i suoi ultimi momenti sulla spiaggia del Lido dove, disteso su una sedia, osserva Tadzio giocare con gli amici ormai indebolito e malaticcio.

Il ragazzo a un tratto lascia i compagni e, dopo avere litigato con uno di loro ed esserne stato picchiato, si dirige al largo guadando lentamente le acque basse ma, prima di svanire alla vista, si volge e sembra condividere un ultimo sguardo con il suo ammiratore morente. Gustav cerca d’alzarsi per seguirlo ma poi crolla sulla sedia. Il ragazzo alza il braccio verso l’orizzonte a volere indicare qualcosa e, nel delirio degli ultimi istanti di vita, Gustav immagina sé stesso intento a seguirlo verso un irraggiungibile ideale ultraterreno. Il suo corpo ormai esanime viene scoperto poco dopo.

Visconti nei confronti del soggetto del libro

Anche in questo film Visconti ha voluto cambiare il meno possibile il testo del libro nella trasposizione cinematografica. Se il film diverge dall’opera letteraria è perché il regista ha voluto essere “più realista del re”. Thomas Mann infatti si era ispirato al musicista Gustav Mahler per creare il personaggio di von Aschenbach. Invece il protagonista del libro è un letterato. Visconti ha voluto riposizionare il personaggio principale nella parte del raffinato musicista. Inoltre, alcuni flashback dei ricordi di Gustav riprendono episodi mutuati dalla vita di Mahler come la morte della moglie e della figlia e l’ambientazione di alcuni paesaggi alpini. Infine, il finale in cui il volto di Gustav è solcato da rivoli neri dovuti alla finta coloritura dei capelli che si scioglie col sudore, riprende un episodio raccontato da Mann relativo a un concerto dello stesso Mahler.

Si seppe in seguito che, pur ispirandosi a Mahler, Thomas Mann abbia preso spunto soprattutto da un episodio della propria vita ma non è chiaro se Visconti ne fosse a conoscenza. Ciò è emerso infatti solo nel 1974, quattro anni dopo l’uscita del film, quando fu pubblicato il libro di memorie di Katia Pringsheim, moglie di Thomas Mann. Secondo Katia Mann, il marito trasse spunto da una vacanza a Venezia, proprio del 1911: «Il primissimo giorno nella sala da pranzo vedemmo la famiglia polacca, che appariva esattamente nel modo in cui la descrisse mio marito: le ragazze erano vestite in modo abbastanza convenzionale e austero, e il bellissimo e affascinante ragazzino di tredici anni indossava un vestito alla marinara con colletto aperto e merletti molto graziosi. Attirò immediatamente l’attenzione di mio marito. Quel ragazzo era straordinariamente attraente, e mio marito lo osservava in continuazione con i suoi compagni sulla spiaggia. Non lo inseguì per tutta Venezia – questo non lo fece – ma il ragazzo lo affascinò, e pensava spesso a lui».

Chi fosse esattamente quel ragazzo sembra che fosse già noto in Germania sin dal 1965: il futuro barone polacco Władysław Moes, familiarmente detto Władzio o Adzio. Altre fonti riferiscono però che lo stesso Moes capì di essere lui l’ispiratore della storia solo quando vide al cinema il film di Visconti. Differentemente dal personaggio ritratto, Moes aveva solo undici anni non ancora compiuti pur essendo già bellissimo e dimostrando qualche anno di più. In ogni caso, per introdurre nel film l’arte e la psicologia dell’autore, ancor più di quanto abbia fatto lo stesso Mann nel libro, Visconti operò anche una specie di contaminazione tra “La morte a Venezia” e il “Doctor Faustus” sempre di Mann. Introdusse, infatti, all’inizio del film, il personaggio di Alfred (Mark Burns), presente nel “Faustus” ma non ne “La Morte a Venezia”.

Silvana Mangano

Cast

L’anziano protagonista è interpretato da Dirk Bogarde, già impiegato dal regista milanese in “La caduta degli dei” (1969). Visconti ha voluto farlo truccare in modo che sembrasse più attempato e somigliasse il più possibile a Gustav Mahler. Bogarde si adattò a interpretare il ruolo a lui aduso dell’uomo maturo “vinto” dall’impossibilità dei sentimenti e dagli elementi del tempo. Superò egregiamente la prova richiesta.

Conosciamo le vicissitudini relative alla ricerca dell’attore per il ruolo di Tadzio grazie a un documentario firmato da Visconti e uscito un anno prima del film dal titolo: “Alla ricerca di Tadzio”. Il documentario evidenza l’importanza della parte attribuita dal regista e la particolare cura da lui rivolta nella ricerca dell’attore adatto. Per individuare l’interprete Visconti visitò scuole e palestre svedesi e norvegesi. Il giovanissimo Björn Andrésen era soltanto uno dei componenti la rosa di attori inizialmente scelta. Poi fu ingaggiato per la sua bellezza “mortuaria” che al regista ricordava molto un “angelo della morte”, così come sembrerebbe apparire nel finale del film.

La bellezza eterea e taciturna della madre di Tadzio non poteva che essere interpretata dall’enigmatica Silvana Mangano. Eppure inizialmente la produzione non ebbe il coraggio di contattarla per mancanza di fondi, visto il cachet che la grande attrice richiedeva all’epoca. Fu la Mangano stessa, dopo la rinuncia di una collega, ad offrirsi gratuitamente per l’interpretazione. Grazie a ciò si guadagnò il Nastro d’Argento 1972 per la migliore attrice protagonista.

Impeccabile, come sempre, l’interpretazione di Romolo Valli nella parte dell’albergatore. Misurata quella di Franco Fabrizi che sembra non aver mai fatto altro che il parrucchiere in vita sua. Una caratterizzazione praticamente perfetta da parte di un attore sicuramente poco valorizzato in carriera.

Maestranze

Per la sceneggiatura, Visconti chiese la collaborazione di Nicola Badalucco mentre per il montaggio si rivolse al collaudato Ruggero Mastroianni, fratello del più noto Marcello. Confermò come direttore della fotografia il mitico Pasqualino De Santis che aveva già lavorato con lui ne “La caduta degli Dei”. De Santis, fresco vincitore dell’Oscar per “Romeo e Giulietta” (1969), in “Morte a Venezia” supera sé stesso. Riesce a imprimere egregiamente alla pellicola quell’atmosfera cupa e decadente che la contraddistingue, in linea con la sensibilità artistica del primo novecento e l’estetica veneziana. In talune ambientazioni marine, colpisce l’inesistenza degli orizzonti, disciolti nella foschia dell’Adriatico. Tutto il film è pervaso da quei colori pastello così cari a Visconti sin dai tempi di “Senso”, anch’esso ambientato a Venezia. Per questo film, De Santis ha conseguito un Nastro d’Argento e il Premio BAFTA 1972.

Per la scenografia, Visconti sottrasse temporaneamente a Bertolucci Ferdinando Scarfiotti che, grazie alle ambientazioni veneziane ebbe buon gioco a vincere anch’egli il Premio BAFTA 1972.

Impeccabile il solito Piero Tosi per quanto riguarda i costumi. D’altronde la sua collaborazione con Visconti era ormai collaudata. Gli valse la seconda nomination all’Oscar, dopo “Il Gattopardo” e prima dell’altro film viscontiano “Ludwig”. Vinse anche lui il Nastro d’Argento1972.

Le musiche non potevano che far riferimento a Gustav Mahler, ispiratore dell’opera. Visconti tuttavia non disdegnò di utilizzare anche altri musicisti dell’atmosfera austro-ungarica e mitteleuropea ottocentesca come Franz Lehár, Modesto Mussorgsky e Ludwig Van Beethoven. Il film vinse il Globo d’Oro 1971 e il Premio speciale per il 25° anniversario al Festival di Cannes. Nastro d’Argento e David di Donatello a Visconti per la miglior regia nel 1972.

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