The disciple, di Chaitanya Tamhane (India, 2020)

di Bruno Ciccaglione

Per chiunque ami sinceramente la musica, The disciple è un viaggio imperdibile alla scoperta della musica classica dell’India, una forma di espressione artistica antichissima, basata sulla improvvisazione vocale. Diversamente dalla musica classica europea, quella indiana è legata alla tradizione orale e non scritta; questa peculiarità ha dato un ruolo centrale, nei secoli e fino all’epoca recente in cui è diventato possibile registrare le esecuzioni, alla relazione tra allievo e Guru (maestro e guida), una relazione basata sulla devozione, la disciplina, ma anche sulla vicinanza quotidiana. È solo attraverso una profonda intimità, che rasenta la sottomissione e la servitù nel quotidiano, che l’allievo apprende dal suo Guru a scoprire, osservandolo il più a lungo possibile nella sua pratica, la propria voce interiore, quella che dovrà tirare fuori nelle sue improvvisazioni.

Il giovane Sharad accompagna il suo Guru suonando il sitar durante una sua esibizione

The disciple è la storia di un allievo devoto al proprio Guru (l’anziano e stimato musicista di cui spera di apprendere i segreti). Il giovane Sharad dedica la propria vita alla musica e per questo si prende cura del suo maestro fino alla fine dei suoi giorni, ma la sua dedizione non sembra sufficiente a fargli raggiungere le vette artistiche cui aspira. Il dilemma della sua vita è forse nel non aver avuto il talento necessario ad eccellere, e questo dilemma lo accompagnerà per sempre.

Dopo il convincente esordio con il film The Court, che gli era valso un premio come migliore opera prima a Venezia nel 2014, il giovane regista indiano Chaitanya Tamhane aveva avuto la possibilità di assistere come aiuto Alfonso Cuarón sul set di Roma, che poi vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 2019. L’esperienza, oltre che particolarmente formativa, come ripetuto molte volte da Tamhane, è stata l’occasione di un rapporto personale col regista messicano, che deciderà poi di essere il produttore esecutivo del suo secondo lungometraggio, The Disciple, anche questo premiato nel 2020 a Venezia, dove si aggiudicherà il premio per la migliore sceneggiatura e quello FIPRESCI della stampa cinematografica internazionale.

Chaitanya Tamhane

Mumbai fornisce la straordinaria scenografia delle notti solitarie di un artista che cerca di scoprire quanto profonda e ricca sia la propria spiritualità, nella speranza di trovare attraverso di essa ciò che gli consenta di esprimersi con la sua opera. La rappresentazione della sottocultura del mondo della musica classica indiana è ciò che sembra interessare lo sguardo di Chaitanya Tamhane: il mondo dei musicisti, dei critici, degli appassionati di questa musica, che si fa sostanzialmente coltivando la propria spiritualità, è un mondo di disciplina e di contemplazione, mentre attorno la megalopoli indiana sembra dominata da ben altri interessi.

Se da un lato alla quasi millenaria storia di questa musica non viene riconosciuto lo status che in Occidente ha la musica colta della tradizione classica, tuttavia il film suggerisce che la sottocultura che in essa si esprime ancora nell’India contemporanea sia assolutamente viva e forte, anche se riguarda dei gruppi numericamente piccoli, in quel continente che è l’India.

La bellezza sublime che la musica raggiunge col continuo oscillare improvvisato della melodia vocale attorno a dei centri tonali su cui ciascuno plana con un percorso che è sempre anche interiore, senza che l’artista stesso sappia che cosa farà tra un attimo, è splendidamente messa al centro di moltissime scene del film, che infatti andrebbe visto con una adeguata amplificazione sonora.

Il ruolo del protagonista, quello del discepolo, non poteva che essere affidato a un attore che proviene dal mondo della musica classica di cui il film tratta, il giovane Aditya Modak, che oltre a sottoporsi a una vera trasformazione fisica (con venti chili di differenza nelle due epoche raccontate dal film) offre una interpretazione magistrale. La sfida di farci cogliere l’incertezza delle sue performance musicali, in astratto difficile per una musica in cui il confine tra una esibizione straordinaria e una mediocre sembra essere molto sottile per l’orecchio inesperto dello spettatore, viene vinta con l’aiuto della regia e della sceneggiatura, che ci guidano nel farci intravedere le fatiche e le delusioni cui il musicista si trova di fronte, anche nel confronto tra le sue performance e quelle di altri artisti più maturi, a cominciare dal suo guru.

Il protagonista Sharad, che ha dedicato tutta la sua vita alla musica, come allievo del proprio Guru e come musicista, pur prendendo gradualmente coscienza di non essere il grande artista che avrebbe sognato di essere, tuttavia resiste alle sirene della modernità che dominano la società frenetica della megalopoli Mumbai. Alla fine, anziché risultare come un fallito, come pure probabilmente è considerato da quanti osservano dall’esterno lo strano mondo della scena musicale classica dell’India, trova forse un suo modo per dare un senso al grande investimento emotivo, spirituale ed artistico che ha caratterizzato la sua vita da discepolo.

L’autore Chaitanya Tamhane, che si arrovellava nel dubbio su come spiegare al pubblico l’essenza di un mondo così specifico, così complesso, dominato da codici e valori oscuri al grande pubblico, alla fine ha vinto la scommessa accettando il suggerimento del suo mentore e produttore Cuarón, che lo aveva invitato a “non provarci nemmeno!”, a fidarsi della capacità del pubblico di leggere e interpretare la storia, a occuparsi di costruire il racconto con verità senza fare un documentario. Il risultato è straordinario e non si può che aspettare con grande curiosità su che cosa rivolgerà lo sguardo questo giovane regista la prossima volta.

Il film è disponibile su Netflix

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