Chiedo asilo, di Marco Ferreri (Italia/Francia 1979)

di Girolamo Di Noto

“Siete un po’ tutti impazziti voi insegnanti, in questo periodo, vero?”

Quando si è dinanzi alle immagini di un film di Marco Ferreri la prima sensazione che emerge è quella dello stupore, dello spiazzamento, la stessa che si prova, sotto certi aspetti, quando si vede un’opera di Buñuel: accostamenti stranianti, pilastri istituzionali come la famiglia presi di mira, elementi grotteschi accomunano i due registi, li rendono distinguibili dal panorama del cinema moderno. L’occhio di Ferreri non si è limitato a contemplare le bassezze e la decadenza dell’uomo contemporaneo, ma ha cercato, attraverso uno stile poetico e surreale, di comprenderle, cercandone il senso, per poi astrarsi e privilegiare una concezione pessimistica della vita.

Orso d’argento al Festival di Berlino nel 1980, Chiedo asilo è un commovente apologo che richiama un dissidio di fondo tra uomo naturale e uomo storico, tra l’uomo quale potrebbe essere e quale è. È la storia di un maestro d’asilo, Roberto (Benigni) che presta servizio in una scuola materna di Bologna e con i suoi metodi innovativi e anti-autoritari stabilisce un solido legame con i bambini. È un educatore non convenzionale e il suo intento, sin dal primo giorno, è quello di trasformare le mura anguste dell’asilo in una finestra aperta sul mondo.

Depositario del disordine, con la sua immediatezza istintiva e simpatia trascinante e contagiosa, il maestro si mostra attento nel preservare la fantasia e la creatività, è un eterno bambino che guarda la realtà con occhi puri e non si arrende al mondo adulto, fin che può cerca di esaltare la sola spontaneità evitando che possa essere distrutta da parte di un mondo alienato e alienante.

La dimensione anarchica e surreale del personaggio è ben rappresentata sin dalle prime scene: il primo giorno di scuola dimentica deliberatamente i saggi di pedagogia a casa, le idee precostituite sulla scuola, portando con sé un mangianastri carico di tanghi. Fa conoscenza con i bambini in una maniera insolita: nascosto dentro un armadio, buca un’anta coperta da un disegno, ci infila il suo volto e poi porge loro, uno per uno, la mano.

Cerca di immedesimarsi nel loro sguardo, diventa piccolo tra i piccoli. Si presenta come “la nuova maestra”, gioca con le parole lasciandole vivere in una libera associazione di idee, “diamo il caffè al maestro, anzi il maestro al caffè”, infrange regole codificate quando un giorno si presenta incinto. Ai bambini increduli sulla sua presunta gravidanza, Roberto spiega:“Io sono un uomo che partorisce. Sai quante volte capita! Se un uomo sente il bambino dentro, lo fa”.

Ciò su cui insiste Ferreri è il desiderio di conservare l’innocenza del fanciullino, di analizzare l’universo misterioso di chi non ha ancora perso la somiglianza con Dio. Basato sull’improvvisazione e incentrato sulla straordinaria interpretazione in presa diretta di un giovanissimo Benigni, il film si affida ad un personaggio stralunato e inserisce l’infanzia in una dimensione sovversiva: la purezza dei bambini quasi viene vista come una spontanea forza perturbatrice e il film un racconto morale, una richiesta d’aiuto, un chiedere rifugio al mondo infantile per sfuggire al mondo degli adulti.

Con un’espressione ingenua e sempre sorridente, Roberto prende per mano i bimbi, basa l’insegnamento sul contatto reale del mondo circostante: tenta esperimenti come l’immissione di un asino nell’asilo lasciando da parte la partecipazione virtuale del bambino attraverso la visione del documentario, ma privilegiando tutti i sensi. L’asino non si vede attraverso lo schermo, ma lo si annusa, lo si accarezza.

Il maestro dorme accanto a loro nei lettini, fa la cacca con loro usando i loro minuscoli water, organizza gite insolite nelle fabbriche dove lavorano i genitori dei bambini, stimola la loro vitalità imbracciando la fisarmonica, basa l’educazione più sullo sguardo che sulla parola: l’incedere di Goldrake nel quartiere, in un contesto periferico, è un’immagine alla Ferreri, che spiazza e lascia a bocca aperta, e non viene spiegata, né commentata, ma semplicemente mostrata.

La figura di Roberto è per dirla con l’antropologo Radin “una sorta di briccone, una natura cieca che crea, riproduce e distrugge, ed è insieme vittima del suo stesso slancio vitale”. Ha un candore ingenuo e sa cogliere il meraviglioso ovunque. Quando osserva alcune luci notturne di un lunapark, resta incantato e trasforma la periferia in un mondo di favole.

Ma alla fiducia incondizionata sul mondo dei bambini si contrappone però ben presto la corruzione della Storia, all’autenticità di un’esperienza personale si sostituirà il mondo televisivo che con una serie infinite di copie standardizzate finirà poi col plasmare l’uomo a suo uso e consumo. Da qui il pessimismo cosmico di Ferreri che affiora in diversi simboli: alberi stecchiti, lenzuola nere e soprattutto i girini allevati amorosamente dai bambini che muoiono in massa e che vede Roberto abbandonato in una contemplazione amara della caducità delle cose: “Quattrocento bambini, quattrocento girini. Stesso numero. I girini crescono, i bambini crescono. Poi se li mangia la vita”.

Il film è incentrato di luci, colori, lune che improvvisamente brillano nel cielo, ma anche di momenti grotteschi che vede protagonista un commissario che indaga sui metodi educativi di Roberto che accoglie nel suo asilo un bambino in fuga dalla famiglia e che tiene alla parete del suo ufficio il manifesto di Che Guevara perché “c’è una buona e cattiva interpretazione degli scritti del Che”.

C’è un bambino che non parla e non mangia e uno straordinario finale punteggiato da un’immersione nel mare, da una rana che guarda, da un vagito che si estende sulla calma delle onde. Corpi e voci che sfumano, che spariscono magicamente, divorate dal respiro del mare. Finale metafisico che si presta a mille interpretazioni, degno dell’originalità di un grande regista, spesso provocatorio e dissacrante, qui più animato da un’incontenibile voglia di stupire.

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