Nostalgia, di Mario Martone (2022)

di Marzia Procopio

“Nostalgia” è una parola antica; il suo inventore è Omero e il suo eroe è Odisseo re di Itaca, che dopo una guerra sanguinosa e un viaggio denso di incontri e pericoli torna a casa, appunto, sulle ali del “dolore pungente della mancanza”. Odisseo non si accorge subito che Itaca gli manca, perciò durante il suo viaggio si ferma là dove la Tyche lo spinge, ma dove a trattenerlo è la curiosità, il bisogno di capire i mondi sconosciuti e i dolori degli uomini. Ma quando giunge il giusto tempo, la nostalgia si prende ciò che è suo, e Odisseo rinuncia addirittura all’immortalità offertagli dalla ninfa Calipso per tornare a casa, all’isola petrosa e alla reggia dove deve ristabilire, da re, l’ordine naturale delle cose, come e dove devono stare.

Lo stesso tragico desiderio di inseguire la conoscenza lo si può intravedere nelI’esergo di “Nostalgia”, il nuovo film di Mario Martone, che torna a pochissimi mesi dal mai troppo celebrato “Qui rido io”. È in una frase del Pasolini di “Poesia in forma di rosa” – “La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non ne possiede.” – che Martone ci indica infatti la direzione del fatale “nostos” del suo protagonista, e vi si risente l’eco funesta di Edipo, la cui tragica fine origina dal desiderio cieco di sapere e capire.

È spinto dalla nostalgia che anche Felice Lasco (l’ottimo Pierfrancesco Favino) torna a Napoli. Ci torna da uomo arrivato, che in Egitto si è costruito un’azienda e una vita solide e che viene improvvisamente “chiamato”, reclamato, da quel rione Sanità dove nacque Totò e dove De Filippo ambientò diverse opere, da dove è partito quarant’anni prima e dove torna per prendersi cura dell’anziana madre, interpretata da un’intima Aurora Quattrocchi: la scena in cui il figlio fa il bagno alla donna – in una stanza che ha del metafisico, un po’ antro, un po’ terme, un po’ chiesa rupestre – ricorda un dipinto rinascimentale e, immersa com’è in una luce che ricorda Caravaggio, è di grande effetto, poiché ci dice molto dell’uomo, della persistenza in lui di sentimenti buoni che il tempo non ha sconosciuto, di cose antiche e richiami ancestrali.

Felice rientra lentamente nello spazio e nel tempo della sua giovinezza prima attraverso l’incontro con un anziano signore, un tempo innamorato di sua madre, che diviene suo amico (Nello Mascia). Grazie ai dialoghi con lui, in una seconda parte dove il passato e il presente, la realtà e l’immaginazione si intrecciano e si parlano con naturalezza, scopriamo chi è stato, quest’uomo alto e silenzioso che parla con un accento straniero, nessuna inflessione nella voce, nulla che ricordi che è da quei vicoli, da quei bassi, da quelle strade percorse in motocicletta che egli proviene.

Giovane scapestrato, a rischio di corrompersi a contatto con una realtà difficile, Felice si è salvato proprio andando via. Non appartiene più a quel mondo – e il suo accento lo sottolinea – eppure ne è attratto in modo irresistibile. La madre muore, e durante il funerale Felice incontra don Luigi (Francesco Di Leva), un parroco che combatte camorra e malavita chiamando i giovani del rione a fare comunità attraverso un’orchestra e diverse attività culturali, ad esempio la cura delle catacombe (esistono entrambe davvero, alla Sanità, sia l’orchestra sia le catacombe auto-gestite dagli abitanti del quartiere). Come già nel libro di Ermanno Rea a cui Martone si è ispirato per scrivere con Ippolita di Majo la sceneggiatura, questa Napoli è cruda ai limiti della ferinità, e si srotola ai piedi di Capodimonte simile a una Kasbah (lo stesso protagonista lo dice alla moglie egiziana), edificata com’è su grotte, anfratti, androni oscuri, catacombe, strapiombi “fatti apposta per ingoiare chi fugge”.

Non le chiama soltanto, don Luigi, le sue pecorelle smarrite: le va a cercare casa per casa, a ricordare loro che esiste una via di salvezza, e lo fa con il suo nuovo amico, l’uomo mite e silenzioso che si è salvato e realizzato altrove. Il legame con il parroco si è creato con una confessione che non ha nulla di cattolico, perché Felice ha abbracciato l’Islam, e a maggior ragione il segreto custodito dai due conquista un che di santo, stringe forte il patto di fiducia e aiuto reciproci. Purtroppo non forte abbastanza da far cessare il canto delle Sirene, la maledizione del passato mortifero cui l’uomo, nonostante le preghiere del padre putativo, di don Luigi, persino del suo assassino, non vuole resistere. Così Felice – che Martone ci mostra spesso impegnato a scendere e salire scale nei palazzi e nei vicoli, nelle grotte, a simboleggiare il movimento oscillatorio della sua anima e della sua volontà – sprovvisto delle armi che salvano Odisseo, va incontro al suo passato, alla sola macchia rimasta nella sua anima, sperando di cancellarla attraverso una resa dei conti con Oreste, il suo antico amico e fratello divenuto lo spietato boss del quartiere, il primo nemico di don Luigi. Oreste è intimamente e definitivamente marcito, vive nell’ombra come un già morto, e accecato dall’odio per l’amico, per la natura intimamente portata al Bene e alla felicità, nomen omen, gli intima di andarsene dalla città.

Ancora profondamente legato all’uomo nero, che ha le fattezze e la spietatezza di un Tommaso Ragno bravissimo e si aggira incappucciato per i vicoli di una città umida, plumbea, Felice va all’incontro con Oreste e con il loro tragico passato convinto di poterne finalmente uscire e sperando di farne uscire anche l’amico di un tempo. Ma il passato è passato, gli concede sibillino lo spietato villain in una resa dei conti in cui Felice ha compiutamente ritrovato il linguaggio e l’accento della gioventù; al vecchio amico, Oreste non intende perdonare il destino di salvezza, la disponibilità al Bene, la luce che emana e in cui è immerso anche in quel posto dimenticato dallo Stato e forse anche da Dio. Gli intima di scomparire, ma l’ostinazione anch’essa cieca di Felice gli si oppone. L’uomo sorride, quando esce dalla chiesa dopo il concerto dei ragazzi di don Luigi per avviarsi alla sua nuova casa, verso la nuova vita che ha scelto. La macchina da presa di Martone ci aveva avvisati lungo tutto il racconto del suo destino tragico prediligendo le inquadrature da dietro; la fine arriva invece da davanti, da un passato corrotto che non perdona la persistenza della bontà, della speranza, della vita, e non pago della sua viltà sputa sull’amore che aveva ricevuto fino alla fine con l’ultimo gesto infame, condannandosi così all’inferno sulla terra. Un film duro, intenso, nuovo inno d’amore disperato del più grande regista napoletano vivente alla città delle contraddizioni, sempre mitica ma mai estetizzata, che attira i suoi figli come il canto delle Sirene sul passato mortifero che getta l’oblio sul presente.

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