“Ça ira. Il fiume della rivolta”, di Tinto Brass (1964)

di Carla Nanni

Locandina

“Rivoluzione è parola umana,
rivelazione, parola divina.
Oggi l’umanità è riuscita a staccarsi vertiginosamente dalla Terra; viaggia attraverso rivelazioni di portata cosmica,eppure quaggiù, continua a fare le sue rivoluzioni. Perché? Perché è più facile raggiungere la Luna che la libertà e la giustizia e le ingiustizie, rivelandosi cosi brutalmente, giustificano l’inevitabile butalità delle rivoluzioni.”

Quando il cinema poteva parlare di politica e di costume, c’erano comunque argomenti scomodi da trattare e Tinto Brass non è quel tipo di regista che usa il mezzo cinematografico per piacere al potere (o a chi ne fa le veci) ma gioca col cinema per esprimere le sue verità, per quanto ‘radicali’ esse siano.
Nello scorrere i lavori di Tinto Brass dal 1964 ad oggi, ci si incontra facilmente con l’idea di Gianni Canova che nel documentario “It’s Tinto” afferma che insieme alla visione dell’Amore e del sesso c’è e permane sempre anche quella della Morte, della sofferenza e dei contrasti accentuati.
Quando non si è troppo distratti dalle forme voluttuose di Stefania Sandrelli o di Deborah Caprioglio o anche di Serena Grandi ci si accorge quanto questa dualità sia presente e forte in ogni film e in ogni tema apparentemente trattato.

Ça ira è un antesignano del docufilm, nel 1964. Brass raccoglie immagini di repertorio che ripercorrono la storia delle rivoluzioni e delle battaglie del ‘900 , partendo dalla Rivoluzione russa, ripercorrendo la storia messicana, l’Irlanda, le guerre d’Africa, il nazismo, il fascismo, per evidenziare ciò che a tutti, più o meno, è cosa nota : La guerra nasce dalla miseria, la miseria nasce dalla guerra, in un circolo vizioso che è uguale in tutto il mondo, insito nell’essere umano e apparentemente inevitabile, come inevitabile che ogni leader del mondo promuova le armi pur parlando di pace.
il film, presentato a Venezia nel 1965, non incontra il favore della critica,.
Scritto insieme a Giancarlo Fusco, è in effetti permeato da uno humor piuttosto macabro su immagini altrettanto macabre, montate ad arte da Tinto Brass che fa del montaggio (come sempre) il perno portante del film. L’intento probabilmente non è quello di incontrare favori ma di destabilizzare chi guarda, mutando gli accenti del narrato, frammentando gli spezzoni di immagini, come un puzzle che si capisce solo guardando l’insieme e da lontano.
Conoscendo il corso della Storia e gli eventi che si ripetono, perché non si cambia? Perché gli intenti di pace, di giustizia, di uguaglianza e di libertà si trasformano inesorabilmente in esiti di guerra, di repressione, di morte?
Ça ira, riesce nell’impresa? Certo che no, eppure rimane , insieme a “Chi lavora è perduto” lo stampo su cui poi quel Brass giovane – e a suo modo rivoluzionario – costruirà tutta la sua carriera.

una scena di “Chi lavora è perduto”


Tutto sommato, la pecca di Ça Ira è la lunghezza: il messaggio sarebbe potuto arrivare tranquillamente con un corto di trenta minuti. In effetti il messaggio chiaro e palese degli autori si risolve proprio nelle prime scene del film e poi si perde un poco anche nel tono di tutta la pellicola e se da una parte non ha nemmeno il pregio di dare risposte, esso ha comunque la determinazione a porre domande su un semplice quesito: quanto si può essere ipocriti?
le immagini sono le più crude che si possano trovare nell’archivio storico: pile di cadaveri, violenze e macabri rituali, mentre il racconto si ferma sul progresso, la giustizia, i concetti dell’uomo nuovo e del potere al popolo, grandi pensieri di grandi pensatori che si sono scontrati con la macabra realtà: la realtà della guerra è cara all’uomo quanto gli è caro il sesso e l’amore.
Qui c’è proprio il primo Tinto Brass, quello che poi, spinto dai suoi ben noti pensieri anarchici e provocatori, passerà a trattare il sesso e l’erotismo immergendolo a tratti in una dimensione fredda e analitica, senza sentimento o vera sensualità, scivolando sulle pulsioni dell’uomo, accarezzando mollemente il corpo e lo spirito di chi, nascosto dietro la sua patina di perbenismo, si ostina a desiderare, senza mai agire.
Cosi per la guerra, cosi per l’amore…
“Intanto, otto milioni di morti, inglesi, francesi, tedeschi, americani, africani, russi …parlano tutti la stessa lingua: il silenzio.”

Tinto Brass

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