Giulia, di Ciro De Caro (2021)

di Antonio Sofia

Ho scoperto che l’opera prima di Ciro De Caro, Spaghetti story, è stato un piccolo caso cinematografico di qualche anno fa: un film low budget del 2013 accolto da ampi consensi nei festival, purtroppo premiato assai poco dal botteghino. Giulia è la terza opera del regista romano e, nonostante la candidatura al David come migliore protagonista per l’attrice e sceneggiatrice Rosa Palasciano, l’incasso non è stato di molto maggiore. Eppure il cinema di De Caro continua a ottenere ottimi riscontri di critica e sono tutti meritati.
Erano anni che non vedevo un film italiano così ben realizzato: forse anche in virtù delle esigue risorse necessarie per la sua produzione, Giulia raggiunge l’essenza di un racconto in levare che vibra per tutta la sua durata con l’animo di chi lo guarda, annullando la distanza tra ciò che mostra e ciò che fa sentire.

Siamo nella calda estate del 2021, la pandemia è ancora presente ma ha allentato la morsa, alcune abitudini – la mascherina, il gel disinfettante – restano una dissolvenza incompiuta, sgrammaticati retaggi di un contegno doloroso quanto innaturale. Giulia è una ragazza che ci ostiniamo a considerare giovane, se la giovinezza la si assume a sinonimo di un’irrilevanza sociale e politica, che va oltre il dato anagrafico. Fa un colloquio, il film comincia così, dalla sua confusa pragmaticità: sullo sfondo il poster ingiallito di una spiaggia, davanti a due esaminatori mal disposti, “lontani” si definiscono; presenta molte versioni della sua vita, diversi curricula, per poi rispondere alla richiesta di svelare chi sia Giulia con un lapidario “Giulia sono io”. Il passaggio dalla terza persona dell’interrogativa alla prima persona della risposta è emblematico di un’esistenza controvento, enfatizzata dalla chioma della Palasciano. In un’epoca caratterizzata dall’enfasi riposta nell’autonarrazione digitale, in storie per immagini che ci rappresentano sulla scena globale, Giulia conclude la sua definizione in tre parole, una definizione a cui De Caro affida, con successo, la tensione narrativa del suo film.
E seguiamo Giulia in questo essere lei che si dipana dalla fine di una relazione segnata dall’aridità della dipendenza, una gravidanza impossibile per assenza di vita, verso una flânerie eccentrica e curiosa, di cui possiamo al contempo percepire radici e fiorescenze: il racconto non scivola mai nell’estetismo, la macchina da presa segue Giulia, ma riesce sempre a far percepire la sua connessione con la materia, con i giochi che raccatta dai cassonetti, con la città che brulica di auto e nasconde la sua memoria nelle RSA.

Quando De Caro abbandona Giulia lo fa con delicatezza, senza mai tradirne la centralità, perché sa che l’individuo non esiste se non nel mondo che abita e a quel mondo si dedica con scrittura curatissima e regia ferma. Giulia non ha più una casa, rinuncia quindi allo smartphone, come naturale conseguenza della sua disconnessione, e incontra chi vuole e chi può assecondarla senza travolgerla. I due irrisolti trentenni con cui si accompagna nella parte centrale del film, interpretati benissimo da Valerio Di Benedetto e Fabrizio Ciavoni, sono un controcanto della ricerca che Giulia conduce, scansando il mare agitato del litorale laziale, ché la spaventa come il coinvolgimento del primo dei due nei suoi confronti, per lasciarsi invece cullare dalle acque chete al tramonto di una spiaggia “selvaggia” solo per chi non la può visitare.

Il film scorre per quasi due ore e non c’è verso di distrarsi, quasi l’azione possa in qualche modo approdare a una rivelazione salvifica o a un’emozione catartica, secondo quelle direzioni di sceneggiatura a cui siamo ben addestrati. Questo rapimento è orientato magistralmente altrove da De Caro, che ribadisce a più riprese come sia l’assenza di vita a preoccuparlo più della morte. È un saggio autoriale, un’interpretazione originale, dunque, quella che scopriamo ci ha sedotto e ci lascia con una riflessione da sviluppare ancora, perché nel silenzio dei titoli di coda la domanda da cui il film origina sembra essere rivolta a noi e sta a noi cominciare da lì, dal silenzio, scansando la tentazione del racconto per sfruttare la possibilità di esistere a pieno.

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