Triangle of sadness, di Rubén Östlund (2022)

di Roberta Lamonica

È al suo primo weekend al cinema Triangle of Sadness, il film vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.
Dopo il folgorante Forza Maggiore e il provocatorio The Square (anch’esso vincitore sulla Croisette) che metteva alla berlina la vacuità e la superficialità del mondo che gira intorno all’apprezzamento estetico e al gusto artistico contemporaneo in una Stoccolma provinciale e borghese come non mai, Ruben Östlund continua la sua critica caustica e feroce alla società occidentale, ai suoi riti, ai suoi capricci, alle sue folli manie.

E nel fare ciò non si (e ci) fa mancare nulla: la ‘solita’ critica ai social media e ai suoi ‘mestieri’ derivati (tema ormai tanto abusato da non suscitare quasi più alcuna riflessione o dissonanza cognitiva), il dito puntato contro la società dell’immagine, la moda e il suo mondo fatto di ‘poco’, dove le espressioni di finta felicità sono riservate ai brand di grande distribuzione, illusoria promessa di uguaglianza, una specie di oppio che inganna l’ingannatore; un mondo dove le disparità retributive invertono i ruoli tradizionali in una finta pretesa di parità di genere; una ridefinizione di ciò che l’onnipotenza della ricchezza può comprare, con la formazione di nuove schiavitù – in realtà sempre le stesse – lo svuotamento ideologico e dialettico del dibattito politico, ridotto a ‘gioco di citazioni’;e luoghi comuni e infine il test di sopravvivenza sull’isola, il ritorno alla natura che ormai è declinato in tutte le salse e che qui prende la più convenzionale delle pieghe.


La struttura tripartita dà al film un respiro in qualche modo teatrale, con un funzionamento prevalentemente di coppia nei rapporti tra i personaggi, dove però c’è spesso l’inserimento di un terzo elemento di disturbo o di messa in discussione dell’equilibrio precedente.
Interessante la prima parte, quella che vede la coppia di giovani protagonisti discutere su un conto da pagare al ristorante. Östlund esaspera i dialoghi, li dilata, li riprende ossessivamente. Ai discorsi sulla uguaglianza tra i sessi fanno eco discorsi sulla generosità e la disponibilità; è nella terza parte che si assisterà allo svelamento dell’ ipocrisia di un finto nuovo ‘primato della riflessione’ nella dinamica apparenza/realtà.
La seconda parte e la terza parte sfociano nel grottesco quasi subito. L’ opposizione sopra/sotto, Est/Ovest, ricchi/poveri, sfruttatori/sfruttati prende strade e direzioni prevedibili e già ampiamente percorse con ben altri esiti artistici.

Ciononostante, il film ha interessanti guizzi autoriali, specie nella prima parte, e diversi momenti divertenti. Peccato che la satira, se satira il regista svedese voleva fare, sia fiacca e trita. Peccato davvero. Gli ascensori salgono e non sono ascensori sociali, gli ultimi sono corruttibili come chiunque altro e l’ingenuità e la fiducia vera nel cambiamento muoiono come l’asino che tanto spaventava i naufraghi.

Resterà nella memoria degli spettatori il capitano ubriacone e stonato interpretato da Woody Harrelson, metafora di un mondo allo sfacelo; la domanda fatale che Clementine fa a Winston “Amore, ma questa non è una delle nostre?”; resterà l’ ”In den wolken, Uli!” che sembra preludere a un qualche sviluppo narrativo meno scontato (che non arriva mai) e soprattutto resterà nel cuore il volto bellissimo di Charlbi Dean, morta per una infezione la scorsa estate a soli 32 anni.

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