In ricordo di Ennio Flaiano (5 marzo 1910 – 20 novembre 1972 )

di Girolamo Di Noto



Si potrebbe ricordare in tanti modi Ennio Flaiano, scrittore e intellettuale del Novecento, dotato di finissimo umorismo, capace di analizzare con spietato realismo le storture e le contraddizioni della società italiana.
In un’intervista uscita nel 1972, pochi mesi prima di morire, Flaiano propone questa definizione di sé per un’immaginaria enciclopedia del 2050: “Giornalista e sceneggiatore, autore anche di un romanzo, Tempo di morire (concediamo a questa ipotetica enciclopedia una citazione inesatta). Scrittore minore satirico dell’Italia del Benessere”.


Emergono già in queste poche battute due caratteristiche che saranno proprie di Flaiano: l’amarezza di chi era consapevole di apparire troppo stravagante, originale per essere davvero compreso e l’ironia che utilizzava per difendersi dalla stupidità del presente, contro tutti coloro che comodamente amavano vivere nella gabbia dorata del conformismo, che li rendeva impermeabili a qualunque forma di intelligenza.


Sorprende la straordinaria poliedricità professionale di Flaiano, lascia incantati il fatto che sia stato giornalista, scrittore, sceneggiatore in particolare di Fellini, osservatore dei costumi, recensore cinematografico, persino attore in un breve cameo nel film di Camerini Mio figlio professore con l’indimenticabile Aldo Fabrizi.

Così come lascia meravigliati la sua continua diffidenza di sé, la sua insicurezza, l’inquietudine dello scrittore che, dopo aver esordito vincendo il Premio Strega con Tempo di uccidere, aveva rinviato per l’intera vita il secondo romanzo, la consapevolezza di essere stato un “marziano” calato a Roma dall’Abruzzo e catapultato in una città degradata, così splendidamente descritta ne La dolce vita, una città immersa “tra nobildonne che si lasciano cavalcare, che si spogliano per noia e scelgono gli eccessi per sentirsi vive”.


C’è voluto del tempo perché si riuscisse ad annoverare tra i classici del Novecento uno scrittore dall’intuito profetico, un’anima inquieta dai graffi verbali raccolti nei foglietti che gli servivano come una sorta di serbatoio da cui attingere per mostrare la sua indignazione, ma anche il suo buonumore.

“Il suo scrivere- diceva Prezzolini- è tutto una cascata di motti, di trovate, di scherzi, di invenzioni, di punture”, che accumulava e poi divulgava nella forma che riteneva più congeniale. La sceneggiatura fu una di queste. Il cinema gli dette soddisfazioni personali, gli era servito per acquistare indipendenza economica, ma non mancherà anche di procurargli delusioni e rammarichi. Innumerevoli sono le collaborazioni con i registi, tra cui Antonioni, Emmer, De Sica, Lattuada, ma sarà l’incontro con Fellini la grande occasione della sua vita da scenegggiatore.

Da Luci del varietà (1950 ) a Giulietta degli spiriti (1965 ), Flaiano collaborerà, spesso in compagnia di un’altra grande penna come Tullio Pinelli, con il regista riminese, con il quale si creerà un rapporto di grande sodalizio artistico ma anche combattuto e conflittuale.

In comune avevano l’origine provinciale, il rapporto con Roma, il senso dell’humour, il ripudio della volgarità. Capolavori come La dolce vita, I vitelloni, 8½ ebbero la possibilità di nascere grazie al connubio tra il Fellini caricaturale e barocco e il Flaiano conciso e fulmineo. Straordinaria la società descritta in questi film, tra alienazione, noia e improvviso benessere.

Flaiano saprà ben raccontare la mediocrità dei provinciali a Roma, la vita piatta e sempre uguale in provincia, sarà abile nel descrivere un uomo perennemente inquieto come il Marcello Rubini de La dolce vita, sempre insoddisfatto, deluso da tutto, così come saprà cogliere con disincanto e, malinconia, il lento deteriorarsi di Via Veneto ridotta “a un turistico porto di mare per gente che chiacchiera di argomenti gastro-sessuali”.

Affonda lo sguardo ironico all’interno del mondo piccolo-borghese e ne mette a nudo vizi e sogni meschini, firma pagine di buonumore, sa cogliere i personaggi nel loro lato grottesco, eppure non sempre il rapporto con Fellini sarà soddisfacente.

Flaiano non sempre accetterà di vivere all’ombra di Fellini: riconoscerà il suo genio, avrà modo di tollerare la personalità narcisista, ma resta deluso quando il suo lavoro non veniva pubblicamente apprezzato, ovvero quando spesso Fellini dimenticava di sottolineare l’importanza che gli sceneggiatori avevano nei suoi film o quando “rubava” ricordi che non riguardavano episodi della sua infanzia ma di quella dei suoi collaboratori.

Per la durata del loro rapporto il rituale è stato spesso questo: Flaiano usciva di scena sbattendo la porta e Fellini lo riconquistava, riportandolo a sé, con lettere firmate “tuo Federico”, che iniziavano con l’incipit “Caro Enniotto”.

Dotato di una grazia e di una leggerezza che non è superficialità, Flaiano ha dato vita ad un’opera mai asservita, che colpiva senza lasciare spazio ad alcuna ambiguità.

Vivrà il fascismo come un insopportabile senso di soffocamento, ma con la consapevolezza che anche il dopo non abbia autorizzato così tanta speranza. Significativo, in tal senso, l’apporto alla sceneggiatura del film Roma città libera di Pagliero, che narra “l’occupazione che seguì la tedesca, quella degli alleati anglo- americani”.

Resterà Flaiano per i film di Fellini, per i suoi lampi visivi, per la sua irrefrenabile arguzia, per aver colto con largo anticipo il degrado culturale dell’individuo addormentato dalla società di massa.

Una personalità assolutamente originale che va continuamente riscoperta, che ha saputo dare lucida testimonianza del suo e, profeticamente, del nostro tempo, uomo colto che spicca, le cui idee in rivolta, sono sempre attuali, specchio di una società che abbaglia ma in realtà cela il marcio e se ne compiace.

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