Slow Movie: Paterson, di Jim Jarmusch (2016) e Ariaferma, di Leonardo Di Costanzo (2021)

  • di Tanja Wolf

Mentre le qualità dello slow food hanno da tempo conquistato un vasto pubblico, si sta affermando anche il genere dello slow movie. Gustati con calma e col giusto approccio, sia l’uno che l’altro sono molto digeribili e nutrono corpo, cervello e anima.

I due esempi di slow movie qui riportati (già ben recensiti in Re-movies) hanno caratteristiche comuni. Anzitutto il ritmo lento e la durata lunga, di quasi due ore. In entrambi i film il tempo raccontato copre circa una settimana. E in ambedue c’è un protagonista principale che sta in rapporto con alcune, poche figure, disegnate con molta delicatezza. Infine, entrambe le sceneggiature sono ambientate in spazi periferici e ristretti: un piccolo centro della provincia americana; una prigione quasi abbandonata tra i monti della Sardegna.

Questa particolare dimensione in spazio, tempo e personaggi di per sé già offre al pubblico la possibilità di accomodarsi in quel poco che c’è, di adattarsi all’immanenza del presente a corto raggio. Allo spettatore sovraccaricato di tutto quel che sta succedendo in questi tempi pazzi, nelle nostre vite strapiene di persone, compiti, aspettative, preoccupazioni, questa riduzione produce un effetto zoom al contrario e un rallentamento – e invita a dimenticare tutto per due ore.

PATERSON

È un giovane autista di autobus di linea in una città che si chiama come lui, Paterson. Ogni mattina si sveglia dopo una notte abbracciato a sua moglie. Ogni mattina ripete una coreografia quotidiana molto personale che include la colazione, la camminata verso la rimessa degli autobus, due chiacchiere col collega che seguono un rituale altrettanto prestabilito, la guida dell’autobus con l’osservazione attenta di tutto ciò che si presenta ai suoi sensi: profumi, rumori, persone e ogni cosa che vede e sente.

Poi la pausa pranzo, con la merenda preparata con fantasia dalla moglie, seguita dal resto del turno. La camminata a casa dopo il lavoro, dove la compagna lo aspetta. Ogni giorno lei lo stupisce con le piccole pazzie buffe che ha inventato per trascorrere la giornata, con progetti creativi che la rendono felice. Anche la cena può essere considerata una trovata creativa che lei ogni giorno presenta con gioioso orgoglio. Lui invece impressiona per la massima pazienza ed apertura che dimostra verso di lei. Questo sì che è amore! Dopo la cena e due commenti sulla giornata, Paterson porta a spasso il cane poco simpatico della moglie. Infatti lo lega fuori del bar dove tutte le sere beve esattamente una birra e si gode la compagnia dei clienti, prima di posarsi al fianco della donna al letto – dove la mattina si risveglia.

Questa vita molto regolare dona la cornice, il porto sicuro per una vita contenuta ma contenta per Paterson. Viene da pensare anche a Vittorio Gassman come ex pugile un po’ acciaccato ne I mostri (D. Risi, 1963), dove sospira pesantemente dicendo con aria felice “so’ contento”. Però Paterson riempie la cornice in altri modi: mentre la donna rompe i silenzi ed esterna i suoi pensieri tramite racconti e progetti vari, Paterson è più introverso. Come il topo Federico nel famoso libro per bambini di Leo Lionni, Paterson raccoglie parole: in ogni momento calmo scrive poesie in un quaderno segreto. Si fa ispirare dalle piccole cose che percepisce. Nell’arco di una settimana, grazie al sostegno e alla fiducia nella sua scrittura da parte della donna, che desidera tanto che lui faccia una copia delle sue poesie e che ne legga una a lei, Paterson sviluppa autostima e un’identità di poeta. Incontri casuali con due altri poeti lo stimoleranno altrettanto.

Questo film ci incoraggia ad essere grati per le piccole cose, per il silenzio, per l’apertura verso gli altri, invita ad accettare e abbracciare senza giudicare quello che ci circonda, a renderlo bello tramite i nostri sensi e il potere creativo che esiste in ognuno. Basterebbe coltivare il giusto atteggiamento. Un atteggiamento che si potrebbe anche chiamare “sostenibile”, in stretto rapporto con l’ambiente circostante. E questo è lo stesso messaggio, tra altri, che trasmette il secondo slow movie che consigliamo:

ARIAFERMA

Qui l’ambiente di base, un vecchio carcere nascosto nella Sardegna rurale, è piuttosto duro e ostile. La galera sta per essere dismessa, ma all’improvviso succede che dodici detenuti debbano rimanerci un po’ di tempo in più, e con loro una decina di guardie. Mentre all’inizio le due controparti hanno in comune l’odio per la situazione, una serie di provocazioni, sorprese e sfide provoca interazioni molto interessanti fra prigionieri e sorveglianti. Qui il filo rosso è la fiducia nell’essere umano e la questione “cosa ci definisce”, “cosa ci distingue”.  Di fronte al contrasto fra prigionieri colpevoli e guardie innocenti, la domanda Cosa abbiamo in comune? assume un fascino speciale.

Di questo film va sottolineata l’estetica visiva: le riprese nella vecchia galera sono stupefacenti, da vedere assolutamente sullo schermo grande. Il richiamo quasi patetico all’ultima cena di Gesù ed il lavaggio del vecchio come rappresentazione di una sincera pietà sono esempi di varie scene che resteranno a lungo impresse nello spettatore.

Anche qui, l’arco della settimana crea una suspense: la convivenza di un piccolo gruppo in mezzo al niente porta a strane sfide. I detenuti, molto diversi fra loro, trasferiti nella rotonda con le celle adiacenti sviluppano una forza di branco  notevole che diventa una minaccia per le guardie. La radicata concorrenza fra colleghi da una parte e l’amicizia dall’altra disegnano figure frementi di esseri umani condizionati da sicurezza e controllo – e dentro di sé credono nel bene e nella civiltà della convivenza. Il film dipinge un quadro pieno di speranza nella bontà, nella creatività se all’individuo si conceda un minimo di fiducia e libertà, un quadro che comunque resta incupito dalla paura per “il cattivo” e dalla disillusione. Qui non va svelato, se la luce o l’ombra prevalga alla fine del film.

Ariaferma si chiude con un’osservazione quasi banale, “da facebook”: che in fondo ci conosciamo già tutti. Se questo sia un bene o un male, resta da valutare.

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