Trainspotting, di Danny Boyle (1996)

di Margherita Loglio

“[…] Scegliete il futuro, Scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?”

(Mark Renton)
Locandina

Diretto da Danny Boyle nel 1996, il cult movie “Trainspotting”, tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh venne definito all’uscita “la descrizione di un girone dell’inferno dantesco, in grado di raccontare un indotto olocausto tossico”. Il film riesce a catturare perfettamente il ritratto di giovani emarginati nella Scozia degli anni ’90, durante la crisi sanitaria nazionale dovuta dall’alto tasso di disoccupazione e al continuo flusso di eroina proveniente dal Pakistan e altri tipi di droghe che scorrevano a fiumi per le strade di Edimburgo.

Le stesse strade su cui Mark Renton (Ewan McGregor) corre per sfuggire a due poliziotti, mentre la sua stessa voce fuori campo recita l’iconico monologo iniziale (e presto capiamo che non si tratta esattamente di un monologo motivazionale).

Mark Renton in fuga

Renton, infatti, al motto “Scegli la vita” risponde di aver già fatto la sua scelta e di aver scelto di non scegliere la vita, bensì l’eroina, decisamente preferibile alla banalità di una vita fallimentare ma socialmente accettabile.

Il film ruota attorno alla quotidianità di Renton e del suo gruppo di amici, Tommy, Bedgbie, e gli altri due eroinomani Sickboy e Spud, mostrando la vita nella loro auto dichiarata sincera e onesta tossicodipendenza, in un susseguirsi di sbagli, processi giudiziari, vani tentativi di ripulirsi e overdose.

Trainspotting è il racconto di una gioventù sbandata e disfunzionale persa nell’euforia di un buco, quell’attimo di leggerezza di cui è schiava e per ottenere la quale sarebbe disposta a tutto.

Il dramma dell’eroina è raccontato crudamente da Boyle in una maniera estremamente realistica, talvolta tramite scene disgustose come quella del bagno o quella della morte del neonato, presunto figlio di Sick Boy. Questo sarà uno degli episodi che spingeranno Renton a volersi disintossicare definitivamente. Una tossicodipendenza raccontata in modo sincero, ovvero come l’unica via di fuga dall’accettare le infinite responsabilità che la vita chiede; le disfunzioni di una generazione cresciuta in fretta che ha deciso di non cambiare e che vede nell’eroina un rifugio e un’alternativa a una esistenza monotona e disperata.

Una rovinosa caduta in una spirale degenerativa rappresentata nel film anche attraverso i colori che vanno a sbiadirsi e farsi meno vivaci man mano che i personaggi scivolano nella loro dipendenza. Un esempio di ciò è Tommy che, depresso dopo la rottura con la sua fidanzata, si inietterà la prima dose di eroina – fornitagli fra l’altro dallo stesso Renton – e che più avanti lo condurrà alla sua morte per HIV.

Il film con il suo realismo non mostra solamente le disastrose conseguenze dell’eroina ma – come lo stesso Boyle spiega in risposta alle critiche che sostenevano che il film incoraggiasse l’assunzione di sostanze – rappresenta la tossicodipendenza come una conseguenza dell’assenza colpevole della società e mostra ciò che il libro ha l’ardire di sostenere e cioè che la droga porta divertimento.

La drammaticità dei temi è bilanciata e smorzata anche dalla colonna sonora che dona un ritmo dinamico all’intera pellicola, in qualche modo alleggerendola e impedendole di diventare troppo claustrofobica e ripetitiva. La musica è di fatto una delle principali forze motrici del film – Iggy Pop e la sua carriera risorsero letteralmente dopo la pubblicazione del film (registrò il videoclip di Lust For Life del 1977 solo dopo l’uscita della pellicola nel 1996) – con i brani di alcuni dei più noti artisti britannici come i Blur, i Pulp o gli Underworld, ma anche dell’americano Lou Reed, la cui Perfect Day fa abilmente da sfondo alla drammatica scena dell’overdose di Renton, andando poi a sincronizzarsi con i lenti battiti del cuore di quest’ultimo.

I protagonisti del film

Sono numerosi gli omaggi ad altri film, come Arancia Meccanica di Stanley Kubrick (nella scena della discoteca le scritte sulle pareti ricordano l’ambientazione del Korova MilkBar dove Alex e i suoi drughi bevevano il loro latte drogato) o i rimandi visivi ad icone della musica come i Beatles, nella copertina del loro album Abbey Road.

A ogni modo sarebbe riduttivo classificare Trainspotting come un film esclusivamente sulla droga, in quanto rappresenta anche una critica sociale, ritraendo con maestria il contesto sociale scozzese di una società divisa tra “tossici” e chi invece, con un comportamento socialmente accettabile, teneva il Valium nell’armadietto delle medicine; e rappresenta una critica politica verso il consumismo, verso tutti quegli inutili “obbiettivi” elencati da Renton nel monologo iniziale, cui la società ci spinge ad aspirare e che lo stesso protagonista si ritroverà ad abbracciare alla fine del film.

Se il monologo iniziale è ormai storia del cinema è forse il monologo conclusivo di Mark Renton a Londra a trasmettere il messaggio più forte, quello della presa di coscienza. Esprime tutta la sensazione di fuga da una vita senza prospettive o futuro, scegliendo di diventare attore del proprio destino e non più spettatore parassita di una società matrigna.

Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

Mark Renton

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