Le otto montagne, di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch (2022)

di Marzia Procopio

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi.

Ci sono storie che andrebbero raccontate dalla fine, perché è alla fine che si rivela la domanda di senso che esse nascondono nel loro cuore; e questo è il caso della storia de Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, la storia dell’amicizia tra Bruno e Pietro. Silenzioso, spiccio, massiccio il primo, delicato, indeciso e altrettanto silenzioso il secondo; diversi per carattere e origini, a unirli è il profilo delle montagne della Val d’Aosta dove Bruno vive e Pietro va in vacanza l’estate insieme ai genitori. Bruno è intelligente e la famiglia di città vorrebbe prenderlo con sé per farlo studiare a Torino, ma il padre di Bruno, incapace di concepire per il figlio un futuro diverso, lo porta via con sé, a costruire case. Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017 e tradotto in 35 lingue, il lungometraggio nasce dalla volontà dei due registi (già autori del celebrato Alabama Monroe e di Beautiful Boy), che, innamoratisi del romanzo, hanno deciso di adattarlo per lo schermo e di girare il film interamente nei luoghi dove il racconto si snoda, cioè il paesino valdostano di Brusson e le montagne intorno, i suoi ghiacciai e alpeggi. Tipico romanzo di formazione, il libro di Cognetti toccava molti temi: la difficoltà di individuarsi e trovare un proprio posto nel mondo, il rapporto con i genitori reali e fantasmatici, l’amicizia e le sue forme ambivalenti, persino il linguaggio, quel dialetto lingua-madre che porta con sé una visione del mondo; infine maestose, silenziose, enormi, le montagne, anch’esse ambivalenti, rifugio e pace in contrapposizione alla città mortifera, caotica, gentrificata, ma anche, come vedremo, abisso potenzialmente divorante e ostile.

Gli stessi temi vengono trasposti in immagini dai due registi, che usano la steady cam e i droni e muovono la macchina da presa avanti e indietro a rendere il fascino magnetico della Montagna e i movimenti ambivalenti di avvicinamento e allontanamento, di fuga e ritorno, che essa induce nei protagonisti. Al centro del racconto ci sono i due amici dai nomi parlanti: Bruno, interpretato da un Alessandro Borghi in stato di grazia come mai prima, che dà corpo massiccio e voce credibilissima al suo personaggio, un buco nero, “bruno”, appunto, amato da tutti ma impossibile da salvare; e Pietro, forte e saldo come la roccia nella sua devozione per l’amico, ma dall’indole più duttile, docile, morbida, che proprio grazie alla sua indecisione sulla strada da intraprendere si salverà, ritrovando sui sentieri e in vetta ai ghiacciai un padre che non aveva mai realmente visto per come era, e trovando il proprio ubi consistam su altre montagne, quelle del Nepal, su cui cammina e si inerpica con fatica ma senza sosta. Pietro è incarnato da Luca Marinelli in una gara di bravura con l’amico Borghi, con cui aveva lavorato nel film culto del 2015 Non essere cattivo di Claudio Caligari.

La lavorazione del film è stata lunga, resa complessa dalla decisione di girare tutto per intero nei luoghi dove è ambientato il libro, tra Val d’Ayas e valle del Lys, Torino e il Nepal. Guida d’eccezione ed eccezionale è stato Cognetti, che ha scelto i luoghi e creato l’atmosfera miracolosa che ha caratterizzato, a dire dei protagonisti, il clima sul set; maestri del cast (il sempre ottimo Filippo Timi nei panni di Giovanni Guasti, Elena Lietti che interpreta la moglie Francesca, Elisabetta Mazzullo nei panni della donna di Bruno, Lara, e i due formidabili bambini, Lupo Barbiero, Pietro bambino, e Cristiano Sassella, Bruno bambino) e della troupe, sono stati gli abitanti del luogo, che si sono fatti dialogue coach e maestri, di arrampicata e di mungitura, per gli attori. Girato in ordine cronologico come la storia nel romanzo, che viene raccontata senza manipolazioni narrative del tempo, per esteso, seguendo le vicende durante le diverse fasi della vita dei due amici, il film ha vinto il Premio della giuria (ex aequo con EO) a Cannes 2022, ed è uscito nelle sale italiane il 22 dicembre; girato interamente in italiano per volontà dei due registi, il lungometraggio si srotola per 147 minuti che sembrano molti di più, con un ritmo lento come la vita in montagna lontano dalla frenesia della città, e molti silenzi, a dire la difficoltà di capirsi che segna i personaggi e i due amici, così diversi e pure sempre vicini, sia quando, in onore del padre di Pietro, costruiscono dalle fondamenta la casa che l’uomo tanto sognava, sia quando arriverà per Bruno la crisi della vita.

Esteticamente curatissimo, sostenuto dalla splendida fotografia di Ruben Impens, abituale collaboratore di Van Groeningen, che incornicia personaggi e montagne in un insolito, antico 4:3, accompagnato dalle musiche quasi sacre di Daniel Norgren, che si accordano con i momenti e le emozioni salienti della storia a sottolineare l’immanità e il pericolo della vita sì pura ed essenziale, ma selvaggia, dei montanari, un popolo sovranazionale di uguali in tutto il mondo, come scoprirà Pietro nei suoi viaggi in Nepal. Il film è girato nel formato 4:3 ispirato alla coppia da Cognetti stesso, che durante un sopralluogo mandò ai registi le foto della baita giudicata adatta all’ambientazione proprio in questo formato;  Van Groeningen e Vandermeersch lo reputarono adattissimo a rappresentare la verticalità della montagna e il suo mistero, visto che fuori dell’inquadratura rimane molto a destra e a sinistra della scena, e così emerge il mistero da cui la montagna è avvolta, il suo silenzio inattingibile che chiama irresistibilmente a sé chi la contempla, in un’immagine sinestetica efficace e potente; il 4:3, inoltre, “intrappola” i personaggi in uno spazio stretto da cui fanno fatica a uscire, metaforicamente impossibilitati a trovare una forma di comunicazione compiuta tra loro. Il destino di ciascuno si compirà senza che l’abbiano del tutto trovata, ma sempre nell’amore assoluto eppure sghembo che l’amicizia vera ci fa conoscere.

Il titolo rimanda all’idea nepalese del mondo come ruota a otto raggi, con al centro una montagna altissima, il monte Sumeru, e intorno, appunto, otto montagne. Di ritorno da un viaggio in Nepal, Pietro ne parla con Bruno, rivolgendogli la domanda implicita nell’immagine: “Chi impara di più? Colui che fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru?”. Bruno, interpretandola, gli chiede a sua volta se lui sia “quello che ha scalato il monte” e l’amico “quello che ha fatto il giro”. Così sembra per quasi tutto il film, anche se la fine mette in dubbio il lungo canto in onore di Bruno vittorioso. Chi, infatti, ha davvero scalato il monte? Bruno, che è rimasto lì, ha conosciuto (e voluto) solo la montagna, un po’ d’amore e le leggi che si è dato nella sua autarchia destinata al fallimento? O Pietro, che ha viaggiato per fuggire da se stesso, per paura di essere (o di non essere?) come Bruno, che sembra non voler restare ma si rivela poi capace di affrontare ciò che Bruno teme e da cui poi sarà perduto? Chi meglio dell’altro ha saputo trovare un senso per la sua vita? Pietro, alla fine della storia, trova la risposta nelle parole di suo padre: “Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.”

Come anche ne L’amica geniale di Elena Ferrante, alla fine a soccombere sarà la personalità eccezionale e a salvarsi, invece, forse proprio grazie alla scrittura, quella che osserva da una posizione timida, incerta, subalterna. Ma forse la domanda è mal posta, perché ciò che è importante è la spinta a proseguire il viaggio, a piedi e verso la cima di una montagna (una scalata a se stessi) e – mentre si sale – pensare e costruire insieme una casa, uno spazio condiviso e protetto posto nel giusto mezzo tra i piani, le aspirazioni, e gli accidenti che si producono in ogni vita; perché, come scrive William Blake, “quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono”.

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