Fairytale – Una fiaba, di Aleksandr Sokurov (2022)

di Bruno Ciccaglione

Fairytale – Una fiaba, di Aleksandr Sokurov è un film che vuole prima di tutto essere opera d’arte, al centro della quale stanno le ossessioni e la visionarietà del suo autore, che non compiace mai il pubblico, ma che anzi a un certo punto quasi lo aggredisce, per scuoterlo e trasmettergli tutta l’inquietudine che si agita in lui.

Alexandr Sokurov è da molti giustamente ritenuto uno degli ultimi maestri di un cinema che fa del rigore stilistico la sua cifra, denso di una spiritualità che è quasi mistica e che fa sì che molti lo considerino il naturale erede di Andrej Tarkovskij (che del resto lo difese all’inizio della sua carriera, quando le sue opere venivano accusate di formalismo dalla censura sovietica).

Dalla laurea in Storia e Filosofia ai primi documentari, per arrivare poi ai film che lo vedranno affermarsi a livello internazionale, Sokurov ha spesso messo al centro delle sue opere la grande Storia e il Potere. Alcune delle figure storiche fondamentali del novecento sono diventate, come egli stesso ha spiegato in occasione dell’uscita di questo film, delle vere ossessioni.

È possibile cogliere l’intimità più profonda dl Hitler, Stalin, Mussolini e Churchill, e metterla in scena in un unico film? E con quale cifra stilistica? A dirci molto della grandezza di Sokurov è l’aver affrontato questa sfida in modo opposto a ciò che aveva fatto in Arca Russa (2002): se lì aveva atteso oltre dieci anni perché le nuove tecnologie si sviluppassero a sufficienza da permettessergli di realizzare un unico piano sequenza di 95 minuti, che attraversasse 33 set e utilizzasse il lavoro di 4500 persone (tra cui quasi 900 attori), qui decide di non girare neppure una inquadratura.

Tutto il film si basa infatti su materiali d’archivio originali (con l’ausilio di tre giovani collaboratori che sono stati a caccia di filmati dei quattro “eroi” del film negli archivi di tutto il mondo per quattro anni), sapientemente montati in modo da farli agire e “rivivere” in un’Ade tutta ricostruita con disegni e animazioni.

Sokurov nello studiare i materiali d’archivio si è convinto fosse possibile cogliere, sia pur fugacemente, negli sguardi e nella postura, i pensieri più intimi dei quattro uomini di potere. Anche le parole che gli attori hanno recitato doppiando le immagini di repertorio (in una babele in cui ciascuno dei protagonisti parla la propria lingua) sono il frutto di ricerche accurate e lunghissime a caccia di frammenti da lettere private, discorsi pubblici e documenti.

L’altra parte del materiale è costituito dai disegni e dalle animazioni, che attingono dall’immaginario pieno di rovine di pittori di varie epoche, che hanno rappresentato paesaggi danteschi e mondi incredibili (Hubert Robert o Dürer e non solo). L’ambiente in cui i quattro protagonisti interagiscono è una sorta di limbo, sospeso in attesa di fronte alle porte dell’aldilà. Ciascuno di loro chiede a Dio di entrare e il mistero del divino risulta sia a loro, sia allo spettatore, in tutta la sua misteriosa incomprensibilità.

Infatti con loro, ad attendere da secoli di poter entrare nel grande portone dal quale giunge la luce abbagliante di Dio, sta persino Gesù, unica figura completamente animata. Ancora dopo secoli Cristo è dolorante nel corpo per il proprio martirio e rivela forse la cifra della (propria) umanità nel fatto di non riuscire a comprendere il senso del disegno divino: cosa ci fanno Stalin, Hitler, Mussolini e Churchill con lui? Perché non sono ad ardere all’inferno?

Nella “fiaba” di Sokurov “era importante immergere questi uomini con le loro mille colpe in un ambiente che potesse ricordare allo spettatore le rovine della cultura e di un mondo creato su base umanistiche”, dirà l’autore in una intervista. Ma se il gioco della messa in scena dei quattro uomini simbolo dell’abisso del novecento si svolge spesso sul filo dell’ironia e sulla messa in ridicolo delle piccole nevrosi, degli intimi pensieri e delle fissazioni che essi esprimono (tra cui il loro continuo confrontarsi con la figura di Napoleone, che pure appare brevemente), a un certo punto nella routine che essi si sono costruiti nell’attesa di conoscere la propria sorte, irrompono, come un mare tempestoso e violento, le grandi e informi masse popolari che li hanno celebrati e sostenuti.

Il grande oceano di folla esalta i nostri quattro protagonisti, che lo cavalcano, adulandolo e sferzandolo, lasciandosene fieramente inebriare. Il flusso emotivo della folla, in uno scenario che somiglia a delle grandi cave di marmo, la cui bianca staticità è scossa dalla violenza imponente e cupa dei popoli del novecento, e la cui morfologia a terrazze ripropone i tanti “balconi” a cui questi uomini erano abituati ad affacciarsi, quel mare di gente diventa in questa parte del film quasi un tumulto capace di mettere alla prova i sensi dello spettatore.

Sokurov non vuole che ciò che vediamo “ci piaccia”: l’effetto di questa sequenza è volutamente disturbante e per questo il regista, al culmine della caotica tempesta che agita questa folla esaltata, alza anche al missaggio il volume della musica dissonante che accompagna la scena, fino a sfiorare l’eccesso, quasi aggredendo lo spettatore.

Come ha spiegato in una intervista, Sokurov non intendeva, con questo film, mettersi nella posizione del giudice o del procuratore. Piuttosto si sente come uno di quegli individui che fanno parte di quella folla: “Possiamo far fucilare o impiccare un dittatore colpevole di tanti crimini, ma cosa possiamo fare di milioni di persone che l’hanno portato al potere? Finché esisteranno questi milioni di persone esisteranno le guerre e i crimini contro l’umanità”.

Dopo questo bagno di folla, i quattro protagonisti possono tornare alla noiosa routine dell’attesa, ai loro meschini pensieri, alle esaltate riflessioni su cui ossessivamente rimuginano, al loro invocare il permesso di entrare nella porta del paradiso. A farsi carico di tutti mali del mondo, verrebbe da dire al posto nostro, non può che esserci quel Cristo che alla fine del film si domanda come mai anche lui sia costretto da secoli, dolorante, in un’attesa senza certezza di ciò che sarà di lui.

Una risposta a "Fairytale – Una fiaba, di Aleksandr Sokurov (2022)"

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  1. Che roba! Non conoscevo questo progetto, ma sembra certamente intrigante! Sokurov è un altro di quei nomi in cui dovrei immergermi, trovassi il tempo per farlo…

    Buona fine e buon principio, Lucius! Ci sentiamo leggiamo commentiamo nel 2023! :–)

    Piace a 1 persona

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