La vita bugiarda degli adulti, di Edoardo De Angelis (2022)

di Marzia Procopio

Vittoria (Valeria Golino) e Giovanna (Giordana Marengo)

Per capire La vita bugiarda degli adulti, la serie tv al primo posto tra le più viste di Netflix in questi primi giorni dell’anno, ci si può soffermare sull’episodio 5, “Amore”: è qui che si intrecciano, lasciando vedere la trama dei rapporti, i fili che l’autrice del romanzo, Elena Ferrante, e il regista e produttore, Edoardo De Angelis, hanno teso nel corso della narrazione. Due borghesissime famiglie napoletane incontrano una famiglia sui generis di un quartiere popolare, e soprattutto una nipote incontra una zia famigerata, odiata dal padre, che le cambierà la vita.

Amore e amicizia traditi (o finiti) tra le coppie genitoriali e tra amiche di infanzia, crude iniziazioni sessuali, la scoperta di sentimenti intensi e ambigui (si pensi al giovane ideologo cattolico che affascina e seduce due ragazze molto più giovani), una certa “adultità” che non fa sconti alla giovinezza, anzi sembra detestarla.

Al centro del racconto, ambientato a Napoli negli anni ’90, ci sono giovani che si distinguono dagli adulti per la loro ricerca della verità (Ida e le sue ricerche esperienziali per i libri che scriverà; Giannina e la sua educazione sentimentale con la zia Vittoria, con il figlio dell’avvocato Sargente, con l’amato Roberto; Roberto stesso e il suo amore per la verità e la parola, per Gesù, per la politica): giovani in formazione che odiano, giustamente, le bugie opache dei “grandi”, anche se dentro di sé hanno anche loro dei sentimenti opachi come i vetri sporchi, prepotenti e volatili.

In opposizione a loro, gli “adulti” del titolo, i narcisisti sedicenti intellettuali comunisti che popolano le feste dell’Unità e animano dibattiti politici senza portare un solo grammo di verità nelle loro vite conformiste a Posillipo, tra cene patinate a base di ostriche e champagne, conversazioni vuote, tradimenti così scontati e tanto banali da far rimpiangere le soap opera sudamericane degli anni ‘90, appunto.

Andrea (Alessandro Preziosi) e la sua amante Costanza (Raffaella Rea)

Una scena eloquente dell’episodio 5 è una festa del partito, un’altra a cui le due famiglie borghesi portano le tre figlie adolescenti. Sul solito palco, dopo il solito dibattito, un gruppo intona per l’ennesima volta Fischia il vento, e a commuoversi sono gli adulti, Mariano soprattutto, il marito tradito di Costanza (interpretato dal tenero Biagio Forestieri), mentre i loro giovani li osservano con astio, perché li trovano finti, patetici, falsi. “Lui mi piace perché guarda le persone negli occhi”, dirà di Roberto Giovanna al padre (un bravo Alessandro Preziosi), che resta significativamente a testa bassa.

Giordana Marengo – Giovanna

L’ipocrisia degli adulti, la loro “vita bugiarda”, sono dunque l’oggetto polemico del racconto di Ferrante, che De Angelis e il suo direttore della fotografia traducono in immagini plumbee, scure come i cuori di questi adulti inattendibili, chiusi come le caverne buie e fumose dove amano riunirsi con pochi come loro, gli intellettuali, a discutere di cose ormai lontanissime, stereotipate, o come i salotti dove, a dispetto dei discorsi sul mercato e sulla giustizia sociale, si riuniscono per celebrare le feste comandate.

C’è una tesi che viene svolta con chiarezza, nelle sei puntate della serie: la Napoli oscura, sotterranea, bassa di zia Vittoria e del quartiere “Il pianto”, dove la povera gente non fa che lavare le strade con acqua e sapone e volersi bene come sa e può, luogo dei buoni sentimenti, è in opposizione alla Napoli alta di Posillipo e della borghesia, rappresentata appunto dalla famiglia di Mariano e Costanza, e da quella di Giovanna: professori, traduttori e ideologi, che vivono in case che nessun professore potrebbe mai permettersi se non fosse benestante in partenza, che discettano di comunismo e cristianesimo originario ma incarnano il tradimento, le bugie, la mancata assunzione di responsabilità e durante le loro cene non si ascoltano mai; desolante la scena in cui la madre di Giovanna, Nella (Pina Turco, brava a rendere la sconfitta di una donna tradita che vuole comunque bene al marito fedifrago) cerca di raccontare, senza riuscirci perché non la ricorda e perché nessuno la ascolta, la trama del libro che sta traducendo: a dire che la loro cultura è tutta una finzione.

Chiacchiere buone solo a coprire e a strutturare il tempo, parlate in una lingua dicotomica e dunque anch’essa a tesi; un napoletano usato per “individuare” le due categorie contrapposte, e non per dialogare, perché nessun dialogo può esistere tra bugiardi e autentici e tra la parte nobile e quella meschina che coesistono all’interno di ciascuno. E se ne Lamore molesto, divenuto un potente film di Martone, il trauma della violenza carnale subita da parte di un uomo che si esprimeva in un crudele dialetto napoletano spingeva la protagonista, Amalia, ad abbandonare Napoli e di conseguenza a non voler più parlare quella lingua “da selvaggi”, in questo lavoro il discrimine linguistico ritorna, ma senza verità, bugiardo anch’esso, come loro: gli intellettuali borghesi o sedicenti tali si esprimono in un italiano corretto, spesso alto, ma quando sono sorpresi dal regista a esprimersi in napoletano, lo fanno con una lingua che non ha nulla del carattere melodico che ha reso possibile l’esportazione in tutto il mondo di un modello musicale, nulla che serva al dialogo; non lingua madre, ma malalingua usata solo per esprimere odio, rancore e vendetta.

“Dincella a mariteto che si se vò chiavà a sòrema…”, dice il professore di filosofia che abbiamo visto dialogare amabilmente su una terrazza di Posillipo, ma che – quando parla della sorella, rimasta nel Pascone, quartiere popolarissimo di nascita – le si rivolge usando la lingua natia per verbalizzare una violenza esprimibile solo in quella e non in altra lingua. Allo stesso modo la sorella Vittoria (una ispirata Valeria Golino che non meraviglierà chi l’ha amata in Respiro di Crialese) si esibisce in una funambolica giostra di insulti e maleparole che infine la nipotina – di Giordana Marengo, naturale e quasi selvatica nei panni di Giovanna, speriamo di poterne sentire parlare a lungo – assume come suo linguaggio ribellistico.

In sostanza la serie tv, come il romanzo, rappresenta l’immaginario borghese senza sfumature, tagliato con l’accetta: chi è andato a scuola parla italiano forbito e chi è rimasto nel quartiere si esprime solo con violenza e male parole.

Valeria Golino in una scena della serie

Allo stesso sospetto di artificiosità, di esasperazione estetizzata delle differenze, concorre infine un elemento fortissimo della serie tv. Più della regia, più della bellissima fotografia che esce indenne dal rischio-cartolina che Napoli, per la sua sfolgorante drammaticità, corre sempre, a connotare con forza il prodotto Netflix è senza dubbio la colonna sonora: dalle note iniziali della bellissima Nun te scurda‘, ai 99Posse, dagli Almamegretta ai Massive Attack, da Enzo Avitabile al Califano di Io non piango, passando per l’onnipresente Soffia il vento, le scelte musicali di De Angelis sono talmente giuste, originali, di rottura, da sembrare anch’esse forzate, estetizzanti, espressionistiche, commenti musicali invadenti e didascalici (si sente spesso, durante ogni puntata, il fruscio del vinile ogni cambio scena, come a voler significare la fine del “pezzo” appena ascoltato e l’inizio di una nuova “canzone”).

Una serie che ha grandissimi pregi, ma sulla cui buona fede resta sospesa la domanda: c’erano buone intenzioni o è un falso ideologico? Sembra di poter dire che sì, c’erano buone intenzioni iniziali, e c’è anche sincerità, e forse è proprio quella a turbare, poiché suona falsa, noi cinquantenni di sinistra: quegli anni ‘90 lì, questa riflessione “da sinistra” sulla società e sulle relazioni, ci suona artefatta e nostalgica perché adesso finalmente sappiamo – e possiamo essere schietti nel dircelo – che essere di sinistra ci piace molto, ma anche una bottiglia di Amarone della Valpolicella non è male.

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