L’amore molesto, di Mario Martone (1995)

di Bruno Ciccaglione

Nella Napoli “di altri tempi”, alla fine del secolo scorso, al suo primo romanzo Elena Ferrante portava il lettore a sentirsi all’interno del corpo della protagonista Delia, seguendola in un percorso di graduale riappropriazione della propria fisicità e femminilità. Mario Martone, nel trasporre in film il romanzo, riesce in una difficile sfida: farci vedere con le immagini quella interiorità sensibile attraverso i gesti minuti di Delia, il suo girovagare in una città che le si contrappone con una strabordante e molesta sensualità, mostrare, principalmente attraverso una serie di soggettive, come lo sguardo di lei frughi nel presente e nel passato fino a (ri)trovare se stessa.

Prima che Ferrante diventi un fenomeno letterario mondiale, così acclamato da approdare anche alla produzione delle tre stagioni della serie L’amica geniale (HBO e Rai1), Mario Martone aveva messo in scena il primo dei romanzi della misteriosa scrittrice napoletana. Il film, restaurato nel 2018, ha conosciuto un nuovo e meritato interesse proprio a seguito del successo di Ferrante e dei suoi libri, tanto da venire riacquistato negli USA.

Approdato al cinema con Morte di un matematico napoletano, dopo il lavoro straordinario con la compagnia Teatri Uniti (vero laboratorio artistico e fucina di talenti da cui ancora oggi attinge a piene mani sia il teatro che il cinema italiano), Martone con L’amore molesto realizza il suo secondo lungometraggio per il cinema.

Il film da un lato ci cattura con un affresco urbano e antropologico di Napoli il cui valore appare a distanza di molti anni ancora più prezioso, rendendo clamorosamente evidenti le trasformazioni avvenute nella città negli ultimi decenni, dall’altro racconta la città principalmente attraverso il punto di vista tormentato e doloroso della protagonista Delia (una straordinaria Anna Bonaiuto), che vi torna all’indomani della misteriosa morte della madre, dopo aver costruito la propria esistenza a Bologna.

Il passaggio dal romanzo al film avviene con uno scambio epistolare tra regista e scrittrice che consente un confronto molto ricco e oggi in parte pubblico. Da segnalare, perché bene lascia cogliere l’importanza e il valore del lavoro di Martone, è la lettera che Ferrante scriverà al regista dopo aver visto il film, che non gli spedirà e che sarà pubblicata solo tempo dopo. Ferrante si sente “scoperta” e quindi dolorosamente toccata dopo la visione del film: Sotto sotto speravo che del mio libro si vedesse sullo schermo soprattutto come una donna adulta, Delia, riusciva a dirsi in qual modo aveva usato la sua ostilità infantile verso la madre all’interno di un gioco torbido di maschi volto all’uso, al controllo, alla tutela violenta di un corpo di donna troppo seducente”.

Martone invece riesce a scavare più a fondo, mostrando con sensibilità l’indagine femminile di Delia tra questi uomini incapaci di governare se stessi, in pubblico come in privato, nel loro groviglio di odi, violenze, miserie, in una città di cui vediamo i lati oscuri e non redimibili. Ma soprattutto ha saputo svelare il ruolo centrale dato al rapporto madre-figlia, anche dando alla protagonista alcuni tratti originali che proprio “tradendo” elementi del romanzo ne hanno rivelato nodi essenziali.

Uno dei più interessanti elementi di innovazione del film e non presente nel romanzo riguarda, non a caso, la miopia di Delia. È la centralità del vedere, del resto, che deve guidare il regista di un’opera cinematografica. Il percorso della protagonista e del suo sguardo è una graduale messa a fuoco, che si compirà soltanto nella scena chiave, in cui nel vecchio scantinato della pasticceria dei suoi ricordi, ricostruisce nel montaggio alternato di flashback e presente, con un movimento di macchina che stringe in avanti verso il suo volto, l’episodio che da bambina aveva rimosso e alterato, con conseguenze che avevano sfiorato la tragedia.

Il nodo della relazione madre-figlia è al cuore del film. Tutti gli interpreti sono straordinari, come c’era da aspettarsi nel film di un regista che così tanto ha dato al teatro. Oltre alla prova di Bonaiuto merita una speciale menzione il compianto Gianni Cajafa (Nastro d’argento come migliore attore non protagonista), che interpreta il vecchio zio di Delia; tuttavia, e giustamente, a spiccare qui sono soprattutto le attrici: ovviamente Bonaiuto (David di Donatello e Nastro d’argento come migliore attrice protagonista), ma soprattutto le due “Amalie”.

Da giovane la madre di Delia è interpretata da Licia Maglietta, bellissima e bravissima, mentre da anziana il ruolo fu affidato ad Angela Luce (David di Donatello come migliore attrice non protagonista): una scelta che si rivelò perfetta, prima di tutto per la fisicità diametralmente opposta a quella di Bonaiuto (si pensi alla scena conturbante in cui madre e figlia sono in ascensore e la madre mostra alla figlia la pancia gonfia afferrandole la mano perché lei la tocchi); ma anche perché Angela Luce è una interprete la cui personalità si adattava perfettamente al personaggio.

Delia sembra aver costruito se stessa in opposizione a sua madre Amalia: è discreta laddove sua madre è esuberante, è seria mentre la madre appare addirittura sfacciata nel riso come nella sua giocosità erotica; il corpo di Delia è magro e scavato mentre quello di Amalia – sia da giovane che da anziana – è rigoglioso e sensuale; Delia si presenta all’inizio del film in abiti e acconciatura quasi maschili mentre la femminilità e la sensualità della madre appaiono incontenibili. Alla fine del suo doloroso percorso, però, nella sua ri-scoperta della verità su sua madre, Delia scopre finalmente un’altra se stessa, prima attraverso il vestito rosso che sua madre Amalia aveva in serbo di regalarle, poi addirittura nel finale indossando il vestito che sua madre indossava poco prima di morire, come se fra le due vi fosse finalmente un passaggio di testimone.

E infatti se il libro si concludeva con le frasi di Delia “Amalia c’era stata. Io ero Amalia”, il film si conclude con Delia che, lasciata alle sue spalle la città di Napoli, in treno modifica la propria foto sulla carta d’identità (Delia è una disegnatrice di fumetti) disegnandosi una acconciatura più femminile, con capelli più lunghi e forse simili a quelli di sua madre da giovane. Quando i giovani che siedono nel suo scompartimento le chiedono come si chiama, la vediamo finalmente rispondere con un sorriso sereno: “Amalia”.

2 risposte a "L’amore molesto, di Mario Martone (1995)"

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  1. Bravissimo Bruno! Recensione/racconto perfetta. Per me uno dei rari casi in cui l’amore per il libro è completato dall’amore per il film (che resta al vertice insieme a Qui rido io della produzione di Martone). Bravissima Buonaiuto ma sublime per me la prova di Angela Luce

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    1. Grazie Ulderico! Anche io sono rimasto molto colpito da Angela Luce, ancora affascinante, ridanciana, sensuale, ma anche tormentata e triste in alcuni momenti del film. Alla fine forse è davvero questo il mio film preferito di Martone

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