Milarepa, di Liliana Cavani (1974)

di Laura Pozzi

 Particolarmente amato da Pier Paolo Pasolini a cui dedicò una memorabile recensione pervasa di parole affettuose e appassionate “Che straordinaria esperienza (in parte dimenticata) vedere un film veramente bello. Milarepa di Liliana Cavani è uno di questi film assolutamente rari. Non lo si ricorda come un film, ma come una perfetta Geometria, in cui si sia sintetizzata e cristallizzata un’esperienza visiva vissuta nella realtà”. Milarepa è il settimo lungometraggio firmato da Liliana Cavani nel 1974, a cavallo tra le sue due opere più celebri e discusse: I cannibali (1970) e Il portiere di notte (1974). Il film liberamente ispirato al libro Tibet’s great Yogi Milarepa e sceneggiato in coppia con Italo Moscati rappresenta un tassello fondamentale all’interno della sua produzione artistica, improntata da sempre su valori di fratellanza e libertà. Senza dimenticare quell’ardore furente e rivoluzionario che faranno di lei una delle (poche) registe più inafferrabili e controcorrenti del cinema italiano, in grado di “imporre” la visione di una donna o meglio di una ragazza di novant’anni (compiuti oggi) capace ancora di realizzare film (nel 2023 è prevista l’uscita in sala del nuovo film girato a Sabaudia, L’ordine del tempo) con la stessa indignazione e tenacia di cinquant’anni fa.  Dopo aver indagato insieme a Lou Castel  la di figura di San Francesco d’Assisi (1966) con cui tornerà a confrontarsi nel 1988, in compagnia del tormentato e ribelle Mickey Rourke, la regista emiliana volge lo sguardo verso oriente lasciandosi ammaliare dal carisma spoglio dello Yogi tibetano e dalla sua vita turbolenta, ma rivelatrice da cui prenderà spunto la sua opera. Un’opera complessa eppure essenziale caratterizzata da una dimensione spazio temporale in cui passato e presente si “cercano” continuamente attraverso un dialogo spinoso, ma incessante dove le parole si perdono nella profondità di immagini sospese, intrise di misticismo terreno.

La storia si apre su un presente lugubre, vagamente distopico, apparentemente privo di civiltà. All’interno di una cabina telefonica il giovane Leo (Lajos Balazsovits) studente universitario impegnato nella traduzione di Vita di Milarepa tenta di comunicare con il professor Bennett (Paolo Bonacelli). Il tentativo fallisce, Leo non trova le parole, la voce del professore dall’altro capo del telefono lo fa precipitare nel vuoto di un’incomunicabilità difficile da decifrare, ma estremamente efficace nel ricreare un climax sinistro e perturbante. Il ragazzo riaggancia, vaga solo e smarrito per le strade deserte di una Torino dal sapore vagamente argentiano. Tornato a casa mette a punto le ultime correzioni ponendosi e ponendo a sua madre (la dolente e splendida Marisa Fabbri) alcuni interrogativi:” La nozione del nulla genera la pietà. La pietà abolisce la differenza tra noi e gli altri. Il confondere il sé con gli altri indirizza la causa comune. Chi realizza la causa comune mi trova. E chi mi trova sarà Buddha”. Il giorno seguente a casa del professore assiste ai preparativi di un imminente e misterioso viaggio che porterà Bennet e sua moglie ad Oriente. Durante il tragitto verso l’aeroporto i tre restano coinvolti in un incidente stradale. In attesa dei soccorsi,  Leo su indicazione di Bennett comincia a narrare la vita di Milarepa compiendo un viaggio mentale che lo condurrà laddove è necessario “non voltarsi e distrarre la mente”. Il racconto di Leo inizia a materializzarsi davanti ai nostri occhi proiettando sullo schermo immagini di un passato, citando nuovamente Pasolini, “miracolosamente riapparso”.

La vita del grande poeta, mago ed eremita tibetano viene scandita attraverso tre momenti imprescindibili della sua esistenza: quello della magia nera dove impara in seguito a dolore, miseria e umiliazione l’arte di uccidere e assaporare i favori di una vendetta dura e spietata, quello della magia bianca dove il cammino della perfezione si scontra con i crudeli insegnamenti di Marpa e infine quello della trasfigurazione dove sarà finalmente libero e in grado di “vedere senza occhi, toccare senza mani, giungere senza camminare”. Il viaggio immaginario di Leo è in primis il viaggio sognato da Liliana Cavani, che seguendo una felice intuizione dell’etnologo Fosco Maraini, traspone il suo personalissimo Tibet tra le montagne impervie di Campo Imperatore in Abruzzo affidandosi ciecamente alle inesauribili e stavolta è proprio il caso di dirlo trascendentali risorse del mezzo cinematografico. Una fiducia incondizionata nata dalla ferrea volontà di raccontare una storia che visse due volte, ma che finisce col sovrapporsi nel vibrante finale dove reale e immaginario, passato e presente, finalmente si “trovano”, lasciando al maestro e allievo, professore e studente quel distacco a lungo evocato. Nulla risulta fuori posto, la perfetta geometria menzionata da Pasolini rende il tutto sapientemente credibile grazie a un montaggio rigoroso che restituisce attraverso panoramiche, dissolvenze e immagini fisse le potenzialità di un mezzo che rende improvvisamente tutto possibile. Per questo l’idea di utilizzare gli stessi attori nelle due dimensioni temporali più che apparire una provocazione o un vezzo autoriale, appare l’unica scelta possibile, e l’unica in grado di rendere il film libero da qualsiasi etichetta, collocandolo al di fuori di ogni contesto se non quello del sogno. Abbiamo più volte accennato come la figura di Pasolini torni più volte alla mente durante la visione di Milarepa e come la sincera amicizia con Liliana Cavani abbia in qualche modo dotato il film di un’anima divisa in due. Il legame con il poeta bolognese viene rivissuto e in parte omaggiato attraverso lo studio dei suoi personaggi, ma Cavani non si limita al semplice ruolo di allieva, aspira a un distacco. “Perchè realizzare un’opera quando è così bella sognarla soltanto?” si chiede Pasolini nelle vesti dell’allievo Giotto nel finale del Decameron. Con Miralepa, Liliana Cavani sembra fornire al suo maestro la risposta definitiva.

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