– Si calmi. Dove vuol mai andare?
Un punto è assodato.
Lei non potrà mai arrivare,
mi creda, dov’è già arrivato” (Giorgio Caproni, Apostrofe a un impaziente d’imbarco)

Ci sono registi di ottimo calibro come Ken Loach, Aki Kaurismaki – giusto per citarne alcuni – che sono riusciti, con sguardo acuto e profondo, a fotografare paesaggi sociali affligenti, peripezie di singoli individui alle prese con pregiudizi, leggi inique, precarietà della vita. A questi si aggiunge anche Werner Herzog, cineasta tedesco, spesso associato a grandi figure fuori dell’ordinario, dalle imprese folli come Aguirre, Fitzcarraldo, ma anche legato a nomi meno altisonanti come Kaspar Hauser, Woyzeck, gente umile, dimessa, un po’ stramba, caratterizzata da una lenta parabola involutiva, perennemente sconfitta dalla vita.
La ballata di Stroszeck racconta principalmente di sogni infranti, è uno straordinario apologo sull’emarginazione in cui speranze e desideri sono destinati a finire nella polvere.

Il timido e ingenuo Stroszeck (Bruno S.), cantastorie ambulante che si esibisce nei cortili delle case di Berlino, esce per l’ennesima volta di prigione. Non ha un lavoro, i suoi migliori amici sono un pianoforte, la fisarmonica, il merlo parlante. Senza esitare decide di ospitare una giovane prostituta, Eva (Eva Mattes), maltrattata dal suo rozzo protettore e insieme lasciano la Germania per l’America, dove le cose andranno di male in peggio.
Herzog, nel suo film meno visionario, offre un ritratto amaro e spietato dei reietti della società, che non hanno un posto dove riconoscersi, che vagano senza meta, racchiusi in un circolo chiuso che non porta ad alcun arricchimento o sviluppo lineare. Una delle sequenze più forti e simboliche del film ha a che vedere con un furgone con il motore incendiato che gira in tondo in attesa di essere consumato dalle fiamme. Come il camion così la vita di Stroszeck gira su sé stessa, è incapace di andare avanti, ma si autoannulla nel suo stesso movimento.

Che la vita sia un circolo vizioso questo il protagonista lo sa da subito, sin da quando, una volta uscito dal carcere, deve promettere solennemente al direttore di stare lontano dai guai: “Quando ero giovane mi avete sbattuto in riformatorio; e adesso che sono diventato un uomo mi mettete in prigione, e un giorno mi butterete via, dentro un secchio di immondizia”.

Stroszeck, dallo sguardo sempre smarrito e spaesato, è l’outsider per eccellenza, gli è preclusa ogni speranza di ribaltare le proprie sorti e vive la sua sofferenza immerso in luoghi grigi, senza vitalità. Berlino è degradante e asfissiante, l’America dovrebbe rappresentare un’alternativa utopica, in realtà si rivela un luogo che accentua e dà il colpo di grazia all’identità fragile e candida del protagonista. Incapace di andare da qualsiasi parte, Stroszeck vorrebbe dare una svolta alla sua vita e l’America potrebbe essere una soluzione che serva a spezzare la circolarità degli accadimenti, ma nella terra delle opportunità e delle possibilità Stroszeck perderà tutto in maniera lenta e graduale.

Il viaggio non lascia speranza di un pertugio, ma reca dove si è già: non cambia prospettive, non dà scacco alle umiliazioni, ma porta Stroszeck a rivivere lo stesso identico percorso inesorabile fatto di sopraffazione ed emarginazione. Cambiano i modi (più raffinati in America), ma non la sostanza: se in Germania le angherie e i soprusi hanno il volto dei protettori di Eva, che minacciano e picchiano i due senza riserva, in America hanno l’aspetto sorridente dei banditori che mettono all’asta la casa ambulante di Stroszeck al ritmo di una canzonetta country.

Il sogno americano diventa un incubo ad occhi aperti e il ritratto che delinea Herzog della provincia americana è memorabile perché riesce ad esprimere la disperazione e l’estraneitá trasfigurandole in ruspanti simbolismi. Nelle sequenze ambientate in uno squallido luna park non c’è solo il sorriso ipocrita di un’America che sa vendersi bene come un’attrazione, ma si può scorgere anche la condizione sottomessa di Stroszeck, soprattutto in quelle crudeli vetrinette a gettone in cui alcuni animali eseguono dietro impulsi meccanici una serie di azioni antropomorfe: un coniglio “pompiere” che aziona una sirena, una gallina danzante e soprattutto un pollo che suona un pianoforte, immagine che non solo porta Stroszeck a vedere sé stesso proiettato nel passato, quando a Berlino suonava ed era ancora in grado di sognare, ma che rimanda in generale all’uomo ridotto a diventare un ingranaggio di una macchina a gettoni, in un sistema spietato in cui l’individuo non conta ormai più.

La ballata di Stroszeck è un film interamente costruito attorno a Bruno S.,l’attore di Kaspar Hauser, musicista di strada,cresciuto a traumi, riformatori. La casa di Berlino è il suo vero appartamento, suo è lo spaesamento, suoi sono i sogni, le frustrazioni, la necessità di esprimersi in musica. Per Bruno non si è trattato di interpretare un personaggio, quanto mostrare i suoi dolori realmente vissuti.
“Sarò un buon soldato. Sono stato ferito molto peggio in passato”, diceva prima di girare la scena in cui i due magnaccia picchiano Eva e buttano l’uomo sul pianoforte.

La sua straziante vicenda spesso ha modo di esprimersi più con la musica che a parole: quando viene scarcerato la prima cosa che fa è soffiare nella sua tromba, soltanto dopo pronuncia “Der Bruno torna in libertà”. Le parole di Stroszeck servono per misurare la distanza tra sé e il mondo. Non dice mai “io” , parla di sé in terza persona, dice: “Der Bruno ci penserà”, “Der Bruno è felice”.
I discorsi si interrompono senza mai essere portati a termine, le vendette verso la società che ” complotta contro di loro ” si esauriscono in grottesche rapine che rasentano il ridicolo. Stroszeck ci mette faccia, corpo, cuore della sua vita, si illude ma per poco, prende coscienza della sua caduta, assiste al dilaniarsi di ogni brandello di sogno rimasto, spara fuochi d’artificio contro il cielo.

La ballata di Stroszeck è sofferenza autentica, è riflessione asciutta, lucida e disincantata su una vita che non si realizza, raffigurata emblematicamente da una gallina che balla finché non si chiude il sipario, finché non echeggia uno sparo da lontano, ennesima illusione destinata a infrangersi, ennesimo percorso circolare diretto verso il nulla.

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