di Girolamo Di Noto
“Di felicità non più che un’apparenza ha ciascuno, e anche questa, appena avuta, subito declina e cade”. Sofocle

Ciò che colpisce dello sguardo di Douglas Sirk è la capacità di saper raccontare le interazioni umane. Amato da Fassbinder e Godard, il regista tedesco ha sempre mostrato nei suoi film un affresco di valori illusori, passioni intense e transitorie, rapporti irrisolti. Come nelle altre precedenti opere, anche in Tempo di vivere, tratto dal romanzo di Remarque, Sirk ci fa toccare con mano – grazie al suo tocco raffinato – tutte le angosce, le precarietà, i conflitti interiori dell’uomo moderno, collocando tuttavia questi aspetti durante la seconda guerra mondiale, nell’amara esperienza di un giovane soldato, Ernst Graeber (John Gavin) che dal fronte russo ritorna al suo paese d’origine per una licenza di pochi giorni.

I bombardamenti hanno distrutto la sua casa e i genitori sono scomparsi. Si aggira angosciato in cerca di amici, ritrova la sua ex compagna di scuola Elisabeth ( Liselotte Pulver ) e tra i due nasce l’amore. Si sposano, ma la guerra presto li separerà.

Pur essendo un film di guerra, Tempo di vivere è un melodramma capace di passare dalla delicatezza di una storia d’amore al dramma della Storia e della Guerra: Sirk è abile nel saper conciliare vita privata e dramma collettivo, amore e morte, ma finisce col privilegiare il rapporto dei due amanti, è più interessato a far prevalere gli aspetti più intimisti. Del resto quella di Sirk è una guerra in cui non si vede mai il nemico, in cui il nazismo viene condannato ma l’attenzione è posta sulla terribile incongruenza tra l’uccidere e la nascita di un giovane amore.

Il regista voleva che fosse principalmente una storia d’amore, una storia, tra le rovine materiali e morali, tra due persone a cui non è permesso vivere il proprio sentimento. Sirk racconta di città devastate, di macerie, di terre annichilite dalla protervia, ma è lontano dalla condanna retorica della guerra, affrontandola, invece, in maniera indiretta, attraverso gli occhi spalancati dei due amanti che non riescono a comprendere quanto accade intorno a loro: non si capacitano della Gestapo, della follia umana, della prepotenza, del continuo ed estenuante suonare delle sirene, solo l’amore è la cosa per loro più semplice da capire.

Tempo di vivere è un film, come scrisse brillantemente Fassbinder, “su una situazione: sulla guerra considerata come condizione e terreno di coltura per l’amore”. Sirk dunque ribalta il punto di vista di Remarque: lo scrittore ci fa capire nel libro che senza la guerra ci sarebbe stato un amore eterno, il regista invece ritiene che senza la guerra questo amore non sarebbe mai nato. Per Sirk l’amore può nascere là dove ci sono morte e bombe, freddo e lacrime.

A tal proposito è significativa la sequenza surreale della felicità breve che i due amanti vivono nella cornice di un vecchio ristorante: per un attimo la guerra sembra lontana, solo lampade confortevoli, una cena che si preannuncia prelibata, lo champagne, l’amore che riporta in vita il mondo, poi il buio, le sirene, la distruzione e poco prima le parole di una cantante che sottolineano di divertirsi ora, “perché la pace sarà terribile”.

Nei rari momenti di felicità i due condividono una tenerezza dolorosa, in quell’istante devono inebriarsi perché il mondo che li circonda sta per crollare. Godard aveva ragione quando diceva che Sirk “sa farci vedere le cose così da vicino che le tocchiamo e le respiriamo”. Grazie alla sensibilità e all’amore verso il dettaglio il regista è riuscito a cogliere “la verità del piacere dietro la convenzione delle lacrime”, mettendo in una relazione inscindibile amore e morte.
Celebre la scena dell’albero che dà i suoi fiori nonostante sia mezzo stroncato da una bomba o indimenticabile il connubio che riesce a trasmettere tra l’orrore bellico e l’armonia naturale quando un vecchio piano suona mentre Ernst cerca tra le macerie, per non parlare poi del senso di smarrimento che si incarna nel protagonista che non si traduce – come in altri film di guerra – sulle pallottole, scontri a fuoco ma attraverso il primo piano – ancora una volta l’amore per il dettaglio – di una targa impolverata che reca scritto un numero civico sbagliato.
Ernst è un soldato che non ritrova più la sua casa e il suo ritorno è dettato anche dal fatto che non trova niente che possa ricondurre la sua esistenza a quella di un essere umano: vaga in una terra irriconoscibile e si aggira angosciato in cerca di amici, alcuni scomparsi, altri che hanno perso la volontà di vivere e si aggrappano a vecchi ricordi nostalgici, altri che sono diventati nazisti vendicandosi dei torti subiti, come il vecchio amico che Ernst incontra in un’elegante villa, che ha usato il suo potere per mandare il suo vecchio professore del liceo, interpretato dallo stesso Remarque, per alcuni mesi in un campo di concentramento.
Di fronte a questa catastrofe morale, l’unico fiore che risplende è Elisabeth. Se pensiamo ad un altro grande film che riflette sulle macerie e sulla desolazione morale che può apportare una guerra, l’attenzione è subito rivolta verso Germania anno zero di Rossellini: se lì però il piccolo Edmund non ha una collocazione possibile nel tessuto storico perché non può più abbandonarsi all’infanzia, perché cresciuto troppo in fretta e investito di responsabilità, qui invece il ragazzo sembra trovare rifugio in una donna che gli apre uno spiraglio di speranza, fugace sì, breve ma non per questo motivo da vivere fino in fondo, fino a quando un sussulto d’odio non riprenderà il sopravvento.
Tempo di vivere è un’opera intensa, amara e dolorosa che risente anche della triste vicenda che coinvolse il figlio di Sirk, ucciso sul fronte russo nella primavera del 1944. Non è la storia di suo figlio, ma una storia possibile, una delle tante: la storia di un soldato in licenza, tra le macerie della Germania nazista e la speranza di un amore.
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