Germania anno zero, di Roberto Rossellini (Italia/Francia/Germania, 1948)

di Girolamo Di Noto

“Tutto. Non resta nemmeno il lutto, nel grigio, ad aspettar la sola (inesistente) parola”
Giorgio Caproni

Esistono opere che possiedono una così mirabile capacità d’incantamento, un’inarrivabile profondità di pensiero che continuiamo ad ammirare, senza mai stancarci, capolavori senza tempo che scaldano il cuore, pagine straordinarie di un cinema vivo, poetico, forse irripetibile. Germania anno zero di Roberto Rossellini è uno dei capolavori del neorealismo.

Dopo Roma città aperta e Paisá, ambientati il primo nella capitale e il secondo tra la Sicilia e Porto Tolle, il regista stavolta concentra la sua attenzione sulla Berlino dell’immediato dopoguerra, spettrale, semidistrutta dai bombardamenti dove, come precisa la voce fuori campo, le persone “vivono nella tragedia come nel loro elemento naturale”. In questo scenario desolante prende corpo la storia del tredicenne Edmund Koeler (Meschke), un bambino che vive di espedienti, si arrabatta per portare qualcosa di utile a casa, cerca di mantenere il padre invalido, mentre il fratello è ricercato come ex nazista e la sorella si prostituisce.

Rossellini aveva un’idea molto chiara in testa: i tedeschi erano degli esseri umani come tutti gli altri: che cosa aveva potuto portarli ad un simile disastro? Una falsa morale, l’abbandono dell’umiltà per il culto dell’eroismo, l’orgoglio contro la semplicità. Diverse possono essere le risposte, vari possono essere i motivi che il regista sintetizza nella didascalia introduttiva del film: “Quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia”.

Utilizzando attori non professionisti, con pochi mezzi, improvvisazione e uno stile sublime, Rossellini racconta lo sfacelo di una città che diventa, sin dalle prime inquadrature, simbolo di una condizione più generale, un mondo ormai disintegrato, in dissoluzione. Berlino ingombra di macerie non è altro che lo specchio di un disfacimento morale di un’umanità alla deriva, diventa la proiezione delle ferite profonde presenti nell’animo di una creatura innocente.

Il bambino, sin dal suo peregrinare, è perso, cerca una guida che non trova, prova ad orientarsi, ma è solo, terribilmente solo. Traffica scatolette, scava fosse nel cimitero per procurarsi cibo, vive le sue giornate privato dei giochi dell’infanzia. Cerca di giocare a palla ma viene respinto dai suoi coetanei, vagabonda solitario, adopera una trave a mo’ di scivolo, utilizza brandelli di asfalto su cui improvvisare il gioco della campana, gioca con una finta pistola.

Edmund non trova complicità attorno a sé e soprattutto non può fare troppo affidamento sugli adulti che si sottraggono alle loro responsabilità e mostrano il loro lato più cinico e spietato. Edmund non ha una madre, è morta in guerra, ha una famiglia lacerata: il padre è un uomo senza forze, non era riuscito ad opporsi al regime, adesso non riesce a provvedere al sostentamento della famiglia. Il fratello prima SS adesso disertore si riduce ad una vita parassitaria, la sorella scompare tutte le sere: il bambino è oppresso dal carico della famiglia e dalla fame e come l’Enea virgiliano sente sulle sue spalle tutto il peso della responsabilità, ma al contrario dell’eroe non ha per la mano una speranza seppur vacillante per potersi appoggiare.

Sospeso tra passato e futuro, in uno stato di confusione generazionale, alla ricerca di un approdo, il bambino ripone la sua labile fiducia in un sedicente insegnante, un professore nazista( Gühne) che indottrina il ragazzo con folli teorie, fino ad indurlo ad uccidere il padre “socialmente inutile”. “Basta con questi sentimentalismi! Noi siamo stati forgiati in un altro clima, hai paura che papà muoia? Impara dalla natura: i deboli sono sempre eliminati dai forti, bisogna avere il coraggio di sacrificarli i deboli”. Sobillato da un perverso professore, tarato da un ambiente degenerato senza pilastri educativi, gettato in un mondo ormai fuoriuscito dai cardini della normalità, Edmund vive sulla sua pelle il deserto dei valori circostante, un deserto che avanza intrappolando il bambino nella terra guasta del presente, non lasciando nessuna possibilità di redenzione.

Rossellini definì questo film “freddo come una lastra di vetro” e la crudezza delle tematiche trattate come la miseria, la fame, la violazione dell’infanzia, l’irresponsabilità degli adulti rendono Germania anno zero l’opera più drammatica del regista. Come un poeta che riesce a calarsi più a fondo di tutti nelle, come direbbe Machado, “segrete gallerie dell’anima”, Rossellini riesce, attraverso la tecnica usata dai neorealisti del pedinamento, a fondere “investigazione sociale e investigazione morale”, mostrando una città sventrata, sfiancata, ridotta a brandelli come la psiche dei suoi abitanti.

La guerra lascia deserti gli animi umani, li riempie di cinismo e di spietata lotta per la sopravvivenza. Le testimonianze strazianti del dramma collettivo – gente in coda ai negozi di generi alimentari, bambini che giocano a piedi nudi sulle macerie, la spartizione della carne di un cavallo morto – si alternano con tocchi sublimi e poetici presenti nel girovagare senza senso del bambino alla ricerca di cibo ma anche di comprensione e conforto.

Rossellini sa cogliere l’umanesimo spazzato via dal conflitto, è straordinario nel riuscire a far parlare i silenzi, il vuoto, il paesaggio, persino un barlume di speranza rappresentato dal suono di un organo che proviene da una cattedrale scoperchiata. Nella scena straziante tutti ascoltano il suono, quasi un richiamo divino, tutti alzano gli occhi al cielo, ma poi torna ad incombere l’angoscia esistenziale, il dramma individuale.

Collocato in una selva labirintica, in un paesaggio post umano, Edmund è solo a portare sulle sue spalle di bambino il carico troppo pesante di un mondo amorale ed è inevitabile il suo destino. Il volo di Edmund da una casa diroccata sancisce l’impossibilità di costruire sulle macerie, la sua condanna è nella mancanza di appigli, di sicurezze. “Il bambino muore di ciò che vede”, scriverà Gilles Deleuze, e ciò che vedrà, che ha sempre visto è una terra estraniata: vie senza uscita, adulti che non sono guide, degrado morale, infelicità.

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