di Girolamo Di Noto

Il fascino che un’opera come Riflessi in un occhio d’oro di John Huston suscita nell’animo dello spettatore è il frutto dì un lavoro accurato, tutto incentrato su una storia intrigante, diretta magistralmente con tocchi di finezza introspettiva che ancora oggi, a distanza di anni, lascia incantati. Se a questo si aggiunge la presenza magnetica, tra gli attori protagonisti, di Marlon Brando, qui in una delle sue prove più sublimi, allora il successo è garantito, le emozioni decollano, l’immedesimazione si fa viva, perfino nello spirito.

Il regista Elia Kazan diceva:” Il cinema può avvicinarsi abbastanza da vedere all’interno delle persone. La macchina da presa è come un microscopio, un mezzo di penetrazione indiscreto che vede al di là degli occhi “. La riflessione del regista trova terreno fertile in questo film tratto dall’omonimo romanzo di Carson McCullers e vede la sua massima realizzazione nel connubio tra due personalità forti del cinema mondiale: da un lato Huston, con il suo sguardo distaccato, con la sua capacità di far restare tutto superbamente schizzato, fissato nel non detto, dall’altro Brando che, dopo aver dato alla luce personaggi fragili, sregolati ed eccessivi come il macho proletario Kowalski di Un tram chiamato desiderio, come lo scaricatore Terry Malloy di Fronte del porto o il giovane maschio predatore in sella alla sua moto del Selvaggio, dà vita ad un’altra indimenticabile interpretazione, quella del maggiore Waldon Penderton, impotente e segretamente omosessuale, sposato con la svampita Leonora (Liz Taylor), che si trova a fare i conti con l’ingresso nella sua vita del taciturno soldato semplice Williams (Robert Forsten), lasciandolo solo e disperato nei suoi struggimenti, in un crescendo di emozioni che porterà inevitabilmente ad una tragedia annunciata.

Interpretato da attori in stato di grazia, fotografato come un incubo allucinato, sfumato “in un bianco e nero a colori”, Riflessi in un occhio d’oro è un film che non si rivela completamente, lascia spazio alle intuizioni, vuoi perché l’argomento dell’omosessualità nel 1967 è ancora un tabù ed è raccontato o sotto forma di per versione o parodia, vuoi perché fa parte dello stile di Huston non svelare tutto e soprattutto non giudicare: “Il mio è uno sguardo distaccato. Non devo dire: questo o quello è marcio. E questo mette il pubblico nella posizione di Dio, nella situazione di Dio”.

La bellezza del film sta nel raccontare una serie di personaggi che trascinano la loro vita in un groviglio di seduzioni, paranoie, gelosie, reticenze, segreti inconfessabili, sta nel fatto che la natura di questi personaggi non viene rivelata del tutto, è infittita di mistero, rivelandosi così, a ragione, un viaggio nei meandri psicologico dell’individuo, lacerato da emozioni contrastanti, in continua lotta interiore tra senso del dovere e istintiva voglia di mettersi a nudo, tra ipocrisia da facciata e voglia imperiosa di slegare il freno dell’inibizione.

Questo contrasto di sentimenti agita tutti i personaggi di questo film, anime fragili che vagano come spettri tra desideri proibiti, alla ricerca continua di attenzioni: in particolare fa leva su Leonora che tradisce il marito quasi per ripicca con il suo commilitone Langdon (Brian Keith), ma è a sua volta oggetto del desiderio del soldato Williams. Significativa è la scena più sensuale del film, quella che vede prima la Taylor chinarsi davanti al camino per mostrare le proprie grazie al marito e senza saperlo anche a Williams nascosto in giardino ad ammirarla, per poi spogliarsi tirando in faccia a Brando i vestiti come reazione disperata per la sua frustrazione.

Cerca attenzione Alison Langdon (Julie Harris), altra moglie trascurata, mentalmente instabile, che ha cercato, dopo la morte del figlio deforme, di mutilarsi un seno e che trova conforto solo nell’amicizia del domestico filippino Anacleto (Zorro David), omosessuale e interessato come lei all’arte e alla musica, così come è pervaso da un desiderio inconfessabile Williams, introverso, solitario, che è affascinato da Leonora e spia da dietro la finestra della casa dei Penderton. Un atto vouyeuristico che si concretizzare nel vedere Leonora che si spoglia, ma anche vedere il maggiore Penderton ammirare, solo nel suo studio, la foto di una statua virile greca, un cucchiaio rubato ad un amico ufficiale.

Film di voyeur su dei voyeurs, Riflessi in un occhio d’oro mostra, come ha scritto Tavernier, ” personaggi che parlano per non dire niente e che muoiono senza aver potuto parlare “. Tutti si distruggono senza rendersene conto, tutti sono animati da pulsioni indicibili, che acquistano ancora più senso se inquadrate all’interno di un campo militare, le cui regole ferree sono alla base di ogni comportamento.

Il perno della vicenda è un personaggio minore, il soldato Williams, “il ragazzo dei boschi, il cavaliere solitario, solennemente virginale”, che va in giro a cavallo nudo, che si introduce nella stanza di Leonora per spiarla mentre dorme, ma il fulcro attorno a cui ruota tutta la storia sta nel personaggio tormentato del maggiore Penderton, protagonista glaciale e imperturbabile ma anche fragile e umano: represso nella sua omosessualità latente, sa essere autoritario nell’impartire gli ordini, caparbio nel disprezzare i più deboli ma si mostra sottomesso di fronte alla moglie e al suo amante, nella prima scena solleva pesi, è uomo forte, dotato di disciplina, nell’ultima è appoggiato contro un muro, che piange. Maschera la sua omosessualità con il suo ineffabile machismo, ma attraverso gli sguardi, il modo di lisciarsi i capelli, il suo turbamento, finirà col rivelarsi ambiguo e Brando è straordinario nel riuscire a sottolineare senza un briciolo di volgarità le sue emozioni, all’interno di una” sinfonia di repressioni visibili e di furori rientrati’, mostrando le ombre dei suoi pensieri, il colore delle incrina ture dell’anima in un’interpretazione perfetta e indimenticabile, fatta di gesti trattenuti e fisicità esasperata, rabbia e disperazione, che rende il film intenso ed emozionante, un film di segreti e bugie, un meraviglioso incubo intriso di erotismo disperato e asfissia.

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