di Simone Lorenzati

Che cos’è la verità? E, soprattutto, a chi appartiene il nostro tempo? Se lo domanda spesso il presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo), vedovo, cattolico, con una figlia che diventa una sorta di suo angelo custode (una straordinaria Anna Ferzetti) mentre sta per terminare il suo settennato presidenziale. Austero giurista, autore di un monumentale manuale di Diritto penale, pare che la ricerca della verità debba effettivamente arrivargli dagli amati codici, dalle procedure legislative e non. Oppure ancora da profondissime ed intime riflessioni. Integerrimo quanto sobrio, senza dimenticarne l’eleganza, perché la forma è assolutamente anche sostanza, Sorrentino ci mostra un De Santis diviso tra il pubblico e il privato: il passato che troppo spesso lo imprigiona, l’amore – ma anche il tarlo del sospetto – verso la moglie, il difficile dialogo con Dio che pare interrotto. E poi le decisioni da prendere, siano queste domande di Grazia oppure la firma sulla legge per l’eutanasia. Ma, questa volta, le risposte non sono nel manuale: per provare a trovare la verità occorre l’esercizio del dubbio insieme all’incontro con l’altro.

Paolo Sorrentino, pur senza tradire il suo stile, con La Grazia ci consegna una regia trattenuta, con invenzioni essenziali all’interno del film. Come due dialoghi surreali del Presidente: ascoltiamo ma non vediamo una confessione esistenziale resa in una intervista telefonica con la direttrice di una rivista di moda, così come un collegamento mancato con un astronauta in orbita nello spazio che vediamo ma non ascoltiamo. La Grazia smuove da false e certezze granitiche – Cemento armato è, non casualmente, il nomignolo presidenziale – e obbliga alla ricerca della verità dentro diverse relazioni in cui si evidenziano parecchie forme d’amore (coniugale, amicale, paterno, nei rapporti lavorativi). Scelto come apertura della 82ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è una commedia agrodolce, a tratti amara, a tratti malinconica, a tratti persino divertente.

C’è dentro tutto il cinema di Sorrentino, i temi che gli sono cari, la solitudine del potere, la nostalgia per i vecchi amori, il tempo che passa, l’ineluttabilità della memoria, il rapporto Palazzo-Vaticano. E perché la solitudine? Ma perché De Santis non viene aiutato dal suo amico Papa e nemmeno da sua figlia, la cui vera ossessione è la firma della legge sull’eutanasia, oltre a poter capire a chi concedere la grazia, se ad un insegnante che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer (spunto di cronaca vera) oppure ad una donna che ha accoltellato il marito violento e torturatore (e qui, ahinoi, l’attualità è oltre lo stringente). Nel mezzo c’è la vita, filtrata secondo lo sguardo caro a Sorrentino. C’è un uomo che deve capire come uscire dai rituali, dagli schemi, dalla torre d’avorio del diritto e lasciarsi, finalmente, andare. C’è l’elogio del dubitare, c’è una certa qual umanità raccontata con malinconica poesia da un Sorrentino in stato, e scusate il gioco di parole, di grazia.

La Grazia, per l’appunto, è un film che fa pensare, che fa commuovere, che fa sorridere, senza nulla di minimamente banale, eppure profondissimo e coinvolgente. Non solo Servillo e Ferzetti, poi. Dall’ipotesi di cena con l’amica Coco (personaggio che pare uscire da un film di Almodovar, a cui dà vita una strepitosa Milvia Marigliano) al corazziere (interpretato da Orlando Cinque) che tutto deve conoscere. E la bellezza, verrebbe dire la grande bellezza, di poter contare su un regista e su attori simili. Nella speranza, si spera non vana, che le molte citazioni – nemmeno troppo tra le righe della politica (alta ed altra) che fu – possano nuovamente declinarsi al tempo presente.

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