Lawrence d’Arabia: un film epico.

Lawrence d’Arabia (1962) di D.Lean, con Peter O’Toole, Omar Sharif, Anthony Quinn, sceneggiatura di Robert Bolt, musiche di Maurice Jarre, fotografia di Freddie Young.

“Se tu fossi un uomo con del denaro da investire nel cinema e venissero da te dicendoti che vogliono fare un film di 4 ore, senza attori famosi, senza donne, senza una storia d’amore e anche senza troppa azione e ti dicessero che costerà molto perché lo vogliono girare nel deserto, Cosa risponderesti?” ( O. Sharif)

David Lean ha costruito un capolavoro sulla sua abilità nell’immaginare come sarebbe stato vedere un puntino apparire all’orizzonte di un deserto infocato e diventare pian piano un essere umano. Nel momento in cui è riuscito a immaginare questa scena ha potuto concepire tutto il film (R. Ebert).

Lawrence d’Arabia non è un film biografico o un adventure movie. È un film su un uomo eccentrico e strambo che ha compiuto gesta epiche spinto più dal desiderio di sfuggire alle convenzioni della società britannica identificandosi con il deserto e con la teatralità degli Arabi che per sincero e sentito patriottismo.

David Lean scelse P. O’Toole come protagonista del film in seguito alle defezioni di Marlon Brando e Albert Finney e fu una scelta fortunata perché O’ Toole aveva caratteristiche fisiche ed espressive perfette per lasciare spazio a speculazioni sull’orientamento sessuale di Lawrence e sulla componente masochistica ad esso collegata Lean non poteva esporre in modo chiaro nella Hollywood dei primi anni ‘60 un aspetto così ‘morbid’ della sua visione. In una celeberrima scena del film, Peter O’Toole in abito bianco da sceicco arabo, danza sul tetto di un treno turco appena fatto deragliare e sembra che stia posando per un servizio fotografico. È una scena curiosa perché sembra ostentare chiaramente stereotipi gay eppure nessuno dei personaggi del film, nello svolgimento del film, sembra dare particolare peso ai giovinetti che Lawrence tiene sotto la sua ‘protezione’ e con i quali si accompagna.

Ciò che Lean, Bolt e O’Toole creano è un personaggio sessualmente e socialmente non convenzionale presentato per ciò che è, senza commenti o etichette. Lawrence riesce ad allearsi con Sherif Ali ( Omar Sharif), il Principe Feisal (Alec Guinness) e Aida abu Tayi ( Anthony Quinn) conquistando il loro rispetto e avvincendoli con la sua abilità razionale, il suo aspetto affascinante e la sua natura inconoscibile. I dialoghi in queste scene non sono complessi e talvolta Bolt li rende tanto essenziali da farli sembrare un testo poetico.

Nonostante sembri un film con un impianto narrativo classico, in realtà Lawrence d’Arabia si avvicina più a film come 2001: Odissea nello Spazio dì Kubrick e Aleksander Nevsky di Eisenstein. Lawrence d’Arabia è un’esperienza visiva ed emotiva totalizzante e pre verbale.

Gran parte del suo fascino sta proprio nel fatto che è una storia senza dialoghi complessi: ricordiamo in modo indelebile il sole che sorge nel deserto, le linee tracciate dal vento sulla spiaggia, gli immensi spazi aperti e silenziosi ma non i dettagli dei dialoghi fra i protagonisti.

Guardando Lawrence d’Arabia ci si rende conto di come l’aggettivo ‘epico’ si debba riferire non a una produzione milionaria ma alla grandezza di un’idea e di una visione. Questo è il motivo per cui Aguirre, The Wrath of God di Werner Herzog, per esempio, è epico e Pearl Harbour, invece, non lo è.

Epico è l’uso non programmatico del buio e della luce, del sole e dell’ombra, del giorno e della notte. Lean combina le luci adattandole alle necessità dell’azione in un modo che segnala e contrassegna il suo pragmatismo e la sua grandezza.

Epico è questo film che si avvicina incredibilmente all’idea più pura di cinema come immagine e immaginazione che si possa concepire.

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