‘Il mio capolavoro’: uno sguardo dissacrante e ironico sul mercato dell’arte contemporanea

Il mio capolavoro (Mi obra maestra, 2018), di Gastón Duprat.

“Si quiere tener éxito, mientes!” (Se vuoi avere successo, menti!)

Il mio capolavoro (Mi obra maestra, 2018), di Gastón Duprat.

Brillante, leggera, intelligente. Se non un capolavoro, è davvero
squisita e godibile, senza effetti collaterali questa
commedia/thriller. Divertente e spumeggiante, ironica talvolta
sarcastica, pungente e sorprendente quanto basta, colorita e colorata,
con alcune venature appena un po’ cupe su temi come il senso
dell’arte, l’amicizia pura e quella pelosa, la vecchiaia, la morte.

Ma niente paura, solo rade pennellate malinconiche, qua e là. Musica
efficace (prepotenza inchiodante dei bassi) come ad una sfilata di
moda, fotografia sapiente e patinata come in una rivista di moda.
Bisogna riconoscerlo: un prodotto ben confezionato. Soprattutto ben
sponsorizzato. Notevole e varia la lista dei mecenati, il più generoso
(ed invadente) una nota casa automobilistica tedesca – quella sempre
di moda, naturalmente – che domina la scena in gran parte delle
riprese esterne (ecco, quest’invadenza è un calo di gusto che forse si
poteva evitare).

‘Il mio capolavoro’ (coprod. Argentina/Spagna) è un eccellente
prodotto commerciale che parla senza pudori né rischi del commercio
dell’arte, con l’aria dissacrante e tuttavia magnanima, superiore di
chi in fondo poi il mercimonio, il diabolico cinico grasso e ignorante
mercato dell’arte,  lo assolve e giustifica così com’è: funzionale
solo alla sua logica, poco artistica e molto mercantile. Chi ha
scritto il film, Andrés Duprat, direttore del Museo delle Belle Arti
di Buenos Aires conosce bene la materia. Il fratello Gastón ha saputo
plasmarla con estro e distacco sufficienti a renderla totalmente
digeribile. Probabilmente i due fratelli hanno celebrato con questo
film la loro amicizia, fertile di altre pellicole pregevoli come Il
cittadino illustre (El ciudadano ilustre, 2016).

Amicizia antica, profonda e quindi complessa come quella di Arturo,
gallerista mercante d’arte arguto quanto opportunista,  e Renzo,
artista bohémien, geniale artista anarchico, libero dai rapporti
sociali convenzionali, autorecluso nel suo narcisismo. Nel fondo del
suo pozzo di borderline, Renzo si aggrappa all’amico sincero di una
vita per risollevarsi. “Gli estremi si incontrano”, dirà lui stesso. E
l’amicizia è tale fra i due, da fargli escogitare il modo più beffardo
di onorare il dio dell’arte e quello del denaro, senza toglier nulla
ad uno dei due, senza nulla sottrarre alla propria integrità morale,
nemmeno quando si tratta di ricorrere agli estremi rimedi. Tutto ruota
intorno e concorre alla fatale comunione degli opposti: donne,
studenti, personale medico, sceicchi, un càndido giovine spagnolo
ancora integro. Ma in fondo, e soprattutto, tutto celebra Buenos
Aires, il mondo di Arturo, così diverso dal mondo opposto di Renzo:
quello della natura colorata, pittoresca della Provincia di Jujuy.
Ovviamente, uno degli sponsor del film.

Abbandonata ogni velleità di vedere un film serio sul futile mondo
dell’arte ‘di tendenza’, restano le risate – tante – e la curiosità di
vedere se, da quest’anno, le opere del pittore argentino Carlos
Gorriarena (1925-2007), citato nei titoli di coda come maggior fonte
dei quadri rappresentati, subiranno un’impennata nelle valutazioni di
mercato.

Andrea Lilli

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