‘Il venerabile W.’ e il male che non ti aspetti.

di Andrea Lilli

Dopo aver visto “Il venerabile W.” si esce dalla sala diversi da come si è entrati.

Non è solo un docufilm d’inchiesta. Questo film fa male, lascia un segno, come dopo un incidente. Entri, ti siedi, e dal finestrino iniziano a scorrere le solite sequenze di immagini, prevedibili come in ogni documentario: colline verdi trapuntate di templi, un lungo ponte sul fiume, sul ponte corre una moto con tre adulti senza casco, l’uomo che guida e due donne dietro sono sorridenti, si fanno superare, per poi superarti: giocano, ti risuperano ridendo più forte… Poi li vedi: i monaci. Sono tantissimi a Mandalay, Birmania. Uno in particolare, dal viso tondo, anche lui sorridente… 

E poi vedi piombarti addosso qualcosa di imprevedibile.

Il venerabile W. (Ashin Wirathu, all’anagrafe Wiseitta Biwuntha) è un monaco buddhista theravada, oggi cinquantenne, che incita all’odio religioso e razziale con lo slogan “Per la difesa della razza e della religione”. Aveva già creato e capeggiato il movimento buddhista estremista “969”, formato da fanatici violenti il cui scopo è sterminare, letteralmente, la popolazione dei Rohingya, una minoranza etnica di religione islamica, concentrata nela regione di Rakhine, stato birmano confinante col Bangladesh. Dopo una serie di attacchi omicidi e incendiari a moschee e villaggi Rohingya, nel 2003 Wirathu è stato condannato a 25 anni di carcere per incitamento all’odio e al conflitto religioso. Tornato libero nel 2012 grazie ad un’amnistia generale, nello stesso anno riorganizza campagne di boicottaggio antimusulmano e assalti incendiari ancora più cruenti. Nel 2013 il movimento “969” viene messo fuorilegge. Subito viene fondata da Wirathu una nuova organizzazione buddhista estremista, il ‘Ma Ba Tha’, più strutturata e influente della prima, anche a livello politico e parlamentare.

Il consenso tra i monaci e la popolazione buddhista aumenta grazie ai frequenti comizi di Wirathu che tiene sermoni in tutta la Birmania e usa abilmente i mass media, soprattutto i social network e i CD, con cui diffonde invettive e false notizie sui Rohingya. Nel 2015 il Ma Ba Tha riesce a far approvare in Parlamento una forma di legislazione discriminatoria antimusulmana. Continuano gli assalti ai loro villaggi. I morti e gli sfollati della minoranza musulmana diventano centinaia di migliaia.

A fine 2015 il partito LND di Aun San Suu Kyi, ex perseguitata politica durante il regime militare, premio Nobel 1990 per la pace, vince le elezioni e nel 2016 diventa ministro degli Esteri, consigliere speciale dello Stato e portavoce del Presidente: praticamente l’eminenza grigia del gorverno. Nello stesso anno, il movimento Ma Ba Tha viene rinnegato dal Comitato dei Grandi Maestri di Sangha (Consiglio ufficiale dei monaci buddhisti theravada). Tuttavia, Aung San Suu Kyi dimostra un atteggiamento pilatesco e minimizza sistematicamente la tragedia delle minoranze etniche birmane, arrivando a rifiutare il rapporto ONU 2017 sui Rohingya, che definisce come “crimine contro l’umanità” la situazione nella regione di Rakhine. Oggi, dopo 7 anni di ondate di violenza islamofoba la comunità Rohinya in Birmania è dimezzata: su un milione e mezzo di Rohingya, ne sono rimasti la metà. 700.000 sono i profughi, rifugiati in campi precari e malsani al confine del Bangladesh, uno dei Paesi più poveri del mondo. Le autorità bengalesi da tempo fanno di tutto per rispedirli in Birmania che però non accetta alcun rimpatrio. D’altro canto nemmeno i rifugiati sarebbero disposti a tornare nell’inferno da cui sono sopravvissuti.

E’ questo il contenuto del film/documentario di Barbet Schroeder, regista svizzero 77enne, ex attore e produttore della Nouvelle Vague, grande viaggiatore, simpatizzante buddhista fin da giovane, da quando 21enne partì per i luoghi storici del Buddha fino in Sri Lanka. Le immagini, di repertorio o coraggiosamente girate sul posto durante i sermoni di Wirathu o nel corso delle spedizioni incendiarie, sono impressionanti, talvolta raccapriccianti. Le accompagnano alcune interviste: a Wirathu, ad altri monaci protagonisti, ad attivisti per i diritti umani e a giornalisti. 

Non è stato facile per Schroeder tornare in Europa dalla Birmania: le autorità militari, insospettite, a un certo punto hanno iniziato a seguire la troupe costringendola a lasciare in fretta il paese, abbandonando là tutte le apparecchiature per portare in salvo con sé il girato.

Ancor meno è stato facile per Schroeder accettare che anche la religione buddhista, quella che il regista de Il mistero Von Bulow definisce “l’ultima illusione in cui potevo credere, l’unica filosofia che aveva finora evitato sbandamenti nel fanatismo estremista”, potesse trasformarsi in un motore delirante di odio e di morte. Per capirne il perché, ha voluto tornare nei luoghi sacri a lui cari, documentare come sono cambiati, come può cambiare il comportamento di un monaco buddhista a Mandalay, nella città più buddhista del mondo, dove su un milione di abitanti i monaci sono 300.000, molti dei quali seguaci di Wirathu.

Questo film fa male perché si pensa che le scene più raccapriccianti visibili sul grande schermo appartengano essenzialmente al cinema horror, dunque alla fiction, e invece questo è un documentario. Tutto vero: decine di villaggi incendiati, folle di uomini, donne, bambini in fuga, bruciati vivi, inseguiti nei campi e uccisi a bastonate, perseguitati, considerati uomini di razza inferiore. Ancora oggi. E perciò tanto più terrificante, in quanto cronaca attuale.

Il venerabile W.” fa male, perché mostra come sia un monaco buddhista a concentrare in sé il peggio della natura umana, a rappresentare oggi il fanatismo razzista di massa. Così come ieri a Hitler, Mussolini, Stalin, oggi tocca a Wirathu. Domani, vedremo.

film distribuito da Satine Film, con il patrocinio di Amnesty International Italia
In sala dal 21 marzo, Giornata internazionale ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale.
 

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