El Reino’: dentro la lotta al potere

di Valentina Longo

Quando un politico corrotto non suscita più l’interesse del partito cui appartiene, il politico corrotto è un uomo morto. Perché, come recita la locandina di “El Reino” di Rodrigo Sorogoyen: “I Re cadono, ma i Regni perdurano”.

Per essere fedeli fino in fondo alle dinamiche de “El Reino” bisognerebbe fare una precisazione. Non sono i Re a cadere, semmai i Re decidono chi esiliare dal Regno per mantenere il potere che hanno accumulato negli anni di ‘reggenza’. In buona sostanza, questo è quello che succede a Manuel López-Vidal (Antonio De La Torre), il protagonista, un vice segretario regionale che aspira a diventare Presidente della Regione. Abituato a giornate fatte di lusso, feste e privilegi, nel momento in cui una fuga di notizie porta allo scoperto la sua corruzione e quella del collega Paco, lo scandalo è inevitabile.

Per salvare le apparenze, il Partito decide di sacrificare lui, allontanandolo ufficialmente e sottoponendolo a indagini, e di salvaguardare il collega. Deciso a non rinunciare al suo tenore di vita, Manuel sfrutta tutte le conoscenze e risorse di cui dispone per trovare una prova dei traffici del resto del Regno e utilizzarle come ricatto. L’impresa sarà più difficile del previsto e riserverà amari colpi di scena.

Pur essendo prettamente un film di denuncia alla generale corruzione nella politica (i fatti si svolgono nel 2007, anno in cui ci fu veramente un blitz che portò all’arresto di diversi politici nel nord della Spagna), ‘El Reino’ si configura bene anche come thriller. Le musiche elettroniche di Olivier Arson che aumentano di volume nei momenti di silenzio, la sceneggiatura dal ritmo progressivo di Sorogoyen e Isabel Peña, il crescendo di forza emotiva nell’ottima performance di De La Torre, tutti gli aspetti tecnici hanno contribuito a rendere ‘El Reino’ un film polivalente, completo e coinvolgente.

Certo, il punto di vista della narrazione è di quello che normalmente si definirebbe un villain. Nessuno empatizzerebbe mai con un politico corrotto che cerca di mantenere la sua posizione d’oro nascondendo prove e ricattando potenti. Eppure, procedendo nella visione non si può che fare il tifo per lui. Probabilmente perché al suo fianco ha una moglie che lo ama al punto da essergli complice consapevole e una figlia che gli rimane fedele nonostante, in fondo, abbia capito la situazione. Sono elementi che contribuiscono a umanizzare Manuel come personaggio: se è tanto amato, non deve essere marcio come sembra. Inoltre, una delle sue preoccupazioni è rivolta proprio al futuro della figlia, che con un padre al centro di uno scandalo nazionale si sarebbe vista precludere diverse strade.

Non è da sottovalutare l’aspetto della situazione materiale in cui si ritrova. Superata l’avversione iniziale alla sua disonestà, Manuel diventa, più o meno da metà film in poi, un uomo che tenta di salvare la sua famiglia da un vortice autodistruttivo creato da persone non diverse da lui. Tutte le strade che percorre gli vengono sbarrate dall’avidità di quelli che aveva considerato amici, con cui aveva condiviso esperienze, anni e lavoro. La decostruzione e ricomposizione in positivo del suo personaggio è l’elemento che forse può portare lo spettatore a propendere per lui, o quantomeno a sperare che riesca a piegare un sistema che troppo spesso si rivale proprio sulle persone normali. Insomma, ‘se sei nemico del mio nemico, allora sei mio amico’.

Con tutte le sue sfaccettature ‘El Reino’ è un film di qualità, vincitore di 7 Premi Goya e indubbiamente interessante. Resta perciò da accompagnare Manuel nella sua lotta a “El Reino”, dal 4 luglio al cinema.

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