‘Sole, cuore, amore’ (2016) di D. Vicari

di Roberta Lamonica

“Dammi tre parole: sole, cuore, amore”.

Nel 2001 bastarono solo ‘Tre parole’ per fare volare l’allora sconosciuta Valeria Rossi nelle classifiche italiane.

Una canzone leggera, ottimista e gioiosa molto orecchiabile e facile da cantare.

Intervistata dall’Avvenire, Valeria Rossi dichiarò di aver originariamente scritto un testo più intimista, più crudo e crepuscolare, poi modificato per volere del suo discografico, il cui ritornello faceva: “Sono il traditore, sono il tuo dolore, sono la notte che deve passare”. L’iperbole della speranza che persiste e porta alla rinascita.

Chissà se Daniele Vicari sia mai venuto in contatto con questa intervista e abbia fatto sue le riflessioni e le intenzioni iniziali di Valeria Rossi…

Da sempre regista impegnato in un cinema di denuncia, Vicari firma questo ‘Sole, cuore, amore’, titolo dolorosamente ironico, per un film sulla disperata condizione di solitudine e carico emotivo di due giovani donne della periferia romana, Eli e Vale, per le quali la solidarietà femminile diventa unico faro in un mondo di affanni e fatica.

Duro e commovente, ‘Sole, Cuore, Amore’ è un film che parla dell’oggi, della precarietà di tante vite in bilico dal punto di vista economico ma anche della crisi profonda della struttura stessa della società con uno sguardo attento all’abbandono di certe periferie in cui le persone si muovono come fantasmi invisibili al mondo. Invisibili, di certo, per le Istituzioni.

“Il quotidiano che il film rappresenta- dice Vicari – è un quotidiano difficile, come quello di milioni di persone che non ricevono più sicurezze dall’appartenenza sociale. Raccontare il quotidiano al cinema è una grande sfida”.

E la sfida che Vicari affronta può contare sul sostegno di un cast validissimo in cui spiccano Isabella Ragonese (alla sua prova attoriale migliore, finora) e Francesco Acquaroli (ottimo davvero il suo Nicola, datore di lavoro frustrato e cinico).

Ma ottimi anche Eva Grieco, leggera come una farfalla e forte come una leonessa e Francesco Montanari, credibile nel ruolo di Mario, marito senza reali prospettive di lavoro e ‘costretto’ nel nuovo ruolo di accudimento assegnato al padre che mina le ancestrali prerogative di uomo e marito.

Il personaggio della Ragonese, Eli, regge letteralmente sulle spalle tutto il film ed è vero e proprio emblema di un mondo di cui tutti si vogliono occupare e che troppo spesso resta drammaticamente sommerso. Con la telecamera fissa a seguirla, diventiamo a poco a poco familiari con il suo cappotto rosso, stretto attorno a un corpo sempre più provato, sempre più stanco. Rosso come il suo cuore fragile, come l’amore che muove tutta la sua esistenza.

Ma rosso è anche il rossetto che Vale sfoggia durante la sua performance finale, in un gioco di rispecchiamento e sostituzione con la sua compagna, simbolo della passione bruciante e viva che ha mosso tutte le sue scelte di vita, lontane dagli schemi pudici e borghesi che avrebbero fatto felice sua madre.

Parliamo però di emblemi, perché purtroppo Eli e Vale sono poco caratterizzate come individui. Non sappiamo nulla di Eli, siamo intrappolati nella sua stessa routine: la sveglia, la fermata dell’autobus, la metro, il bar, il buio. Eli potrebbe essere chiunque e Vale nessuno. Nulla ci viene detto dei motivi per cui Mario non trova lavoro, del perché Eli sia orfana, di cosa abbia allontanato in modo così netto Vale da sua madre.

Questa ‘indeterminazione’ contrasta con la scelta di una fotografia dai colori saturi e fortemente caratterizzanti, invece: i blu elettrici, gialli fluo, i rossi infocati. I colori di una notte perpetua di un’Italia che rotola negli angoli di anonimi ‘non luoghi’ metropolitani senz’anima.

Nonostante Vicari sia stato in più occasioni accostato a Ken Loach per l’interesse per gli ultimi e i dimenticati, c’è una profonda differenza tra i due registi. I personaggi di Loach sono sempre molto individualizzati e le sceneggiature dei suoi film sono sempre molto articolate, con una fotografia che lascia sempre ‘il palcoscenico’ alla storia.

Vicari preferisce fare dei suoi ‘eroi’ delle figure emblematiche che possano servire da monito ed exemplum, piuttosto che delle Persone.

A Vale (la bravissima Eva Grieco) non viene data una linea narrativa che ne sostenga completamente il personaggio e la sua prova è essenzialmente legata ai due potenti e splendidi momenti performativi all’inizio e alla fine del film, che catalizzano l’attenzione su di lei e dal punto di vista cinematografico spezzano la narrazione dilatando il tempo. Anche la loro relazione come ‘sorelle’, il loro essere complementari, il loro contare l’una sull’altra viene solo abbozzato e avrebbe meritato maggiore spazio di approfondimento. Inoltre, c’è una esagerata e non del tutto credibile assenza dello Stato, nel film. Non c’è possibilità per lo spettatore di capire se questa famiglia in qualche modo abbia accesso a qualche forma di aiuto, come sarebbe assolutamente plausibile.

Questa è la pecca più grande di un film nel complesso riuscito: dipingere la condizione disagiata e la solitudine di anime e cuori di un imprecisato litorale romano, rappresentato come squallido e anonimo, secondo il cliché di una condizione di solitudine e abbandono irreversibili… E destinati alla sconfitta senza nemmeno l’appello del sacrificio estremo.

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