‘Antropocene – L’epoca umana’ (2018), di di J.Baichwal, E.Burtynsky e N. de Pencier.

di L. Graziani

“Antropocene” è una meditazione cinematografica ambiziosa e provocatoria sull’impatto umano negli equilibri geologici.

“Antropocene – l’epoca umana” è il frutto di una lunga collaborazione tra i registi Nicholas de Pencier, Jennifer Baichwal e il fotografo Edward Burtynsky, un collettivo che porta avanti dal 2006 con il primo “Manufactured Landscapes” una saga di docufilm a tema ambientale che raccontano l’impatto delle attività umane sull’ecosistema terrestre.

Presentato al Festival di Toronto nel 2018, questo terzo capitolo è un’opera completa a 360 gradi perché accompagnato da mostre, fotografie e installazioni oltre che da un libro.“Antropocene” perciò non è soltanto una pellicola, ma in primis un’idea: questa teoria affonda le sue radici nel 1973, quando il termine appariva per la prima volta all’interno della “grande enciclopedia sovietica”. La fase geologica attuale, che vede l’uomo artefice delle principali mutazioni territoriali e climatiche, non è legittimamente identificata con il termine “Antropocene”. Questo non è stato ancora riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale per sostituirsi, nella cronologia terrestre, all’olocene in cui teoricamente dovrebbe trovarsi il pianeta ormai dall’ultima glaciazione di 11700 anni fa.

A spiegarci il senso di questa problematica sono le parole, molto più esaustive, di Alicia Vikander, la voce narrante che squarcia il silenzio accompagnata dalle immagini di un’unica inquadratura d’apertura lunga ben otto minuti. Nel corso di una lavorazione durata 4 anni, il team ha intrapreso un mitico viaggio in tutti i continenti del globo ad esclusione dell’Antartide. Tra i blocchi di cemento in Cina della costa orientale, lungo la catena degli Urali nelle colorate miniere di potassio, passando per l’inquinatissima città industriale di Norilsk, nelle profondità tra i coralli ormai bianchi della barriera australiana, per arrivare fino al deserto cileno negli onirici stagni di evaporazione del litio da dove arrivano le batterie delle nostre auto e dei nostri cellulari.

20 paesi e 43 luoghi diversi alla ricerca del punto di contatto sensoriale tra arte e scienza, facendo appena sfiorare due culture così dissimili ma anche indissolubilmente legate.

I tre cineasti ci raccontano in pellicola 16 mm cosa accade nel mondo di oggi: prima con l’immagine in scala, sfruttando l’utilizzo del satellite e delle riprese aeree, poi attraverso il dettaglio, il particolare dell’individuo impegnato nella sua quotidianità. Cosa è accaduto realmente dalla metà del XX secolo al pianeta Terra e al suo ospite principale che in soli 10 mila anni è stato in grado di dominare ed influenzare equilibri che risalgono a 4,5 miliardi di anni.

Nel toccare argomenti quali l’aumento esponenziale di CO2, l’acidificazione degli oceani, la continua dispersione dei tecno fossili, la deforestazione dei polmoni verdi e la progressiva estinzione delle specie non c’è la formulazione di un vero giudizio, ma la direzione è quella di una profonda riflessione che deve avere come strumenti esperienza e conoscenza.

Si predilige piuttosto la spettacolarizzazione dei fenomeni umani, con il loro fascino del proibito, per immergere lo spettatore nel mondo che pensa di possedere e conoscere ma di cui è intimamente estraneo. Ed è proprio la provocazione visiva la vera arma di questo docufilm, che sfoggia una tesi moderna ma cinematograficamente già sviscerata.

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