Willow: parabole sulla genitorialità

di Corinne Vosa

Willow

Suddiviso in tre parabole esistenziali, Willow del regista macedone Milcho Manchevski, è un’opera scottante il cui fulcro tematico è il desiderio di diventare genitori e le implicazioni emotive e morali che derivano dalla condizione di genitorialità.

Il primo episodio, il più potente e narrativamente disgiunto dagli altri, è ambientato in un contesto rurale e medievale indefinito. Una giovane coppia di contadini non riesce ad avere figli e così si rivolge alla strega del villaggio, che sembra poter risolvere il loro problema, ma a una sola aspra condizione. Da subito l’incubo della sterilità si impone come apparente antagonista, l’ossessione che tormenta i personaggi dei tre episodi; a ben guardare però il vero pericolo sono le conseguenze in cui questa paura rischia di farli precipitare.

Il primo episodio è il più negativo e amaro e trova il suo vigore in una messa in scena di ammaliante bellezza visiva, la cui estetica rimanda ai dipinti fiamminghi e medievali, nonchè cinematograficamente a Tarkovskij, Bergman e Kieslowski, quest’ultimo in particolare modello anche drammaturgico del film. C’è infatti tutto il conflitto esistenziale e etico dei film di Kieslowski e una dimensione persistente di sacralità che rimanda al Decalogo.

Willow-copertina

Nella prima storia la natura si impone visivamente con la sua bellezza e le sue coreografie di forme, inquadrando paesaggi naturali di per sé evocativi, come il ruscello e le sue rocce, immagini affascinanti in cui rintracciare un forte rimando a Stalker. In generale il primo capitolo è molto vicino alla poetica e all’estetica di Tarkovskij.

Ne segue uno stacco visivo netto e radicale che ci trasporta nell’epoca moderna, dove due sorelle vivono delle esperienze di maternità complesse. In parte sono ricalcate le problematiche del primo episodio, dunque la sterilità e la perseveranza nel tentativo di avere un figlio, ma se l’andare contro natura nella dimensione medievale avveniva attraverso l’affidamento alla magia, nella contemporaneità è compito della scienza, che con le tecniche di fecondazione tenta di riuscire in ciò che il caso sembra impedire.

willow-

Il discorso però si infittisce ulteriormente e coinvolge anche aspetti ancora più delicati e controversi, punti deboli dell’essere umano come l’insoddisfazione per la conquista di un figlio distante dal modello di salute sognato. La maternità non è intesa solo come legame di sangue, ma profondo rapporto affettivo insito anche nella condizione dell’adozione, riflessione che ci ricorda Un affare di famiglia di Kore’eda.

Sempre persistente è lo spessore della dimensione religiosa e mistica, un sottofondo spirituale che si insinua nella morale umana e rafforza la suggestione di una connessione invisibile ed enigmatica tra le tre storie.

Willow-film

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, “Willow” è un film di donne, maternità e fragilità femminili, scandito dal fascino della ciclicità del fato umano e  l’immutabilità delle emozioni umane in tempi e luoghi distanti.

Il titolo stesso, la cui traduzione è “salice”, evoca la pianta citata in entrambe le epoche degli episodi del film. Il valore magico dei rami del salice piangente si accompagna alla metafora di un elemento della natura che soffre, si piega, sembra cedere ma in realtà rimarrà al suo posto per i secoli avvenire, simbolo di resistenza e convinzenza con il dolore di vivere.

 

 

 

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