‘Un posto al sole’ (1951), di G. Stevens

di Roberta Lamonica

‘Un posto al sole’ (1951), di G. Stevens, è un film che, a dispetto della patina romantica, è un sordido ritratto della società capitalistica. Nel bel mezzo del maccartismo e della ‘paura rossa’, un film che grondava cultura giovanile degli anni ’50, la cultura di coloro che volevano tutto a qualunque costo, vinse 6 premi Oscar. La stampa dell’epoca fece rimbalzare la lode di Charlie Chaplin al regista George Stevens: “Questo è il più grande film mai fatto sull’America”. Chiaramente Chaplin non lo aveva pensato come un complimento.

51ZrijEG6OLBasato sul romanzo di Theodor Dreiser del 1925, ‘Una tragedia americana’, il film prende in considerazione una definizione precipuamente americana di successo secondo cui l’etica personale può essere sacrificata sull’altare del benessere personale. Charlie Chaplin fu costretto a lasciare gli Stati uniti e vivere in esilio un anno dopo l’uscita del film. Questo perché Il film, forse, scopriva aspetti che l’establishment americano tentava di nascondere: lotta di classe e pulsioni sessuali irreprimibili.

George, pecora nera di una famiglia di magnati, viene accolto con condiscendente benevolenza e in una posizione di subalternità ma egli vuole avere accesso alla ‘bella vita’ dei suoi familiari. Vuole essere parte del Sogno Americano degli anni ’50: un buon lavoro, tanto denaro e una bella moglie. Potrebbe anche, se non fosse per una madre bigotta e imbarazzante e per i suoi bassi istinti sessuali. Ciò che gli impedisce di raggiungere i suoi sogni è, essenzialmente, la stessa identità che lo definisce.

Il protagonista, George Eastman (Montgomery Clift), nipote del magnate Charles Eastman (Herbert Heyes), arriva in città in cerca di lavoro e viene assunto nell’azienda di famiglia come operaio. Per quanto gli venga subito detto di evitare “hunky panky’ sul posto di lavoro perché lui è ‘un Eastman e ci si aspetta che si comporti come tale’, George incontra Alice (Shelley Winters), una ragazza di campagna sdoganata come operaia, quasi una eroina di ‘hardyiana’ memoria, con la quale inizia una relazione che porterà alla gravidanza di Alice.

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Nel frattempo, però, George si invaghisce della bella e ricchissima Angela (Elizabeth Taylor). Angela ricambia i sentimenti di George ed è allora che Alice e il bambino che deve nascere diventano un fardello di cui liberarsi. In un impulso omicida, la porta in barca sul lago con l’intenzione di fingere un incidente e annegarla. In realtà, la povera Alice cade nell’acqua e annega senza che George riesca a salvarla. O, almeno, è ciò che siamo portati a credere, perché la regia non ci mostra alcun tentativo di salvataggio e ma neanche la scena dell’annegamento. Non che questo importi. George viene catturato e il senso di colpa insito nella sua educazione religiosa oppressiva lo fa sentire colpevole senza appello anche solo per aver ipotizzato l’omicidio. La pena di morte è una sentenza che la sua morale gli ha inflitto molto prima della società e resa ancor più tragica dall’amore cristallino e incrollabile di Angela.

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Se ‘Un posto al sole’ resta una classico senza tempo, lo si deve alla bravura dei protagonisti e alla maestria del suo regista. Ciononostante non si può dire che Stevens sia cineasta raffinato o evocativo. I suoi simboli sono piuttosto ovvi e riconoscibili. La morte per annegamento di Alice è anticipata dal quadro di Ofelia nella sala da pranzo di George o dagli amici di Angela che raccontano la torbida storia dell’omicidio di una donna da parte del suo uomo. Stevens presenta le differenze sociali mostrando Angela e i suoi amici a feste eleganti o in ville lussuose mentre George e Alice vanno al cinema, considerato una forma d’arte popolare e di massa.

Il film andò benissimo. Ciò potrebbe sembrare strano perché raramente è inserito nel canone dei Classici Hollywoodiani. Eppure venne nominato per ben 9 Oscar. Clift and Winters entrambi studiarono la parte secondo il Metodo Stanislavski che presupponeva che un attore mettesse tutta la sua esperienza emotiva in una performance, anche solo a livello di subconscio. Clift si immerse completamente nel carattere debole e insicuro del suo personaggio e la sua performance fu perfetta. Winters si imbruttì e assunse un’espressione patetica e sciatta. Secondo la biografia di Patricia Bosworth su Montgomery Clift, l’attore discusse animatamente con Stevens per l’interpretazione che aveva voluto dalla collega Winters, di un personaggio quasi monodimensionale destinato fin dall’inizio ad essere ingannato e tradito da George. Al tempo stesso, l’aspetto quasi angelico di Clift non facilitò la resa di un personaggio ambizioso, tormentato e senza scrupoli come quello di George.

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‘Un posto al sole’ indebolisce il suo monito sui pericoli dell’inseguimento del Sogno Americano spingendo più sull’acceleratore del sentimento.Un sentimento che è più sentimentalismo e che si nutre di un maschilismo di stampo vittoriano con il personaggio di Angela non approfondito e ridotto a ‘angel in the house’ e Alice che altro non è che una versione oltreoceano della ‘fallen woman’ di tanta letteratura ottocentesca.

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Chaplin parlò del ritratto veritiero reso nel film di Stevens dell’America dell’epoca. E l’America dell’epoca ha lo sguardo dolce e il cuore gelido di George. Difficile per i detrattori del sogno americano ravvisare sotto la melassa della storia d’amore sfortunata, la “deeply moving story of ill-fated young love!” la profonda critica al tarlo che stava corrodendo le nuove generazioni. Eppure, il più alto merito di ‘Un posto al sole’ sta proprio nell’invito a diffidare delle apparenze, esibite in party eleganti… nascoste nella luce fioca di camere in affitto.

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