‘Opera (1986), di Dario Argento: La punizione dello sguardo’.

di Fabrizio Spurio

Con Opera, Dario Argento firma un horror voyeuristico in cui definisce uno strettissimo legame tra musica classica, teatro e un folle omicida.

Tra tutti i film diretti da Dario Argento questo è quello più marcatamente voyeuristico. Il tema dell’occhio è portato alle estreme conseguenze. La trama racconta di Betty, giovane cantante d’opera, perseguitata da un killer che sembra avere con lei un rapporto morboso. Il folle, onnipresente nella pellicola, la segue e la spia già dal suo debutto a teatro durante la messa in scena del Macbeth. Nei film precedenti la visione del particolare rivelatore, elemento chiave per la soluzione dell’enigma, era al centro di una sfida della memoria portata avanti dal protagonista. Il personaggio vede un dettaglio che non riesce a decifrare, e lavora con la sua memoria per poter comprendere. In ‘Opera’ tutto questo viene ribaltato. È l’assassino stesso a mostrare alla protagonista Betty (Cristina Marsillach) più di quello che lei vorrebbe vedere, costringendola ad assistere agli omicidi di persone in qualche modo legate a lei.

Quindi Betty vede tutto chiaramente, addirittura con un metodo che sfiora la tortura, una fila di spilli applicata sotto le palpebre per impedirle di chiudere gli occhi. Realmente non esiste un particolare da ricordare, la funzione della memoria è totalmente annullata. Nel film non c’è una vera indagine e con Betty ci troviamo di fronte alla protagonista più inutile di tutta la filmografia argentiana. Betty non fa nulla, non agisce per portare avanti la vicenda. Non investiga o cerca di capire, ma subisce passivamente le azioni di chi le sta intorno. Demanda ad altri personaggi il ruolo di investigatori e, in effetti, le persone che riescono a scoprire dettagli o indizi per la scoperta e la cattura del serial killer, vengono puntualmente eliminate sotto gli occhi impotenti di Betty. Si può dire che sia lei l’elemento catalizzatore degli omicidi: chi le ruota intorno è destinato a soccombere.

Quindi l’indagine viene portata avanti dai co-protagonisti, Giulia (Coralinna Cataldi Tassoni) la sarta di scena che trova un braccialetto rivelatore dell’assassino e Myra (Daria Nicolodi), che scopre l’identità del colpevole avendolo letteralmente visto in volto. E infine Mark (Ian Charleson) il regista che ha l’intuizione giusta per scoprire l’assassino.

Ma il tema rimane l’occhio e il suo sguardo.

Mai come in questo film si trova l’iperbole della soggettiva. L’occhio della telecamera riprende le scene da innumerevoli punti di vista. Il film è costellato di carrelli e la macchina da presa compie acrobazie anche impossibili. Ci viene mostrato tutto. Il punto di vista viene addirittura posto dentro un tubo di scarico di un lavandino, nella sequenza in cui Betty getta il contenuto di una boccetta di profumo: lo spettatore si vede cadere addosso il liquido ambrato.

Ma Argento decide di andare oltre e pone l’obbiettivo della cinepresa addirittura dentro lo spioncino di una porta, nella bocca di una vittima (Stefano, il fidanzato di Betty, interpretato da William McNamara) alla quale viene infilato un coltello nella gola, all’interno della vena del folle per mostrarci il flusso del sangue e per finire nel cervello stesso del killer.

La vera lama di coltello è la cinepresa, che tutto penetra e seziona. L’apice di questa tecnica della soggettiva portata all’estremo è nella celebre sequenza finale, con il volo dei corvi all’interno del Teatro Regio di Parma dove viene rappresentata l’opera di cui Betty è cantante protagonista. La cinepresa si getta sulla platea con uno spettacolare volo per simulare il punto di vista dei corvi a caccia dell’assassino.

Ma alle tante soggettive, quindi al troppo vedere, fa da contraltare la punizione dell’occhio, che in questo film subisce violenze inaudite. Intanto come si è già detto, la stessa Betty è vittima di questa tortura del vedere, con gli spilli che le impediscono di sbattere le palpebre (metaforicamente Argento costringe gli spettatori dei suoi film a rimanere con gli occhi aperti, a fissare proprio quelle scene di sangue, celebri nel suo cinema, ma che molto spesso fanno distogliere lo sguardo). Ma anche Myra, che ha osato spiare nello spioncino della porta per scoprire l’identità del pazzo, riceve in cambio un proiettile nell’occhio, in una sequenza che è un perfetto mix di tecnica cinematografica, con riprese al rallentatore, montaggio e suono, con il dettaglio spettacolare della pallottola, a velocità estremamente rallentata, che attraversa l’interno dello spioncino per poi forare la testa della Nicolodi. La scena è stata realizzata facendo costruire dagli scenografi, uno spioncino in scala aumentata.

Ma alla fine anche l’omicida sarà punito allo stesso modo, in quanto verrà menomato dell’occhio da uno dei corvi lasciati liberi nel teatro. Sono proprio i corvi a rivelarne l’identità, dopo che alcuni di loro sono morti per mano del killer.

Il killer è l’unico che prova un sentimento, anche se malato, per Betty. In questa pellicola non c’è amore, non ci sono sentimenti tra i personaggi, a parte una fugace relazione tra Betty e Stefano, ma il ragazzo sarà prontamente eliminato quasi a inizio film. E’ l’epoca dell’AIDS e questa freddezza si rispecchia nei personaggi che non esternano altro che una semplice conoscenza. Marc ha una relazione che sfiora la mera conoscenza con una ragazza (Antonella Vitale); la piccola vicina di casa di Betty, Alma (Francesca Cassola) litiga in continuo con la madre (Carola Stagnaro). L’unica relazione, in qualche modo intima, è proprio quella tra Betty e l’assassino, che la segue, la tocca, in qualche modo le offre ad olocausto le vittime che incontra sul suo cammino. C’è un legame tra loro due, un legame che Betty comprenderà solamente alla fine del film, un’eredità malata lasciatale dalla madre.

Proprio nel finale Betty, ormai sola, prenderà coscienza della sua forza, riuscendo ad urlare contro il suo torturatore tutto il suo odio ed il suo rifiuto. In quel momento l’assassino, ormai braccato dalla polizia, perde tutto il suo potere, tutta la sua aurea di onnipotenza, ma si riduce ad un povero uomo solo, vuoto, incapace di instaurare una relazione naturale con altri esseri viventi.

La freddezza di questi rapporti è sottolineata in tutta la pellicola, in quanto la fotografia, curata dal premio Oscar Ronnie Taylor (premio Oscar per “Gandhi”, e anche direttore della fotografia di un altro film a teatro: “Corus Line”. Collaborerà di nuovo con Argento anche ne “Il Fantasma dell’Opera” e in “Non ho sonno”), esalta colori freddi, con una voluta preferenza per il blu.

La colonna sonora dosa sapientemente musica lirica, ambient e heavy metal. Le scene di omicidio sono brutali e il metal è la cornice perfetta per sottolineare la brutalità degli atti omicidi. Molto spesso gli incontri tra Betty e l’assassino, nell’appartamento della ragazza, sono sulle note di qualche opera lirica, a sottolineare il legame tra i due e la musica classica. Anche questo è un rimando alle origini del rapporto tra assassino e Betty. L’unico modo che l’assassino ha di instaurare rapporti con le persone è attraverso la violenza. Alla morte della donna amata precipita nella solitudine e nel nulla che è la sua vita.

Un film sul disagio, sulla solitudine e sulla paura dei rapporti tra le persone.

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