The Irishman (Martin Scorsese, 2019)

di A. C.


La fatica (speriamo non) ultima di Scorsese riporta su schermo la vera storia del gangster Frank Sheeran, soprannominato “The Irishman”, e del suo presunto coinvolgimento con la sparizione del sindacalista Jimmy Hoffa, il cui caso di cronaca resta ancora una delle più grandi incognite nella storia degli USA.
L’operazione di Scorsese già dalle sue premesse assume una cornice piuttosto personale, come lasciava del resto intuire la reunion con gli storici sodali De Niro, Pesci e Keitel. Ma a dispetto dell’apparente confezione da prodotto per nostalgici amanti dei suoi gangster-movie classici, il film è invece una coraggiosissima chiusura di un cerchio e forse la “pietra tombale” sul genere.

Un discorso che parte dal giovanile ‘Mean Streets’, passando per gli epocali ‘Quei bravi ragazzi’ e ‘Casinò’ e che in ‘The Irishman’ trova un punto di arrivo quanto mai elegiaco e dolente.
Scorsese decide di riprendere lo stile narrativo di ‘Quei bravi ragazzi’ e ‘Casinò’ – la ricostruzione documentaristica e la voce fuori campo del protagonista – ma lo rielabora in chiave più asciutta e meno sentimentale, con un’alternanza di sequenze temporali tra passato e presente, ringiovanendo i suoi protagonisti digitalmente (pur se non in modo impeccabile), e rinunciando ad enfatizzare qualunque momento di violenza che viene invece restituito con brusco realismo.


Frank Sheeran (un ritrovato De Niro, in una performance intensa e di grande sottrazione) e Jimmy Hoffa (un Pacino di grande magnetismo e alla sua prima collaborazione con Scorsese) sono il pretesto per un discorso su un periodo di storia americana molto delicato, affrontato con lucidità e coraggio (di grande impatto le rivelazioni sui retroscena dell’elezione presidenziale di Kennedy), ma anche per una riflessione complessiva sul cinema dello stesso Scorsese, il quale attinge ai vari frammenti della sua produzione per un risultato che si erge a vero e proprio indicatore della sua maturità artistica.
Un film che nella sua durata corposa di circa 210 minuti (il più alto minutaggio nella produzione di Scorsese) ha il merito straordinario di non concedersi mai un momento di prolissità. Ogni elemento narrativo è funzionale alla creazione di un mosaico in cui i valori dell’amicizia, della famiglia e della politica si sgretolano inesorabilmente di fronte a una realtà che non lascia spazio ad alcuna forma di conforto e che offre solo una prospettiva desolante di ciò che è stato.

Scorsese saluta il mondo che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare e lo fa con il dolore di chi non vuole lasciare andare qualcuno che si è molto amato. Lo fa lasciando una porta aperta… per Peggy, per Jimmy, per noi.


The Irishman è l’ulteriore conferma di un autore che continua il suo percorso cinematografico senza dare segni di stanchezza, dimostrando, senza esagerare, di poter essere definito uno dei massimi registi in attività.
Irrinunciabile visione per gli amanti dell’autore, del genere e della settima arte. E dimostrazione di cosa può offrire la creatività quando è libera dai vincoli della produzione.

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