‘Una storia vera’ (Usa/Francia/Gb/1999 ), di D. Lynch

di Girolamo Di Noto

Il film di Lynch prende spunto da una storia vera, accaduta nel ’94: un pensionato di 73 anni, Alvin Straight( interpretato dal vecchio attore americano Richard Farnsworth ) intraprende il lungo viaggio da Laurens nell’ Iowa a Mt. Zion nel Wisconsin per andare a trovare Lyle( Harry Dean Stanton ) il fratello maggiore con cui non parla da più di dieci anni e che è reduce da un infarto. Il viaggio lo fa da solo, in sella al suo tosaerba, unico mezzo di trasporto che sia in grado di guidare. L’affettuosa figlia( Sissy Spacek ) e i vecchi amici cercano in ogni modo di dissuaderlo, ma Alvin, benché sia in non perfetta salute, è inflessibile nella sua decisione.

Completamente diverso dai film precedenti, The Straight Story resta l’opera più inusuale di Lynch. È un racconto di viaggio, è un road-movie intimo, silenzioso, è una stoica riflessione sulla vecchiaia, è- attraverso gli occhi affaticati, stanchi, ma vivi del protagonista, una meditazione sulla memoria, sul passato che è difficile da cancellare, sulla famiglia. Il film di Lynch offre tanti spunti di riflessione quanti sono i personaggi incontrati lungo il tragitto dal nostro protagonista. Personaggi che rappresentano un’occasione per parlare della sua povera infanzia, dei traumi lasciati dalla sua partecipazione alla Seconda guerra mondiale, del rapporto con la figlia e del dissidio con il fratello: un tempo erano molto legati, parlavano dei sogni della vita, guardavano insieme il cielo stellato e poi, per non si sa quale motivo, si sono separati.

Consapevole del tempo che stringe e della vita che sta per finire, Alvin attraversa incantevoli paesaggi e suggestivi tramonti con il desiderio di riconciliarsi con il fratello prima di morire e si avvia, come direbbe Walt Withman, ” per libera strada ” ad affrontare ogni attimo della sua vita e a cercare- per quanto possa essere possibile- di ricomporre il suo passato, di ‘ rivederlo ‘ in una maniera diversa, lasciando da parte ogni rancore e orgoglio. ” Incredibile tutto quello che si riesce a vedere stando seduti “,dice Alvin con stupore percorrendo la lunga strada che lo divide dal fratello. Le sue allusioni non sono soltanto rivolte ai paesaggi attraversati, alle pianure coltivate dello Iowa, alle colline boscose, ma anche ai propri paesaggi interiori, alle sue meditazioni sulla sua vita vissuta, ai ricordi e si può ‘vedere ‘ meglio a patto che si vada piano, lentamente. Il viaggio a cavallo del tosaerba diventa in tal senso anche un elogio della lentezza, necessaria per riflettere sulla vita con saggezza e pacatezza. Il titolo italiano Una storia vera non rende completamente giustizia al film poiché perde il gioco di parole dell’originale: The Straight Story allude sì alla storia di Alvin Straight, ma contiene anche il significato di ” diritto, rettilineo, lineare”. Lineare è il percorso che attraversa Alvin, anche se in questa linea retta c’è sempre l’irruzione della sofferenza e del dramma.

Il film di Lynch è solare, per una volta tanto non sono presenti atmosfere claustrofobiche, eppure ogni tanto il film è scosso da qualche sequenza che richiama disagio e inquietudine. Il tocco lynchiano, ad esempio, si nota nell’ incontro di Alvin con una donna esasperata che ha appena ucciso un daino sulla strada. La donna è sconvolta, è il trentesimo animale che uccide in sette settimane. Stramba è anche la presenza di una coppia di gemelli meccanici che ripara il piccolo trattore, così come stralunata è la presenza di Sissy Spacek nel ruolo di Rose, la figlia mentalmente ritardata di Alvin. Affiorano inquietanti segnali, ma per una volta tanto vengono messi da parte, lasciando, invece , in evidenza l’America più bella e umana, popolata da personaggi dal carattere affabile e premuroso e soprattutto mettendo in risalto questo straordinario vecchio dotato di cuore, coraggio e cappello da cowboy, i cui occhi sono portatori di memoria e attesa. Indimenticabile l’incontro con un altro veterano che ha fatto la guerra in Francia, nella Seconda guerra mondiale: davanti al bancone di un bar non si guardano e parlano.

È impossibile poter cancellare quei giovani volti di amici non sopravvissuti, la ‘colpa’ di essere vivi (“Più io accumulo anni, più loro ne perdono “) e tra un ricordo e l’altro raffiche di bombardamenti si sostituiscono in un flashback sonoro alla canzone diffusa nel bar. Alvin lungo il percorso medita sulla vecchiaia: ” Cos’è la peggiore cosa nella vecchiaia”? gli chiedono un gruppo di ciclisti. ” Ricordarsi del periodo in cui si era giovani” risponde il vecchio aggiungendo che di buono c’è che si impara a distinguere l’essenziale e rifiutare il secondario. Per Alvin l’essenziale è la famiglia e questo principio viene pian piano compreso nel suo lento incedere verso la casa del fratello attraverso altri due incontri che arricchiscono il suo cammino: quello con una ragazza incinta che sta fuggendo dai genitori perché teme la loro reazione e quello con un prete a cui confida la lezione che ha tratto dalla sua disputa con Lyle. Alla ragazza le dice che da soli ci si può perdere, all’interno della famiglia non è possibile e lo fa ricordandole che ” gli stecchi di legno legati assieme non si spezzano, da soli sì ; al prete rivela con amarezza che ” la collera, la vanità: mescolate tutto ciò con l’alcol e avrete due fratelli che non si parlano più “.

“È la storia di un perdono”, così disse lo stesso Lynch durante la conferenza stampa che seguì la proiezione del film al Festival di Cannes e l’incontro finale con Lyle è toccante e struggente come la musica di Angelo Badalamenti che accompagna l’intero film. Il silenzio è rotto da poche parole, traspare in entrambi l’emozione. Alzano gli occhi verso il cielo stellato, come facevano da piccoli. La riconciliazione è avvenuta e il viaggio non può che ristabilire l’ordine naturale delle cose ed essere per questo indimenticabile.

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