Il posto delle fragole (Ingmar Bergman, 1957)

Di A.C.


Un anziano professore si mette in viaggio, accompagnato dalla nuora, per ricevere una prestigiosa onorificenza all’università di Lund.
Il tragitto in macchina sarà parallelo ad un viaggio interiore nel quale egli ripercorrerà le tappe della sua vita rimettendone in discussione le scelte. Scelte che riguarderanno principalmente la sua sfera personale e i rapporti con i suoi cari.


Tra le opere più conosciute del maestro svedese, Il posto delle fragole ha consacrato su scala internazionale il cinema di Bergman. Quel cinema fatto di profonda meditazione sulla vita, la morte e la fede. Il posto delle fragole è certamente uno dei tanti portavoce di queste tematiche care al regista.
Sviluppato su un registro alternato tra passato e presente, tra sogno e realtà (particolarmente affascinanti le sequenze oniriche), in cui acquisisce centralità assoluta proprio quel “posto delle fragole”, elemento simbolico e stazione di ricordi di una gioventù lontana e di momenti di spensierata felicità, in cui ognuno, con diversa frequenza, cerca ogni tanto riparo.


L’opera di Bergman è un’intima riflessione sulla vita e sul tempo, sull’importanza degli affetti, sul peso delle scelte che prendiamo e su come le conseguenze di tali scelte si palesino maggiormente col passare degli anni. Traspare, come in ogni suo film, non poco di autobiografico e di personale se si considera l’infanzia difficile e avara di affetti più volte menzionata dal regista svedese
Il professor Borg – a cui presta il volto Victor Sjostrom regista e “mentore” di Bergman – è un uomo austero che ha condotto una vita ligia ai propri doveri ma egoisticamente disinteressata dell’affetto di chi lo circondava, incluso suo figlio comprensibilmente avviato sul medesimo sentiero affettivo. Solo l’avvicinarsi della fine accende in lui l’istinto di riconsiderare il proprio percorso e di guardare con rimpianto a tutte quelle occasioni perse nel corso della vita, facendo così cadere la sua maschera di indifferenza.

Ancora oggi una creazione di ineguagliabile fascino, per via della sua suggestiva ma calibrata componente surreale ed una narrazione mai appesantita e talmente fluida, nella sua alternanza di finestre temporali e dimensionali, da sembrare perfettamente lineare.
Un’opera epocale, modello di riferimento per generazioni di cineasti tra cui il “bergmaniano” devoto Woody Allen.

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