‘Monika e il desiderio’ (1953), di I. Bergman

di Bruno Ciccaglione

Come spesso avviene per i film d’autore, lo scorrere del tempo influenza in modo imprevisto il nostro modo di valutarli. Quando poi siamo di fronte a un’opera come Monica e il desiderio (1953), dell’ancora giovane Ingmar Bergman, ci confrontiamo proprio con un film che ha avuto sorti molto diverse nelle varie epoche che ci separano dalla sua uscita: accolto con una certa indifferenza dalla critica, ebbe un certo successo di pubblico, successo che fu attribuito – non senza argomenti – allo strabordante fascino erotico della protagonista, soprattutto grazie ad alcune sequenze per l’epoca dirompenti. Più tardi, dopo che Bergman aveva appena realizzato Il settimo sigillo e Il posto delle fragole, ma non era ancora il mostro sacro che sarebbe diventato più avanti, Jean Luc Godard acclamerà Monica e il desiderio come un capolavoro, parlandone su Arts nel 1958, e cogliendo, ancora non pienamente sviluppati ma già chiari, alcuni dei tratti essenziali del Cinema del regista svedese (“Bergman è come Proust moltiplicato per Joyce e Rousseau”). Rivederlo oggi è una esperienza diversa sia da quella del pubblico che lo amò nelle sale alla sua uscita, sia da quella della critica, che sulla scia della lettura che ne fece Godard lo aveva riscoperto e rivalutato.

Il film si svolge seguendo una trama piuttosto semplice ed è realizzato con grande libertà formale. Bergman dirà infatti che si è trattato di uno dei film più facili da girare di tutta la sua carriera. È la storia di due giovani, Monika (Harriet Andersson) e Harry (Lars Ekborg)

che rapiti da un amore travolgente fuggono dalla città e dalle vite ordinarie e già predestinate che la società ha loro riservato (di monotono lavoro proletario e problemi familiari per entrambi, di continue molestie sessuali e violenze sia sul lavoro che in famiglia per lei). I giovani – seguendo l’impulso ribelle di Monika – si rifugiano su un’isola, dove vivranno un’estate d’amore in una natura quasi incontaminata come le loro giovani vite. L’estate finirà, così come l’illusione che quella fuga possa diventare la loro vera vita.  Nascerà una bambina, si sposeranno, l’amore finirà, ogni velleità di appropriarsi e determinare il corso della propria vita resterà frustrata.

Monica sembra perdersi in una triste e ossessiva ricerca di una felicità che però non trova negli uomini che desidera.

Godard parlerà della “inquadratura più triste di tutta la storia del cinema” a proposito di una inquadratura – divenuta per questo famosissima: dopo aver visto Monica in un locale flirtare con un uomo che le accende la sigaretta con la sua accesa, lo zoom stringe sul primissimo piano di lei, che guarda direttamente in macchina. Il suo sguardo ha l’ambiguità di una Monna Lisa che però quasi sfida lo spettatore, Bergman indugia caricando questo sguardo di significato attraverso il progressivo oscuramento della luce attorno a Monica, fino ad avere il buio come sfondo, e aggiungendo delle dissonanze crescenti allo stucchevole jazz da night club della colonna sonora. Un primissimo piano di quasi 20 secondi, che proprio perché inconcepibile per i nostri occhi ’moderni’, abituati a ritmi frenetici, ci appare ancora più dirompente oggi. Godard dirà che “solo Bergman è capace di filmare gli uomini come li amano ma li detestano le donne, e le donne come le detestano ma le amano gli uomini”.

Nel finale Harry, che pazientemente percorre la lenta strada di un ascensore sociale appena agli inizi della socialdemocrazia svedese dell’epoca – ed inevitabilmente trascura Monika- dovrà crescere da solo la figlia in un mondo che sembra immutabile: nell’ultima inquadratura del film si rivedono i tre vecchi che avevamo visto all’inizio del film e la scena sembra suggerire quanto essi sapessero già fin dall’inizio: che dopo l’estate viene di nuovo l’inverno. Eppure, ancora, la scena vista oggi appare carica anche di altre suggestioni. Ed in effetti come interpretare il ricordo/flashback che Harry rivede tenendo in braccio la piccola figlia guardandosi nello specchio? Per molto tempo la critica ha voluto vedere, in questo rivedere le immagini più erotiche ed estatiche dell’amore con Monika, l’immagine della illusoria felicità da cui Harry, sotto la pressione della dura realtà, si libera e inizia la sua vera vita. Eppure quelle immagini, proprio le più sensuali ed esplicite, non hanno perso un briciolo della loro bellezza. Il frutto di quella bellezza, di quell’amore, della vitalità indomabile di Monica con la sua sfida contro i mulini a vento, è fra le braccia di Harry.

Forse la difficoltà di immaginare il futuro con fiducia, tipica dei nostri tempi in cui credere al progressismo della storia sembra privo di senso, ci fa guardare con ancora maggiore nostalgia a questo film ed a quel mondo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: