Splendor, di Ettore Scola (1989)

di Laura Pozzi

Un laconico brindisi a tre, e giù il sipario sul cinema Splendor. I titoli di testa, accompagnati dalle sognanti note del maestro Trovajoli scorrono veloci e danzanti su quel glorioso vecchio schermo, incorniciato da sontuose tende in velluto rosso, un tempo specchio riflesso di emozioni sopite, malizioso cupido di incontri occasionali, detentore di imprese titaniche. Ettore Scola apre (forse) per l’ultima volta le porte di quella sala squisitamente démodé, invita noi spettatori a prendere posto su (oggi) impensabili e obsolete poltrone in legno e a farci condurre per mano da una storia magicamente fiabesca. Buio in sala, inizia lo spettacolo che ironia della sorte coincide con la fine.

Lo Splendor, vecchio cinema di provincia, sorto in cima ad una piccola, ma esaltante scalinata deve piegarsi e chinare la testa di fronte al minaccioso intercedere di un futuro invadente travestito da  progresso, consumismo, tecnologia. Siamo sul finire degli anni Ottanta, ma l’aria asfittica e opprimente dei centri commerciali, luoghi privi d’identità entrati prepotentemente nel nostro quotidiano inizia a farsi sentire, sottolineando come di lì a poco ad avere la meglio sarà una socializzazione spenta e di facciata.

Jordan, pigro e sornione gestore della sala (Marcello Mastroianni), assiste immobile e impotente alla dismissione del suo sogno, divenuto beffardamente oscuro come la Notte italiana di Carlo Mazzacurati, ultimo profetico titolo in programmazione. Un sogno lungo moltissimi giorni, anni, che fin da bambino lo ha accompagnato insieme al padre per le vie del paese a bordo del cinematografo viaggiante. Una piazza inibita e indifesa, per un popolo sotto dittatura, reso di colpo libero e disteso (sembra un paradosso) dalle geniali intuizioni di Fritz Lang e dalle immagini capolavoro di Metropolis proiettate su uno pseudoschermo svolazzante capace di oscurare e temporaneamente zittire i deliranti slogan fascisti: “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende – Mussolini”. Poi finalmente la liberazione e la nascita di una sala scintillante, splendente, simbolo di un imminente e insperato risveglio. Primo, secondo, terzo tempo, attualità. Platea, galleria, posti in piedi, chiacchiere, risate, fumo di sigaretta.

La sala cinematografica colta nel momento del suo massimo bagliore, della sua pulsante vitalità, dell’anarchia caciarona e tipicamente italiana di affollare l’ingresso, di assicurarsi i posti migliori, di non rispettare le file e di dar sfogo a quella vitalità troppo a lungo repressa dalle catene del regime. Jordan, con la complicità della prorompente Chantal (Marina Vlady) esuberante soubrette francese scoperta e amata durante uno spettacolo di cabaret, assiste e diventa ogni giorno artefice di quell’incanto misterioso, racchiuso nei fotogrammi montati, raccordati e proiettati da Luigi (Massimo Troisi), ex spettatore ora stravagante proiezionista cinefilo in costante, ma benevola competizione con il suo capo. In una delle scene più esilaranti e significative del film, sarà proprio lui a spronare i suoi compaesani svogliatamente persi in futili chiacchiere da bar, da quell’apatia e indolenza provocate dalla comoda e inopportuna sfacciataggine di una televisione sempre più figlia di un appiattimento culturale pericolosamente fuori controllo.

Lo Splendor deve fare i conti (non solo economicamente) con il nuovo oppio dei popoli, ma soprattutto con quel finto e scellerato benessere proteso soltanto al guadagno più spinto. La sala comincia a perdere spettatori, ad accumulare debiti, a dissolvere il suo carisma iniziale. E sì, perché non c’è niente di più triste di una sala vuota o peggio ancora chiusa. Ma Scola, uomo di cinema come pochi, sa che fra le molteplici varianti di una storia destinata a finir male, può sempre venire in aiuto la fiaba o un classico intramontabile come La vita è meravigliosa di Frank Capra.

In uno dei finali più toccanti e commoventi del cinema italiano, il maestro di Trevico restituisce lo Splendor al suo legittimo proprietario: il pubblico. Sarà proprio quel pubblico, cresciuto al suo interno, ad impedire il cambio di destinazione e lasciarlo in custodia alle generazioni future.  Pur essendo uno dei suoi film meno noti e acclamati, Splendor resta uno struggente e necessario inno alla settima arte, un augurio di lunga vita che oggi appare più attuale che mai. Senza contare l’inizio di un’eccezionale collaborazione tra due mostri sacri del nostro cinema, che troveranno maggior fortuna e riscontro l’anno successivo in Che ora è?

Scola si fa portavoce di un periodo antecedente alla nascita dei multiplex e all’inarrestabile genocidio delle sale. Il nemico da combattere si annidava allora nelle TV, nella concorrenza più o meno leale delle sale parrocchiali o più semplicemente nella pigrizia. Una pigrizia che oggi, vista la drammatica situazione post Covid, rischia di compromettere definitivamente la sopravvivenza dell’unica e possibile dimora del cinema a favore di visioni alternative più comode, ma di dubbia efficacia.

E allora per ritrovare le giuste motivazioni necessarie alla ripartenza, varchiamo nuovamente e con maggior fiducia l’ingresso dello Splendor, accomodiamoci vicino a uno spettatore d’eccezione come Paolo Panelli, lasciamoci ancora una volta stupire dalla rassegna neorealista, perché come spiega Jordan a Chantal: “Nel cinema la gente non la devi far sognare imbrogliandola, devi dire la verità”, da capolavori quali Effetto notte, La grande guerra, La cena delle beffe, Miracolo a Milano, L’albero degli zoccoli, Playtime, Il posto delle fragole o da sconosciutissimi film sovietici proposti da Luigi.

Concediamoci per un paio d’ore il lusso di poter vivere un’altra vita profondamente diversa da quella quotidiana, lasciamoci conquistare dalle immagini, inebriare dai suoni, accarezzare dai colori. E per finire spingiamoci oltre, immaginando di salutare a fine proiezione gli indimenticabili Massimo e Marcello che ci daranno appuntamento al film successivo. Sì, perché questo è il cinema che vogliamo e questa la magia di una pellicola, come Splendor una delle tante sale cinematografiche dove la vita non finirà mai di essere meravigliosa.


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