‘Dunkirk’ (2017), di C. Nolan

  di Corinne Vosa

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Prima la sospensione. Il silenzio di un tempo dilatato. Un disorientato vagare. Poi il Caos. Il ticchettio dell’orologio inizia a battere. La frenesia di una disperata lotta per la sopravvivenza infiamma lo schermo. Il tempo scorre inesorabilmente e la morte si avvicina sempre più minacciosamente, senza tregua. 

Lo spettatore si ritrova da subito immerso nel silenzio infernale di Dunkerque, interrotto solo dal rumore assordante delle bombe. Il soggetto dell’ultimo film di Nolan è infatti la celebre evacuazione di Dunkerque, la cosiddetta operazione Dynamo. Nel 1940, in seguito all’invasione tedesca della Francia, i soldati inglesi e francesi si ritrovano circondati dai tedeschi e si ritirano sulla spiaggia di Dunkerque nella speranza di un’ evacuazione. Churchill si appella al popolo britannico, sollecitando ogni civile possessore di un’ imbarcazione a prestare soccorso ai soldati bloccati a Dunkerque.

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Fin da Memento la filmografia di Nolan è stata caratterizzata da un interessante lavoro sul tempo, portando avanti narrazioni non lineari e sperimentando linguaggi capaci di trasmettere la complessità della realtà. In Dunkirk tre disgiunte linee narrative, accomunate tematicamente, vengono a incontrarsi e a coincidere in un finale travolgente. Sono contraddistinte da temporalità e sfondi differenti: la prima, in cui seguiamo il destino tragico dei soldati bloccati a Dunkerque, si svolge prevalentemente sulla terraferma e copre un arco narrativo di una settimana; il viaggio eroico di alcuni civili britannici sulla loro piccola imbarcazione ha luogo in mare e dura un giorno; l’operato dei piloti inglesi, in cielo e copre un’ora. 

Questa vicenda storica è contraddistinta da un sorprendente paradosso: è una sconfitta tramutatasi in vittoria. Grazie all’intelligenza politica-strategica di Churchill una delle più grandi disfatte dell’esercito inglese si è trasformata in un glorioso trionfo patriottico. Questo può certamente spiegare l’interesse di Nolan, il regista dell’assurdo, per questo episodio storico.

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Dunkirk gioca su una sapiente oscillazione tra opposti. Eroismo- lotta per la sopravvivenza, idealismo-disperazione, sospensione-frenesia, spazi aperti-spazi claustrofobici. Nolan ricerca una sottile ed equilibrata armonia fra la più cupa devastazione e il luminoso faro della speranza patriottica e della compassione umana. Due sono gli sguardi prospettici: quello dei soldati e quello dei civili britannici mobilitatisi per soccorrerli. Drammatica e sconvolgente la realtà dei primi, abbandonati nel caos della distruzione. La spiaggia di Dunkerque ha le sembianze di un luogo spettrale abitato da spiriti che disperatamente lottano per sfuggire alla dannazione eterna, un inferno dantesco in terra. Il loro sguardo è dominato da sentimenti di inquietudine come terrore, cinismo, vergogna e paura.

Centrale è il tema della sopravvivenza. Non sono tanto analizzati i gesti eroici dei soldati quanto piuttosto la loro feroce e devastante lotta per la sopravvivenza, che spesso li costringe a compiere azioni vergognose  e a scagliarsi l’uno contro l’altro. L’uomo è figlio della Natura, e come ogni creatura vivente risponde a quel principio della volontà di vivere teorizzato da Schopenhauer. La prima fragilità dell’essere umano è proprio questo ancestrale egoismo e primordiale istinto di sopravvivenza, debolezza che al contempo è la sua più grande forza, e lo porta ad andare avanti ad ogni costo nelle più impensabili e agghiaccianti situazioni. Nel film sono i soldati stessi a denunciare in modo crudo e quasi didascalico la propria fame di sopravvivenza e gli orrori a cui la guerra li costringe.

Ma al contempo l’essere  umano è capace anche di mettere a rischio la propria vita per un ideale in cui crede, negando questo stesso istinto di sopravvivenza. Così si avvera il miracolo di centinaia di cittadini mobilitatisi per prestare soccorso.

CILLIAN MURPHY, TOM GLYNN-CARNEY

Si genera pertanto un’ambiguità data da questo polarismo di sguardi opposti, che però in un certo qual modo si compenetrano e dialogano tra loro, facce della stessa medaglia, la guerra, sia quella esterna che interna all’animo umano. Di questo incrocio di sguardi è esemplificativo l’incontro tra tre civili inglesi e il reduce di guerra trovato in mare (Cillian Murphy). Prima emerge l’incomprensione e l’incomunicabilità dei loro mondi interiori e del loro sguardo sulla realtà, poi la violenza dello scontro di questi opposti, ma anche infine la più inaspettata forma di compassione e amore verso colui che è precipitato nell’abisso della disperazione. Si tratta forse del momento più commovente del film, quando, benché di fronte al dolore e alla rabbia, la pietas umana scioglie ogni rancore. In questo sguardo dolcissimo di     compassione questi mondi opposti si conciliano, e l’uno comprendendo il dolore dell’altro gli dona la possibilità di vivere nel suo stesso orizzonte di speranza. 

Questi sguardi divergenti sono modi diversi di vivere lo stesso evento, visioni compresenti in un’unica realtà. Non si escludono a vicenda ma completano lo stesso puzzle, quello dell’esistenza, in cui nulla è solo ciò che sembra e dimensioni opposte coesistono in un unico paradosso eterno. Dunkirk è un film che vive di queste incertezze prospettiche.

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Inoltre è importante dire che è assente un vero e proprio protagonista, mentre si può parlare di una coralità di personaggi che in egual modo rappresentano tutte le molteplici sfaccettature della condizione della guerra,e più in generale dell’animo umano. Figure particolarmente interessanti sono i personaggi interpretati da Kenneth Branagh e Tom Hardy. Sembrano quasi trovarsi al confine tra il mondo claustrofobico dei soldati e il bagliore della speranza dei civili britannici. Come i soldati vivono l’esperienza tragica della guerra ma da una posizione più “alta”. Il comandante Bolton prova un forte sentimento di responsabilità verso i suoi soldati, ma pur essendo in contatto con i vertici del potere e riflettendo costantemente sugli imminenti sviluppi della guerra, come tutti sulla spiaggia di Dunkerque vive nell’incertezza e nell’oscurità. Tom Hardy è il pilota di uno Spitfire ed insieme a un suo collega sorvola i cieli per abbattere gli aerei nemici che bombardano i soldati alleati. Dunque già solo a livello fisico si trova in una zona diversa, da cui sembra avere una  prospettiva differente rispetto agli altri soldati.

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Il film fin dalla prima sequenza porta inconfondibilmente la firma di Nolan: il senso di sospensione, i lunghi campi, l’atmosfera onirica e misteriosa, la fotografia sublime. La colonna sonora di Hans Zimmer è intensa, impeccabile, inquietante, in simbiosi con le immagini e con il senso profondo del film. Suggerisce un forte stato di angoscia e ansia, servendosi al meglio del geniale elemento del ticchettio dell’orologio.

Dunkirk è uno dei migliori film di guerra realizzati, confrontabile per tanti aspetti con un capolavoro come La sottile linea rossa di Malick. Senza ricorrere a facili sentimentalismi mostra tutti gli aspetti contraddittori sia della guerra che della condizione umana.

 

 

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