Ritratto della giovane in fiamme (Francia, 2019) di Céline Sciamma

di Laura Pozzi

In sala dal 19 dicembre

Vincitore del premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes, agli European Film Awards e palpabile trionfatore ai golden globe come miglior film straniero Ritratto della giovane in fiamme da oggi nelle sale, è di fatto una delle pellicole più attese dell’anno. Un film (almeno sulla carta) velato di sottile magnetismo, per una storia d’amore sinuosa e insinuante capace di collocarsi con disinvoltura fra le pieghe di una dimensione atemporale fortemente sostenuta dall’acume e dalla sensibilità di uno sguardo spiccatamente femminile (e femminista). La scelta consapevole e finemente provocatoria di lasciar fuori dalla storia l’universo maschile certifica da parte dell’autrice un’indiscussa presa di coscienza della difficoltà in qualsiasi epoca dell’essere, ma soprattutto del sentirsi donna.

Siamo sul finire del ‘700, Marianne (Noémi Merlant) giovane e talentuosa pittrice viene ingaggiata da un autorevole contessa (Valeria Golino) per ritrarre l’introversa figlia Héloise (Adéle Haenel) appena uscita dal convento e destinata a maritarsi con un uomo del suo rango. Scopo del ritratto è quello di conquistare il pretendente (in questo caso un anonimo milanese), ma la sfuggente e laconica Héloise con il suo perentorio diniego a posare non rende le cose facili. Una bella sfida per l’efebica Marianne costretta a recitare il ruolo di dama da compagnia e nello stesso tempo indotta a compiacere le stranezze di un umbratile coetanea. Obbligata a ritrarla di nascosto, attraverso una penetrante e significativa corrispondenza di sguardi le due fanciulle una volta “svelato” l’inganno si lasceranno sorprendere e vivere da un amore unico e irripetibile.

Céline Sciamma già apprezzata regista (Tomboy 2011, Diamante nero 2014) e sceneggiatrice (La mia vita da zucchina 2016, Quando hai 17 anni 2016) costruisce una storia d’amore “senza tensioni”, privandola di intralci o impedimenti volti a creare gli inevitabili conflitti insiti in una relazione insolita e scandalosa. Lo strano triangolo tra Marianne, Héloise e la domestica Sophie sembra fondarsi sul celebre motto liberté, égalité, fraternité (e anche la scelta cromatica dei sontuosi abiti delle protagoniste sembra procedere in quella direzione), confermando una tendenza o meglio un’urgenza rivoluzionaria pronta ad esplodere. Ma la precisione geometrica con la quale la Sciamma eleva a verità il suo teorema amoroso risulta troppo rigido e calcolato per incendiare lo schermo e le fiamme del titolo finiscono per affievolirsi sulla superficie di un’interessante e nobile intenzione. La regista redige il compito con il piglio da prima della classe, pennellando impulsi ed emozioni all’interno di inquadrature stilisticamente impeccabili supportate da una regia in alcuni momenti (vedi la scena del falò) davvero notevole. Tuttavia la narrazione risente di un eccessivo formalismo tecnico che finisce per indebolire e reprimere una storia dalle suggestive potenzialità rese ancor più eloquenti dai continui riferimenti letterari, pittorici e musicali. Non ce ne voglia, ma la fremente sensualità di Lezioni di piano, film al quale la Sciamma dice di non ispirarsi (ma più precisamente di “prendere per mano”), appare lontana anni luce.

 E non aiuta di certo lo scarso ascendente delle due protagoniste, reso incolore da una sbiadita passione più affine a un fuoco fatuo che a un qualcosa di travolgente.

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