‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’ (1970), di Elio Petri

di Roberta Lamonica

“Totalitarismo e democrazia sono due parole senza qualità. La differenza tra queste due forme del potere sta nel fatto che la prima ti chiude in una gabbia con fitte sbarre come i felini allo zoo mentre la seconda ti confina in un recinto arioso dove puoi passeggiare come i cammelli e le giraffe.“

(Luigi Pintor, ‘Il nespolo’)

‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’ è un film di Elio Petri, il primo della cosiddetta ‘trilogia della nevrosi’ (insieme a ‘La classe operaia va in paradiso’ e ‘La proprietà non è più un furto’). Capolavoro assoluto del nostro cinema, il film è stato premiato con il Grand Prix speciale della Giuria al 23esimo festival di Cannes e il premio Oscar come miglior film straniero. Magistrale l’interpretazione iper espressiva di Gian Maria Volontè e indimenticabili la colonna sonora di Ennio Morricone e la fotografia di Luigi Kuiveller.

‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’ racconta il tentativo da parte di un dirigente di Polizia che ha ucciso la sua amante (un’iconica Florinda Bolkan), di farla franca grazie al ruolo di potere che ricopre. Eppure quello stesso potere che lo protegge e lo rende insospettabile si rivela una gabbia dalle ‘fitte sbarre’ dalla quale non riuscire a fuggire.

E le sbarre fin dalla primissima scena del film alludono alla doppia condizione del Dottore ( a cui non è dato avere un nome, in quanto è incarnazione di un concetto astratto) che è ingabbiato nel proprio ruolo di potere e al tempo stesso ‘libero’ da eventuali sbarre proprio in virtù di quel potere.

Tramite un sapiente uso del flashback, lo spettatore apprende le circostanze dell’omicidio di Augusta Terzi, annoiata signora borghese, con la quale il Dottore aveva una torbida relazione dai tratti sadomasochistici. La sua prima inquadratura è dietro una tenda bianca trasparente. La donna sembra già un fantasma, chiara anticipazione alla sua imminente morte. Il Dottore sale in casa da lei, consuma un rapporto sessuale nascosto tra lenzuola di seta nera e nel momento dell’orgasmo uccide Augusta, sgozzandola con una lametta. Un orgasmo che è morte, che non vivifica o genera ma interrompe piuttosto e annienta ogni istanza di vita. Dopo l’omicidio il dottore dissemina delle sue impronte tutta la casa, che trasuda bellezza decadente e class consciousness.

La Terzi fa parte di un élite socio-culturale a cui, malgrado la posizione di potere, il dottore aspira ma non può ottenere. La casa del poliziotto, di contro, è design e modernità, emblema di un gruppo egemonico che sta ancora cercando le proprie coordinate. Come firma narcisista dell’omicidio il Dottore lascia un filo della sua cravatta sotto le unghie della vittima come a ribadire la propria virilità in un gesto evocativo di una libertà (la cravatta a simboleggiare il membro maschile) che la natura nega all’uomo e in particolare al ‘dottore’, svilito e sbeffeggiato -come apprendiamo nel corso del film- proprio dalla Terzi.

L’arroganza e la prepotenza del Dottore emergono nella telefonata ai suoi colleghi per denunciare l’omicidio che egli stesso ha appena commesso. Il suo primo incontro con il personaggio chiave del film, il sovversivo Paci, ha il sapore di un incontro dostoevskijano tra bene e male. Paci lo fa passare, gli dà la precedenza ma non appare in alcun modo un gesto dettato dalla sottomissione all’autorità quanto piuttosto da una forte autodeterminazione e sprezzo del potere.

Il Dottore nel suo ambiente espone in modo sgraziato la sua sicumera, arroganza e senso di superiorità.

Eppure il sottoposto che per primo gli comunica dell’omicidio appena occorso lo guarda dall’alto, incombe su di lui come un avvoltoio, anche questo a presagire gli eventi futuri.

La scena grottesca in cui il Dottore chiama a gran voce, quasi sbeffeggiandolo, il collega Panunzio, pone l’accento sulla provenienza geografica dei rappresentanti dello Stato, in qualche modo inferendone una inferiorità culturale.

I metodi usati dai tutori della legge sono violenti e non ortodossi. Il caso vuole che un indiziato di omicidio passionale sia sotto interrogatorio proprio mentre il Dottore festeggia la sua promozione e spavaldamente dice :”Qui sono tutti innocenti. Qui dentro l’unico colpevole… sono io!”

Appare evidente come il protagonista sia un narcisista patologico.

La vittima, invece, è solo incuriosita. Il dottore per lei è un divertimento come un altro. La sua libertà lo fa impazzire e rivela il suo infantilismo. È come se all’interno del film ci fosse una struttura triangolare in cui il potere ( rappresentato dal dottore) volesse controllare la libertà (rappresentata da Augusta Terzi) che è però attratta dalla sovversione (Paci) in un rapporto sbilanciato tra la mollezza e l’incostanza della Terzi e la distrazione idealistica di Paci, mentre il Dottore cerca di attirare le attenzioni di entrambi. A qualunque prezzo.

Gli incubi e i flashback sul suo rapporto con la vittima svelano via via un marcato disprezzo per tutto ciò che lui rappresenta: “E che frequento i poliziotti, io?” “Cerca di dimagrire” “ Sei così bravo! Ti fai fotografare”. “Guardi, Non si illuda. Lei fisicamente con mi interessa. Fa troppo italiano medio, ha troppi capelli. Si capisce che suda molto. Sono sicura che manda un odore di lucido da scarpe. È vero? Come tutti i poliziotti”.

Nella sua dimensione privata il Dottore subisce il disprezzo di Augusta mentre nella dimensione pubblica gestisce e sentenzia: “L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali”. Notare che si parla di uso e non di abuso.

La tragedia del Dottore è non poter egli stesso usare quella libertà che la Terzi e Pace hanno esercitato con sfrontatezza nella loro vita…”Ci impedisce di esercitare le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo”.

Il riferimento a Kafka qui è evidente e in particolare al racconto “Davanti alla Legge”, in cui il guardiano che per tutta la vita impedisce all’uomo di entrare. Quando alla fine gli dice “questa porta era aperta solo per te” egli si rivela come simbolo di un potere incomprensibile che l’uomo non può arrivare a concepire perché troppo al di là, troppo lontano.

La conduzione degli interrogatori fa leva sull’orientamento sessuale e le ideologie politiche e il flashback sul gioco sadomaso con la frase di Augusta che sibila: “Ho capito. Il silenzio fa sempre paura”. “Pensa che io posso sapere tutto di te perché lo Stato mi offre tutti i mezzi per mettere a nudo un individuo e farlo tornare bambino. Tutti ritornano un po’ bambini, segnatamente al cospetto dell’autorità costituita, insomma di fronte a me che rappresento il potere, la Legge…. La mia faccia diventa quella di Dio, della coscienza. Queste sono le base sulle quali si poggia l’autorità costituita”. “Sei come un bambino più di tutti gli uomini che ho conosciuto”. “Questo non lo dovevi dire, che sono un bambino”.

È evidente qui il legame con gli studi di Wilhelm Reich e alla sua riflessione sui meccanismi psicologici che, a partire dal bisogno interiore di una figura paterna, ci rendono alleati di un potere autoritario e repressivo.

A metà del film il Dottore fa la confessione. E dice di aver disseminato la casa di indizi fatto per provare la propria insospettabilità che però non è provata se si è fatto condannare un innocente.

Come il Raskol’nikov di Dostojevski, egli pensa che i grandi uomini possano permettersi di sfidare la moralità e la legge. Ma la redenzione della colpa risiede nell’accettazione del castigo e, come Raskol’nikov, il Dottore è il superuomo in potenza, colui che sfida se stesso, commettendo un delitto gratuito per provare a se stesso il proprio valore di uomo eccezionale.

Eppure il delitto porta inevitabilmente a una scissione dell’io e a un allontanamento dalla realtà del male.

contrappuntato dallo splendido tema del film – ossessivo, grottesco, ipnotizzante- a opera del maestro Morricone (tema paradigmatico a cui il maestro farà riferimento sempre per la costruzione di tutti i suoi grandi successi), il film è un continuo andare avanti e indietro nel tempo a ricercare le motivazioni dell’omicidio: “togli la canottiera tanto tua madre non verrà a saperlo. Cambia camiciaio, porti i calzini corti come i preti, anzi da poliziotto. Hai addosso un tanfo di caserma”. Petri gioca con le reazioni dello spettatore suscitando per il suo protagonista disprezzo e compassione al contempo.

La Terzi si rivela sempre più crudele man mano che si svelano particolari della relazione con il Dottore. Si prende gioco del suo ruolo e della sua posizione di potere. Lo sfida continuamente non ritenendolo in grado di ‘agire’ davvero. “Tu per essere preso un omicidio lo devi firmare nome e cognome”. Il flashback procede poi con le circostanze che hanno portato al folle gesto. Il tradimento in cabina con il Paci.

Lui diventa lamentoso, quasi la supplica di fargli mantenere la dignità imposta dal suo ruolo. Ma lei lo umilia insultandolo, percuotendolo, dicendogli che fa l’amore come un bambino e che è sessualmente incompetente. A questo punto al Dottore non rimane che vendicarsi di colui che egli ritiene responsabile di tutto, il Paci. Organizza una retata con l’aiuto del suo superiore, massima incarnazione del Potere nel film ( le mani sui fianchi atteggiate come Mussolini e l’arrivo delle camionette con i sovversivi a bordo, molto evocativi).

Petri non rinuncia a lanciare una frecciatina alla sinistra che egli ritiene colpevole della deriva autoritaria delle Istituzioni: “Vede dottore nemmeno la galera li unisce: in due ore si sono già spaccati in quattro gruppetti… per fortuna sono divisi, altrimenti per noi sarebbe dura”.Il confronto con Paci è memorabile:”un criminale a dirigere la repressione: è perfetto!“

Lui inchioda l’ormai smarrito Dottore al suo ruolo. “Tu mi devi denunciare. Io ho sbagliato e voglio pagare”.

Ma pagare significa anche acquisire consapevolezza e rendersi conto che il potere di cui ci si è investiti è squallido, marcio, unto, odia le diversità, gigioneggia con le puttane e si sporca con protettori disgustosi.

Non gli resta che soccombere e abbandonarsi ai suoi deliri.

Sui muri anonimi della sua casa il Dottore ripercorre il brillante percorso di studi e le prove del suo essere stato uomo del potere ma la telecamera impietosa si sofferma sul calzino ‘da prete, anzi da poliziotto’ che gli ricorda che non potrà mai aspirare ad altro che essere servo del potere.

Nel delirio di quello che è stato spesso definito ‘il pre finale’, i suoi colleghi lo scagionano e smontano parola per parola le prove che lui produce. Il suo superiore lo incolpa di avere una scissione, una dissociazione, una nevrosi e lui risponde che è una ‘malattia causata dall’esercizio permanente e prolungato del potere’. Alla fine cede al loro incalzare, “Faccio quello che voi volete…Confesso la mia innocenza!”.

Non c’è redenzione senza l’espiazione della colpa, non c’è espiazione senza la sottomissione ad un Potere. Ma il protagonista è egli stesso il Potere, perciò la sua tragedia è non potere espiare la propria colpa, se non nella sequenza onirica finale.

Il finale ‘vero’ vede il Dottore alzarsi dal letto, il calzino unico segno della sua integra essenza. Si sposta nel grosso living dove i ‘colleghi’ lo aspettano. Le tapparelle lentamente si abbassano su tapparelle chiuse sembrano rappresentare una discesa agli inferi per un potere le cui decisioni finali non possono essere mostrate perché “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è servo della Legge e come tale sfugge al giudizio umano”.

4 risposte a "‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’ (1970), di Elio Petri"

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  1. Grazie a te Roberta. indagine lo vidi per la prima volta 20 anni fa, e da allora resta uno dei film piu’ belli che abbia mai visto, sicuramente uno dei primi 5 nella storia del cinema italiano. Scrivero’ qualcosa nel mio blog, ma piu’ sulla sua capacita’ di leggere la realta’ e dare delle coordinate di lettura della nostra societa’. Sulla coerenza del regista tocchi un altro punto importante. Il suo ultimo film, e’ un testamento. Asciutto ed agghiacciante, ma estremamente interessante (nonostante sia il suo “non migliore”). Peccato sia morto troppo giovane.

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