Il giovedì (1964) di Dino Risi

di Laura Pozzi

Son passati 28 anni da quel triste e infausto 20 dicembre, giorno in cui Walter Chiari fu rinvenuto morto all’interno di un residence milanese stroncato da un infarto. Una scomparsa inaspettata e mai degnamente celebrata per uno degli attori più versatili ed esplosivi della scena italiana. Artefice ed iniziatore di quella televisione “buona” di cui si sono inesorabilmente perse le tracce, l’attore veronese  non ha mai goduto della giusta considerazione, necessaria nel valorizzare (cinematograficamente parlando) un talento straordinario in costante attesa della grande occasione. La sua filmografia ha attraversato quasi mezzo secolo della nostra cinematografia, ma l’unico regista ad aver creduto e scommesso sulle sue enormi, ma spesso “snobbate” potenzialità artistiche è stato Dino Risi, che nel 1964 gli affida il ruolo dello spiantato Dino Versini ne Il giovedì. Un film dall’apparenza ridanciana, dall’andatura spensierata che non tarda a tradire le apparenze e a mostrarsi per quello che realmente è: una commedia amara, attraversata da una sottile e pungente ironia e permeata da un alone di struggente malinconia resa impalpabile da un attore in stato di grazia.

Dino Versini è un quarantenne fermo alla soglia dei venti con un matrimonio fallito alle spalle e con un figlioletto che conosce a malapena. Viziato e mantenuto dall’indulgente Elsa (Michéle Mercier) l’inaffidabile Dino preferisce vivere di espedienti lanciandosi in fantasiose e improduttive occupazioni pur di rifuggire qualsiasi responsabilità volta a logorare un’esistenza vissuta sul filo dell’improvvisazione e consacrata all’incertezza. Le sue giornate si susseguono tra incuria e spavalderia eccezion fatta per il giovedì, giorno in cui per decisione del giudice deve indossare gli scomodi panni del padre e passare del tempo con Robertino. L’imbarazzo iniziale e la difficoltà nell’ instaurare un legame affettivo rimandato troppe volte comincerà ad allentarsi con il passare delle ore per uniformarsi e compattarsi fra le striature di un vuoto interiore reso sopportabile dall’idea di un sogno condiviso e di una possibile convivenza futura resa tangibile dal toccante abbraccio finale in cui padre e figlio si riconoscono e si accettano reciprocamente. Un apprendistato verso l’età adulta discreto, misurato, mai conflittuale, basato su un capovolgimento di ruoli  dettato da emozioni trattenute e sentimenti inespressi. L’immaturo Dino cerca di contraffare le sue carenze, la sua manchevolezza genitoriale attraverso una ragnatela di bugie che lo scaltro e sensibile Robertino reciderà con lucida e amichevole determinazione.

Risi descrive con tocco lieve e inconfondibile la dolorosa condizione di vivere accanto a genitori separati, ma Robertino non è affatto un ragazzino schivo o asociale e negli innumerevoli incontri che padre e figlio faranno nel corso della giornata, quest’aspetto tutt’altro che ordinario rappresenterà un valore aggiunto ad una storia apparentemente lacrimevole e facile al patetismo. Strutturato alla maniera de Il Sorpasso, il film non ne possiede la suggestione e la tragica fatalità degli eventi, ma  rappresenta un valido esempio su come si possano operare interessanti modifiche su un medesimo schema narrativo. Il film colpisce sopratutto per la mimesi di Walter Chiari, per la totale aderenza ad un personaggio molto più affine al Chiari uomo, che non al goliardico interprete di indimenticabili sketch televisivi. Una performance attoriale di rara intensità e sconfinata umanità lontanissima dal vulcanico istrionismo di Bruno Cortona. Nonostante ciò il film considerato dallo stesso Risi uno dei suoi migliori, resta a tutt’oggi un “illustre” sconosciuto, un clamoroso flop finito presto nel dimenticatoio. A detta dei più, il motivo di tale insuccesso è da attribuirsi all’impopolare scelta dell’attore protagonista, laddove molti avrebbero preferito il più “accattivante” Ugo Tognazzi. Non siamo d’accordo, il film non sarebbe lo stesso senza il volto, i gesti e l’eloquio di Walter Chiari, un attore dalla vita e dalla carriera altalenante, segnata spesso da una sorte avversa e ingrata. Tra gli omaggi resi ad un’artista tutto da riscoprire, segnaliamo Festival (1996), insolito film di Pupi Avati, ispirato alla sua sofferta e sfortunata parabola artistica. 

 

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