Memorie di un assassino (Memories of murder, 2003) di Bong Joon Ho

di Laura Pozzi

Tutti pazzi per Bong Joon Ho. Dopo lo storico trionfo ai recenti Academy Awards con Parasite, prima pellicola in lingua non ufficiale ad aggiudicarsi l’ambita statuetta come miglior film (insieme a quelle per la miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale) il regista sudcoreano è destinato a diventare uomo e personaggio dell’anno. In verità lo era anche prima dopo l’inaspettata e meritatissima Palma d’oro a Cannes 2019, ma ora il suo cinema entra di diritto nella storia come dimostra la tardiva uscita in sala, (grazie ad Academy Two che ne ha curato la distribuzione) di Memorie di un assassino secondo film realizzato nel preistorico 2003 reperibile solo in home video nel 2007. Diciassette anni separano le due opere eppure la composita e affilata visione di Joon Ho non ha perso un briciolo di lucidità perpetuando un discorso ampiamente collaudato e finemente diluito in un’opera apparentemente di genere, associata un po’ grossolanamente a Seven (1995) e Zodiac (2007).

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La vicenda, tratta da una storia vera si basa su una serie di efferati omicidi commessi tra il 1986 e il 1991 nella cittadina rurale di Hwaseong. Vittime dieci donne di età diverse barbaramente uccise e violentate da un serial killer  divenuto inafferrabile fino al 2019, anno in cui l’inchiesta subisce una svolta. Il film ripercorre i momenti salienti di un’ indagine investigativa macchinosa e logorante affidata al sergente Koo Hee-bong (Byun Hee-bong) e condotta dai detective Park Doo-man (Song Kang-ho) nativo della zona e Seo Tae-yoon (Kim Rwe-ha) volontario arrivato da Seul. L’idea, come dichiarato da Bong nasce da una passione per i polizieschi e comincia a prendere forma grazie a questa descrizione: “In un pomeriggio assolato, il corpo nudo di una donna brutalmente assassinata viene trovato in una cittadina quieta e pacifica. “Paradossalmente, ho scoperto che le condizioni reali di un caso di omicidio non si conformano alle convenzioni del genere giallo. Solo una storia come quella di Il silenzio degli innocenti ha permesso di realizzare un thriller intellettuale che mette l’uno contro l’altro il detective e il criminale. Nella realtà di solito questo non accade. E io desideravo mostrare la realtà così com’è, in cui il comico coesiste con l’orribile”.

La coesistenza è uno dei punti cardini della sua poetica, sia che interessi le classi sociali, sia che  riguardi due investigatori agli antipodi costretti a collaborare per un obiettivo comune. L’agente Park è un poliziotto di campagna, rude e istintivo solito ad incastrare il colpevole attraverso l’infallibilità di uno sguardo, mentre l’agente Seo è un detective di città meticoloso, cerebrale attento e scrupoloso esaminatore. Per il primo conta l’impegno, per il secondo il ragionamento, ma entrambi seppur guidati dalle migliori intenzioni non riusciranno ad inchiodare il responsabile. Il cinema di Joon Ho è un cinema dello sguardo o meglio della sua duttilità.  Nei suoi film la realtà non è mai oggettiva, ma sempre figlia di molteplici punti di vista, compreso quello dello spettatore per il quale mostra massimo riguardo.  Da qui la rappresentazione sui generis di una società “multiottica” colta nella sua complessità, vaghezza, imprevedibilità. Impossibile aprire un varco o tentare un dialogo con un reale incomprensibile, mostruoso dove tutto passa e si dimentica in fretta. Ma è proprio sul bordo di questo precipizio che si posiziona il deus ex machina dagli occhi a mandorla inebriando il racconto con il suo irresistibile e micidiale cocktail di generi.  Per questo Memorie di un assassino pur ricalcandone apparentemente gli schemi non può essere considerato un thriller classico. Il genere viene completamente denudato da tutti gli orpelli che ne hanno da sempre contraddistinto la natura e decretato il successo. Il geniale Bong realizza un thriller sporco, dall’anima agreste dove a dominare la scena non sono adrenalinici inseguimenti o diaboliche femmes fatales, ma controversi sentimenti, stati d’animo, fallimenti e frustrazioni capaci di condurre pericolosamente alla pazzia. Il tutto avvalorato da una splendida eleganza formale e da una fotografia volta a ricreare il clima cupo e asfittico di un girone infernale. Un’atmosfera lugubre e funerea per una storia alla continua ricerca di uno spiraglio di luce che sembra sempre sul punto di materializzarsi per poi sfumare nel nulla. Al momento delle riprese le indagini brancolavano ancora nel buio, ma il profetico e sconsolato sguardo finale di Park rivolto a noi spettatori ci ricorda che i futuri parassiti ladri di wifi si annidano già in quel tunnel della morte dove tutto comincia e dove tutto (non) finisce. Dopo diciassette anni Bong Joon Ho ci dice che il mondo è cambiato, ma loro sono sempre lì, pronti a riaffiorare al momento (e allo sguardo) giusto.

In sala dal 13 febbraio

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